“Orate pro pictora”: suor Plautilla Nelli, pittrice

di Mafalda // pubblicato il 08 Marzo, 2017

È una storia tutta al femminile quella al centro della mostra che sta per aprirsi agli Uffizi in occasione della Festa della Donna. La storia è quella di suor Plautilla Nelli, considerata la prima pittrice fiorentina della storia, alla quale già in passato abbiamo dedicato un approfondimento.

Ora finalmente, a quasi 500 anni dalla sua nascita, gli Uffizi le dedicheranno la sua prima mostra personale: Plautilla Nelli. Arte e devozione in convento sulle orme di Savonarola (dal 9 Marzo - 4 Giugno 2017). La mostra sarà la prima di una serie interamente dedicata all’arte al femminile.

Contemporaneamente Advancing Women Artists Foundation (AWA), ente no-profit americano, ha avviato la campagna di crowdfunding #TheFirstLast per il restauro dell’Ultima cena dipinta da Plautilla (i dettagli della campagna, in inglese, sono sul sito ufficiale). L’Ultima cena in questione - la prima e forse l’unica dipinta da una donna - è un’imponente tela lunga ben 7 metri, un’impresa ardua per una donna, visto l’impegno fisico richiesto. Una volta restaurata la tela tornerà presso il complesso di Santa Maria Novella, dove il dipinto fu trasferito a seguito della chiusura del convento dominicano di Santa Caterina dove Plautilla visse e dove dipinse l’opera.

Anche il restauro dell’Ultima cena è una storia tutta in rosa, perché AWA nasce dall’intuizione di una donna, la scrittrice, giornalista e filantropa Jane Fortune che nel 2009 fonda AWA con lo scopo di valorizzare e salvaguardare l’arte al femminile. È proprio grazie al contributo di questa realtà no-profit che sono state restaurate molte delle opere di Plautilla oggi visibili. Inoltre sarà una donna, la restauratrice fiorentina Rossella Lari, che si occuperà del restauro, come ha già fatto per altre opere di Plautilla Nelli.

Abbiamo incontrato Rossella nel suo laboratorio, dove per il momento è depositata l’Ultima cena, in attesa del termine della raccolta fondi. Con pazienza e passione ci ha svelato passo passo questo capolavoro dimenticato.

Quello che colpisce, oltre all’estensione del quadro (una superficie di circa 14m2) è senza dubbio la proporzione, assolutamente corretta, dei corpi dei personaggi. Questo elemento nel tardo ‘800 colpisce anche un altro dominicano, Vincenzo Fortunato Marchese, che così descrive il quadro, già spostato nella sua nuova collocazione:

“(...) questa Monaca molto coraggiosamente, per non dire audacemente, si cimentò a quelle grandi e copiose composizioni, che vogliono studio, ingegno ed arte grandissima. Quindi presso che tutti i suoi dipinti sono in vasta superficie, e popolati di assai figure. Nel refettorio di Santa Maria Novella è una gran tela colorita già da Suor Plautilla per il suo refettorio di Santa Caterina in Via Larga, nella quale fece Gesù Cristo con gli Apostoli seduti a mensa nell'ultima cena, tutte figure grandi al vero. Ragionevole è la disposizione delle figure;”

In questo passaggio sta tutta l’eccezionalità del lavoro di suor Plautilla. La “ragionevole” disposizione delle figure, di per sé in un quadro non dovrebbe far notizia. Ma, in base alle cronache pervenute, la Nelli era autodidatta, e il suo ruolo di suora le impediva sicuramente di approfondire studi in molti settori, tra cui l’anatomia; per questo le sue figure maschili hanno spesso lineamenti femminili. Sempre Marchese nota infatti:

“Narrasi che sovente nelle figure virili, non potendo avere modelli giusta l'opportunità, togliesse a ritrattare alcuna suora, e poi con lunghi baffi e prolissa barba tentasse tramutarla in uomo; sennonché i lineamenti regolari e le forme poco sentite, rivelano tosto non pur la donna, ma la monaca.(1)”

Non solo volti e corpi: femminile è anche l’approccio ai dettagli dell’Ultima cena. In particolare l’attenzione per le stoviglie e per il cibo in tavola, ma anche l’atteggiamento di alcuni degli apostoli. Colpisce in particolare, soprattutto se visto da vicino, la dolcezza quasi materna del Cristo nei confronti di San Giovanni che posa il capo sul suo petto. 

La mostra degli Uffizi e la campagna di AWA per il restauro dell’Ultima cena sono destinati a rendere giustizia a una figura spesso dimenticata dalla critica moderna. La questione è tutt’altro che banale, e riguarda forse più la sociologia della cultura che non la critica dell’arte. Perché in realtà di Plautilla si parla già fonti a lei contemporanee, tanto da essere citata addirittura già dal Vasari ne le Vite. Infatti questa suora di clausura riscuoteva un discreto successo nella Firenze dell’epoca, e proprio il Vasari sosteneva che non ci fosse casa a Firenze che non custodisse una tavola di Plautilla. Inoltre sappiamo dai registri che la vendita delle sue opere rappresentava buona parte dei mezzi di sostentamento del convento. Il successo in effetti era tale che Plautilla allestì una vera e propria bottega, istruendo altre suore che la aiutarono nella riproduzione di alcune opere particolarmente richieste sul mercato.

La riscoperta delle opere di Plautilla è importante non tanto per la qualità dei suoi quadri, ma perché fa luce sul lavoro di artiste dimenticate da una storia che indubbiamente ha privilegiato gli artisti uomini. Ma la vicenda di Plautilla è importante anche da un altro punto di vista: infatti a parità di talento e ispirazione, le donne per molti secoli hanno avuto un “handicap” al quale oggi forse non pensiamo più. Per una donna del rinascimento era infatti in larga parte impensabile accedere agli studi all’osservazione della natura che resero celebri i loro colleghi uomini. A maggior ragione per una suora, ancor più nella Firenze sensibile alle prediche del Savonarola.


E allora conviene leggere ancora una volta Marchese, che nel suo testo fa una riflessione sulle limitazioni imposte Suor Plautilla e alla sua arte, una riflessione che ancora oggi rende l’idea dell’eccezionalità del lavoro di Plautilla, e di tutte le sue allieve, che ne hanno continuato il lavoro:

“Un grandissimo impedimento si frapponeva non pertanto agli avanzamenti di questa Suora nell'arte, ed era la severa legge della clausura monastica; perciocché non potendo studiare il vero, né considerare gli uomini nella società, quando, agitati da gagliarde passioni, atteggiano e compongono il volto e la persona secondo i diversi sentimenti d'ira, di amore, di odio, di vendetta ec, non avea modo di ritrarli ne' suoi quadri con quella evidenza del vero, che è pregio principalissimo di qualsivoglia dipinto. Chiusa in luogo a tutti inaccessibile, circondata da volti su' quali non leggevasi che la serenità e la calma, e ai quali la somiglianza delle vesti, la medesimezza delle consuetudini della vita, dava una tinta uniforme e poco sentita, trovavasi sbbarrata ogni via a quella espressione dei grandi affetti, ne'quali trionfa la fantasia e la mano del dipintore. Arroge che le stesse difficoltà, e forse maggiori, rinveniva nel disegno e nel colore; sendochè, se non le era conceduto studiare, non dirò già il nudo, ma né eziandio le antiche statue e i dipinti dei più celebrati artefici, non avea ugualmente il modo di contemplare nell' aperta campagna i moltìformi reflessi della luce; e come questa mite e soave si mariti agli oggetti sul levare e sul tramontare del sole; come per forti e crude ombre e sbattimenti ne ingrandisca le masse nell'orror delia notte, quando la luna, squarciando il seno alle nubi, ripercuote la pallida e mesta sua luce sull' universo. Né finalmente poteva far tesoro di quelle moltissime cognizioni volute dall'arie, che solo con la lettura de' libri, con i lunghi viaggi, e l'usar di continuo con i cultori delle medesime, ponno acquistarsi.”

Nonostante tutto questo Plautilla arriva là dove molte donne, più libere e indipendenti, non erano ancora arrivate. 

Sulla tela dell’Ultima cena, dopo la prima pulitura appare ben visibile una scritta tanto semplice quanto a suo modo rivoluzionaria:

“S. Plautilla. Orate pro pictora”

Non più solo suor Plautilla, ma pittrice a tutti gli effetti, tanto da poter usare non solo il suo nome, ma la stessa formula, declinata al femminile, con la quale usava firmare le sue opere proprio Fra’ Bartolomeo. Una rivoluzione rosa di cui per 450 anni ci siamo dimenticati.

 

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Plautilla Nelli, Ultima Cena, dettaglio Gesù e Giovanni, durante il restauro
    (Foto: Francesco Cacchiani)
  2. Rossella Lari al lavoro nel suo laboratorio, durante il restauro dell'Ultima cena.
    (Foto: Francesco Cacchiani)
  3. Plautilla Nelli, Ultima Cena, dettaglio Gesù e Giovanni, durante il restauro
    (Foto: Francesco Cacchiani)
  4. Nell'angolo in alto a destra, dopo una prima pulitura si intravede la firma: "S. Plautilla orate pro pictora"
  5. Plautilla Nelli, Ultima Cena, dettaglio Gesù e Giuda (Gv 13, 26). Curiosamente non solo c'è lo scambio di cibo tra Gesù e Giuda, ma le due mani si toccano, dettaglio che in genere non appare nell'iconografia tradizionale.
  6. Plautilla Nelli, Ultima Cena, dettaglio del cibo e delle stoviglie disposte sulla tavola.

In copertina:
Plautilla Nelli, Ultima Cena, dettaglio Gesù e Giovanni, durante il restauro
(Foto: Francesco Cacchiani)

Note

  1. Vincenzo Fortunato Marchese, Memorie dei più insigni pittori, scultori e architetti domenicani - Volume 2, 1869. Il libro è nel pubblico dominio e consultabile in rete.