Nostalgia della luce
di // pubblicato il 22 Luglio, 2011
Ogni cosa che noi vediamo, la visione di tutto ciò che ci sta attorno giunge ai nostri occhi attraverso la luce, che per quanto velocissima ci rimanda sempre immagini di un passato già fuggito.
L’astronomo Gaspar Galaz chiarisce il concetto con un esempio semplice e comprensibile. La macchina da presa che lo sta filmando è solo a breve distanza, ma l’immagine di lui che raggiunge l’obbiettivo è in ritardo rispetto alla fisicità del suo corpo di qualche infinitesimo di secondo, il tempo necessario alla luce per trasportarla attraverso lo spazio.
Partendo da questa inappellabile realtà fisica potremmo teorizzare sull’inesistenza del presente, perché ciò che viviamo come tale è l’immagine di qualcosa che arriva alla nostra percezione sempre con uno scarto di ritardo. Così tutti viviamo nel passato, che acquista ancor più valore come unico tempo possibile.
La luce irradiata dal sole impiega otto minuti a raggiungere la Terra e gli astronomi sono consapevoli, nell’osservazione di galassie lontane, di guardare adesso qualcosa che potrebbe essere già scomparso da migliaia di anni.
Patricio Guzmán, autore di documentari notevoli per bellezza e intensità (purtroppo in Italia è facilmente reperibile solo Salvador Allende), prende le mosse dalla personale passione che nutre per l’astronomia e racconta l’amato Cile natio, le sue contraddizioni di oggi e la difficile convivenza con la storia recente.
Gli anziani coniugi Miguel e Anita, dice il regista che nel film è voce narrante, sono loro malgrado perfetta metafora del moderno Stato cileno, lui è la memoria, lei la dimenticanza.

Miguel, architetto, quando era prigioniero nei campi di concentramento ha misurato gli spazi con i passi, li ha disegnati di notte in segreto e al mattino ha strappato i disegni in mille pezzi gettandoli nella latrina. Questo gli ha consentito di memorizzare le piante topografiche e di poterle ridisegnare anni dopo nel suo esilio in Danimarca, fornendo testimonianza di luoghi che Pinochet ha fatto smantellare nel tentativo di nascondere le crudeltà del regime.
La moglie Anita, affetta dal morbo di Alzheimer, ben simboleggia tutta quella parte di popolazione che oggi vorrebbe solo cancellare, rimuovere immediatamente tutto come se nulla fosse mai avvenuto, dimenticare gli anni bui della dittatura senza porsi davanti alcuna riflessione.

La madre di Victor González, ingegnere dell’osservatorio Cerro Calán, cura le vittime di torture, trentamila secondo le stime ufficiali ma il numero effettivo è almeno doppio, e racconta come la quotidiana aberrante mortificazione d’incontrare per strada coloro che hanno partecipato attivamente alla sparizione dei loro cari, di cui ancora s’ignora il luogo d’occultamento dei resti, è potente fonte traumatica di rinnovamento del dolore ogni giorno.
Le donne di Calamas sono un gruppo che per ventotto anni, fino al 2002, hanno setacciato in cerca delle ossa dei propri congiunti il deserto di Atacama, un’immensa distesa arida e senza vita, unico luogo sulla Terra completamente privo di qualsiasi tasso d’umidità. Vicky Saavedra e Violeta Berrios sono due delle poche che continuano caparbiamente questa ricerca ancora oggi. La prima ha ritrovato un piede e parti del cranio del fratello José, il foro del proiettile dietro l’orecchio le ha dato le poche informazioni di cui dispone sulla dinamica della sua fine. La seconda ostinatamente continua un personale cammino fatto di domande senza risposta, troppe menzogne le hanno tolto la capacità di credere alle versioni ufficiali, la sua ricerca della verità, il ricordo dei familiari che le sono stati tolti, non prevedono possibilità di resa.

L’obbligo etico di coltivare il ricordo è però qualcosa che disturba le autorità di un Cile democratico che ha ancora troppe ombre e collusioni col suo feroce passato. L’ostinazione delle poche donne che insistono nella ricerca sono scomode per la società, infastidiscono una giustizia che vede palesata la sua assenza e Violeta Berrios, a denti stretti, afferma amaramente: “Siamo la lebbra del Cile!” Perché così sono apertamente considerate.
L’originale accostamento tra l’astronomia e il valore della memoria trova in diverse testimonianze una sua ragion d’essere. Luis Henríquez è stato a lungo detenuto nel campo di Charabuco, il più grande del Cile allestito nel deserto sfruttando le rovine di una miniera, e soltanto l’osservazione notturna delle stelle gli ha consentito di salvaguardare la sua libertà interiore.
Valentina Rodriguez è figlia di una coppia di desaparecidos, allevata dai nonni che sono stati costretti a consegnare i suoi genitori ai carnefici del regime per poterle salvare la vita. Attraverso il suo lavoro al centro astronomico, la ragazza è riuscita, pur senza poter annullare quei momenti di intima sofferenza che è anche giusto sperimentare, a dare nuova collocazione al dolore, all’assenza e alla perdita.
Tutti siamo fatti di materia chimica che si ricicla costantemente, ogni individuo è fisicamente parte di un flusso eterno e inesauribile, così una morte può assumere valore universale e non essere più solo perdita, ma anche parte di una necessaria trasformazione. Persino le stelle a un certo punto devono morire per farne nascere altre.

L’avvento della dittatura ha distrutto per sempre l’innocenza del Cile che Patricio Guzmán racconta nei ricordi della sua infanzia all’inizio del film. Gli astronomi lavorano col passato studiando corpi celesti, gli archivi dello Stato cileno sono pieni di resti umani senza nome in attesa di identificazione, ognuno nel proprio ambito dovrebbe guardare al passato per costruire un futuro migliore. Nostalgia de la luz è l’aspirazione di poter tornare finalmente a vivere in pieno sole, senza più nessuno che abbia interesse a nutrire l’oscurità che ancora copre troppi episodi di un sanguinoso, recente passato.
Simbolica e carica di valore catartico la sequenza finale in cui Violeta e Vicky, finalmente, alzando lo sguardo dalle loro devastanti tragedie ammirano le stelle attraverso il telescopio, è l’augurio che possano andare oltre il dolore continuando comunque a coltivare doverosa memoria.

“Io credo che la memoria abbia una forza di gravità, ci attrae sempre. Quelli che hanno memoria sono capaci di vivere nel fragile tempo presente. Quelli che non ce l’hanno non vivono da nessuna parte.
… Ogni notte, lentamente, impassibile, il centro della galassia passa sopra Santiago.”
Patricio Guzmán