Norman Rockwell’s America
di // pubblicato il 03 Febbraio, 2011
I was showing the America I knew and observed to others who might not have noticed
Norman Rockwell
Londra, una città ormai nota della quale si crede di conoscere tutto, può riservare ancora delle sorprese. Tale è stata, per chi scrive, la scoperta della Dulwich Picture Gallery, dove sono giunta richiamata dal titolo dell'esposizione di cui andiamo a parlare.

Fondata nel 1811 la galleria, situata nella tranquilla periferia londinese di Dulwich, fu la prima galleria d'arte pubblica costruita come tale e realizzata dal celebre architetto del neoclassicismo inglese John Soane (1753-1837). Ancora oggi i corpi dei fondatori Sir Francis Bourgeois, Noel Desanfans e la moglie Margaret, giacciono singolarmente in un mausoleo al suo interno.
La splendida collezione fa sbalordire per la densità di capolavori appesi a quelle pareti sature dei capolavori di grandi maestri europei del XVII e XVIII quali: Rembrandt, Rubens, Canaletto, Poussin, Gainsborough, Hogart, Reni, Guercino, Raffaello e Tiepolo.
Proprio quest'anno la Dulwich Picture Gallery, il più antico museo d'arte della Gran Bretagna, compie 200 anni, e ci pareva doveroso omaggiarlo con questo articolo.
Una serie di esposizioni e di eventi proseguiranno per tutto il 2011, e ogni mese un dipinto proveniente da una delle principali istituzioni mondiali con le quali la Dulwich stringe contatti, arricchirà ulteriormente l'ambiente. Dall'Italia, e in particolare dagli Uffizi, giungerà in Inghilterra nel mese di maggio un Veronese, Venere e Mercurio presentano a Giove Eros e Anteros.

Inaugura il nuovo anno espositivo alla Dulwich la mostra dedicata all'artista americano Norman Rockwell. Norman Rockwell's America, fino al prossimo 27 marzo offre la possibilità di far conoscere meglio anche in Europa un artista che, usualmente, ha la parte del protagonista in molte esposizioni americane.
Noto più di quanto non si creda anche ai nostri occhi, Rockwell per oltre sessant'anni ritrasse l'America dal suo interno, offrendoci ancora oggi la possibilità di respirare atmosfere d'oltre oceano del secolo passato o, come sostengono i curatori americani, di catturare l'essenza di ciò che oggi è sostanzialmente considerata “a vanished America”.

Nato a New York nel 1894, sin da giovanissimo Rockwell iniziò a collaborare come illustratore ad alcune riviste giovanili quali Boy's life, il magazine dei boy scouts americani, e a soli 19 anni divenne responsabile artistico della stessa rivista.
Fu in quelle copertine che prese le mosse l'attività di uno dei principali illustratori di tutti i tempi. Tuttavia l'affinità elettiva Rockwell la trovò con il The Saturday Evening Post, magazine al quale collaborò per oltre quarantasei anni a partire dal 1916.
Le 321 copertine disegnate per il maggior magazine americano raccontano altrettante storie, sature di particolari di ogni sorta, orchestrati per creare ritratti di luoghi e atmosfere di un passato americano che diventa il vero protagonista dell'opera di Rockwell.

Un marchio di fabbrica, quello della sua mano, che rimane immediatamente conoscibile in tutto l'ampio arco della sua carriera, percorrendo un unico filo rosso che si dipana lungo tutta la produzione.
Uomini politici, eventi sociali importanti, ma anche scene dal sapore domestico e quotidiano salgono di volta in volta, in ogni nuova copertina, al primo gradino del podio, trattati alla stessa maniera e senza nessuna distinzione gerarchica tra di essi.
Rockwell racconta con la stessa dedizione e attenzione il bisticcio di una giovane coppia seduta al tavolo della colazione, la smorfia di un bambino che non gradisce lo sciroppo che la nonna gli vuole propinare, il primo flirt di una giovane coppia di innamorati, ma anche la vita di un soldato americano indice di un patriottismo sempre presente, i ritratti delle grandi celebrità del cinema, e le effigi dei principali capi di stato mondiali. Scorrendo con la vista le innumerevoli copertine appese in una lunga sequenza all'interno dell'esposizione londinese, vediamo passare davanti ai nostri occhi, come in un documentario, la storia di un'America di tutti i giorni, accanto a quella più complessa dei grandi cambiamenti sociali.

Le questioni razziali, la conquista dello spazio, le guerre, tutto viene documentato da quell'occhio attento e capace di cogliere i tratti essenziali di ogni vicenda.
Proprio la diffusione capillare dei suoi “sketch” attraverso il più popolare magazine americano, contribuì a fare sì che la sua arte divenisse il ritratto dell'America di quegli anni.
Perfettamente padrone della sua mano e delle proprie risorse artistiche, Rockwell mostra grande intelligenza nelle scelte compositive che porta avanti in immagini dove si uniscono il naturalismo e lo studio di prospettive talora anche ardite, alle simmetrie dinamiche e al tipico rigore grafico per immagini perfettamente coordinate e bilanciate con il resto del testo.

Rockwell era ben contento di essere detto “illustratore”, nonostante questa categoria non rientrasse, per l'establishment artistico del tempo, in quella dell'artista propriamente detto. Ma egli era ben cosciente del lungo lavoro che stava dietro a ogni singola illustrazione, la prolungata e attenta osservazione del reale che si concretizzava poi in bozzetti e infine in dipinti a olio di grande formato che precedevano ogni copertina. È egli stesso ad affermare: “No man with a conscience can just bat out illustrations. He’s got to put all of his talent, all of his feelings into them. If illustration is not considered art, then that is something that we have brought upon ourselves by not considering ourselves artists. I believe that we should say, ‘I am not just an illustrator, I am an artist.”
Seppure l'arte di Rockwell rappresenti il ritratto di un mondo collocato in un contesto temporale preciso, guardando oggi le sue innumerevoli illustrazioni non ci sentiamo mai smarriti, ma riconosciamo ancora in quelle opere l'eco infinita di attitudini umane innate e senza tempo.