Non parliamo di San Remo

di Francesca Vinci // pubblicato il 21 Febbraio, 2010

Ma qualcosina diciamola, visto che L’Italiano di Toto Cutugno, presentata nell’83, l’hanno cantata in India sedici anni dopo, e non uno qualunque, ma Aamir Khan uno dei più famosi attori indiani che ne ha fatto anche un video clip in puro stile Bollywoodiano.

Va detto intanto che San Remo è un santo, in tutti i sensi, ma non esiste nella religione cattolica. O meglio, ci sarebbe un vescovo genovese del V secolo di nome Romolo, rinomatissimo pacificatore conosciuto come il padre dei poveri, che per riconoscenza popolare avrebbe avuto in sorte di vedersi dedicata una città.
Quale fosse il nome della cittadina non si sa per certo: dunque in Liguria esiste un paese, centro cardine della canzone italiana e di una lunga battaglia etimologica, che solo nell’anno 2002 per volere statutario del Comune stesso ha definitivamente deciso di chiamarsi Sanremo, “tuttoattaccato”. Ancora nel ’54, il sindaco trasmetteva infatti a tutti gli uffici il seguente ordine di servizio: "Si porta a conoscenza delle SS.LL. che l'esatta grafia del nome della nostra città è la seguente: San Remo. Tanto si comunica per opportuna conoscenza e norma con preghiera di volerne rendere edotto il personale dipendente, affinché tanto negli stampati che sulle comunicazioni venga adoperata la esatta onomastica".
Per un mese all’anno questa città viene invasa da onde di frequenza, talvolta canore spesso barbariche che da un teatro irradiano messaggi all’intero paese. Il fenomeno compie sessant’anni ma non giustifica il suo essere, è storia nota: certa musica sul palco dell’Ariston non ci salirà mai, come non saliva su quello del Casinò ai tempi.
Non è questione di protesta, è la struttura che non lo consente: il festival non è luogo per la diversificazione o la creatività, potendo al massimo rendere conto blandamente di fenomeni già digeriti. Non si parla neppure di plagio perché, per rubare, già dovrebbe rendersi possibile distinguere un originale. Si tratta solo di commercializzazione di suoni, possibilmente semplici e in continua uniformità storica. Sanremo è il festival della canzone leggera e non si smentisce, ma l’aggettivo è stato fin troppo mal interpretato.
È così diventato confortante seguire una serata all’anno del festival, come ci conforta trovare la nutella negli scaffali o il dash ( e menomale che almeno lui resiste, Ariel ci ha lasciato tanto tempo fa e la Citrosodina scarseggia), perché l’idolo melodico è garantito, non muore e noi tutti ci sentiamo più sicuri.
Il festival nasce nazionale e, se si esclude il ’48 della Capannina versiliese, è da sempre prerogativa della città di San Remo che già dal ’31 scalpitava per la realizzazione dell’evento.
È presentato come il Festival della Canzone Italiana e non a caso nelle prime edizioni si parlava di interpreti che avvicendandosi sul palco presentavano le versioni dei brani. Tanto per dire, nel 1951 le canzoni in gara erano venti e a cantarle erano solo Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano.
Nessuno ci bada, ma ad esser votate dovrebbero dunque essere le composizioni, ovvero il testo e la musica, se pur leggeri. Ma alla tv questo non basta ed ecco che qualcosa non cambia mai, da una vita. O si è persa la differenza fra cantautore e cantante o non la si è mai avuta.
Dall’84 San Remo è addirittura diventato un punto di esordio, sebbene non si sappia per cosa, visto che è come lanciarsi dal predellino di un tram. Perché, va detto, ci sono posti in cui si rasenta il disonore ad annoverare la partecipazione a Sanremo nel curriculum e chi c’è stato non si azzarda certo a dire che non ci tornerà mai più, ormai l’ha fatto.
Giusto quest’anno e per la prima volta tra gli Artisti in gara uno dei posti è di diritto del vincitore del programma televisivo X Factor: la partecipazione è considerata un “premio aggiuntivo”.

Fortuna che Dio ha inventato l’eccezione: ricordiamo allora che a Sanremo ci sono andati i testi e la musica di Paolo Conte e suo fratello, di Modugno, Celentano, Gaber e Jannacci, Battisti, Tenco, Zucchero, Rino Gaetano, Lauzi, Max Gazzè e Daniele Silvestri.
Strano caso, quelle composizioni lì le cantiamo ancora.
La musica di Fabrizio De Andrè al festival è arrivata l’anno scorso, per la prima volta, come per la prima volta ci ha suonato la PFM.
Diceva De Andrè a proposito del festival: “Questi sono i veri eroi della canzone italiana. Non io, i Dalla, i De Gregori, i Bennato, che facciamo i baroni della canzone nelle nostre torri d’avorio. Chi ha il coraggio di venire qui, in questo macello, perché non ha altro modo di lanciare il suo lavoro, è da ammirare veramente. I cantautori come me e i miei colleghi non rischiano mai. D’ora in poi saprò cosa rispondere a chiunque, credendo di essere alla moda, parla o scrive male del Festival di Sanremo”.
Era l’anno 1983.

 

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