Noi crediamo: incontro con Mario Martone
di // pubblicato il 11 Novembre, 2010

In occasione dell’anteprima del suo bellissimo Noi credevamo abbiamo avuto modo d’incontrare il regista Mario Martone, lo scambio è stato intenso e ricco ben oltre l’interesse contingente per il film.
Gli ho chiesto subito com’è nata l’idea per il film e se in qualche modo vuol essere una risposta a certe spinte secessioniste presenti oggi in Italia.
- In realtà no, è un film che è nato molti anni fa. C’era il malessere complessivo del paese che m’inquietava, come credo inquieti tutti noi, un paese in eterno conflitto, irrisolto sul piano della sua maturazione democratica, dove tante cose sembrano stagnare.
Io non ho mai avuto grande attrazione per l’Ottocento, considerandolo un secolo in fondo retorico, polveroso e poco interessante. Ma ecco che come si fa in psicoanalisi, mi son chiesto all’improvviso, forse c’è qualcosa nella nascita del paese, nei suoi primi passi, dei traumi dell’origine che sono stati rimossi e appunto sappiamo dalla psicoanalisi che non c’è niente di peggio della rimozione, no?
Mi son chiesto, è possibile che noi abbiamo fatto anni di guerra d’indipendenza e tutto quello che c’è stato son solo grandi battaglie e abili diplomazie? Possibile non ci sia stato nulla che alla nostra coscienza appaia come un contrappasso doloroso, qualcosa che assomigli un po’ di più a un processo reale e non a una costruzione celebrativa?
Ho chiamato allora Giancarlo De Cataldo, lo conoscevo da tempo e mi sembrava interessante esplorare con lui questi temi, mettere le mani negli aspetti più segreti della storia del paese. Naturalmente son venuti fuori episodi che non conoscevo e che ho pensato non conoscessero tantissimi altri italiani. In questi anni poi mi son reso conto che è così, sono pochissimi gli storici o chi veramente ha una conoscenza specifica di fatti come quello che è successo all’Aspromonte nel 1862. L’Italia era appena nata e gli italiani si sparavano addosso, l’esercito appena nato del Regno d’Italia sparò sull’esercito di volontari garibaldini e su Garibaldi stesso che rimase ferito a una gamba. Ciò che a noi resta di tutto questo è una canzoncina, tutti conoscono Garibaldi fu ferito ma cosa ci sta dietro è qualcosa che non appartiene alla coscienza del paese. C’è qualcosa di sinistro in questa canzoncina che riecheggia da lontano.
Mi sembrava bello affrontare questa storia che improvvisamente diventava molto appassionante. Nel momento in cui prendeva una sostanza reale, una dimensione tragica, immediatamente diventava interessante. Del resto gli americani hanno fatto mito della nascita del loro paese, sappiamo tutto della guerra di secessione americana e dell’epopea del west. E’ come se i francesi dovessero rimuovere gli aspetti sanguinosi della Rivoluzione che ci sono stati. Invece (ride) il nostro paese è nato perché dei padri della patria si sono, come dire, virtuosamente accordati per compiere un processo. Niente di tutto questo, Cavour e Mazzini erano nemici giurati.
Si capisce invece che c’è proprio una conflittualità italiana molto forte che ha origine nel Risorgimento e che naturalmente arriva fino ai giorni nostri, noi la possiamo cogliere in tutte le fasi della Storia d’Italia successive, nei suoi 150 anni. C’è un rapporto comunque irrisolto tra democrazia e autoritarismo, è qualcosa che ancora noi ci troviamo a discutere. Non voglio prendere posizioni ma questo è certamente un dato della discussione nel nostro paese. In Inghilterra per esempio non accade, c’è una regina ma dopodiché nessuno discute la questione democratica tra progressisti e conservatori, più o meno si riconoscono tutti in una serie di elementi fondanti.
Il film ha avuto una strada molto lunga, essere arrivati adesso alle soglie del 2011 chiaramente lo mette anche in rapporto con i temi dell’unità che si tende a disgregare, però Noi credevamo non è nato per una spinta d’occasione, viene da lontano e adesso si trova ad incrociare tutto ciò. Sostanzialmente poi quella tra nord e sud è secondo me una semplificazione, i veri nodi della disunità italiana sono ben altri, non il diverso carattere tra settentrionali e meridionali, fosse solo quello sarebbe tutto più facile.
La situazione culturale è complessa e molto fragile. Distruggere la cultura in Italia come da molto tempo si fa in maniera piuttosto studiata direi, è il modo sostanziale per disgregare il paese. E’ vero nord e sud sono diversi ma non per questo non sono uniti, i patrioti che hanno combattuto nell’Ottocento venivano da tutte le parti d’Italia e confluivano in un’unica spinta, quindi non è questa differenza a rendere fragile l’unità ma il fatto di perdere la spinta culturale.
Il crollo di Pompei poi mi colpisce da napoletano e mi colpisce da italiano, ha a che fare esattamente con ciò che dico, mi sembra un crollo molto simbolico oltre che fisico. Quindi fa male, e la realtà, e la dimensione simbolica.

Nel film è assente un deliberato intento di attualizzare la vicenda, contemporaneamente però personaggi tipo Domenico o Angelo sono una sorta di anteprima di quello che poi diventeranno l’intellettuale o l’aderente alla lotta armata degli anni di piombo.
- Si, la scelta era quella di costruire un film storico molto rigoroso, addirittura si parla nella lingua dell’Ottocento. Ho lanciato ai miei attori una sfida che non era facile, quella di riuscire a rendere viva una lingua che non c’è più. Tutti i dialoghi di Cristina di Belgiojoso o di Mazzini ad esempio, sono presi da scritti, da lettere, e quindi credo ci sia un’esattezza storica. Siamo stati molto attenti perché appassionati non per fare lezione di storia, era interessantissimo scavare in quelle pieghe, capire come tutti gli incastri si connettevano.
Perciò da un lato assoluta pertinenza storica, cioè stare dentro ciò che ci arriva dai documenti, dall’altro lato, certo, costruzione dal presente, ma è proprio il fatto di affrontare il passato in maniera rigorosa che consente di leggere il presente. Il dialogo tra passato e presente lo fa lo spettatore. Gli unici elementi dove il film squarcia la tela dell’Ottocento sono quei momenti quando appare il cemento armato, oppure elementi di scenografia che richiamano ad un rapporto più stretto col presente come una scala di ferro, però tutto avviene nella mente e nel cuore dello spettatore.

I titoli di testa di Noi credevamo riportano come fonti della sceneggiatura fatti realmente accaduti e il libro omonimo di Anna Banti, il regista spiega il rapporto tra il romanzo e la storia narrata nel film.
- Quando nel 2003/2004 ronzavo intorno al tema del Risorgimento a un certo punto mi son imbattuto in un saggio di Cesare Garboli che parlava di Noi credevamo di Anna Banti, libro a me sconosciutissimo, mai sentito nominare. M’incuriosisce molto il titolo, immediatamente mi attrae e le cose che diceva Garboli erano affascinanti. L’ho trovato in biblioteca perché era introvabile allora e mi è venuto incontro con grande forza, innanzi tutto con il suo centro molto forte di radicalità repubblicana.
Il protagonista Domenico è un repubblicano irriducibile che attraversa la vicenda del Risorgimento senza mai cedere. Per certi versi come Mazzini che rimane fino all’ultimo ostinatamente contrario, non cede mai all’ipotesi monarchica che in qualche modo padroneggia Garibaldi con le sue scelte.
C’era l’idea che comunque quest’Italia andasse fatta e dopo la fine della rivoluzione repubblicana a Roma del 1849 l’unica strada possibile era quella piemontese sabauda, dunque quella andava sostenuta. Mazzini questa cosa non l’ha mai accettata come il Domenico del libro, questa sua irriducibilità mi ha molto colpito e c’erano poi momenti molto forti del romanzo che ho pensato sarebbe stato bello mettere nel film.
Sono sostanzialmente la detenzione nel carcere di Montefusco, Regno delle due Sicilie, e poi la parte dell’Aspromonte che ha alcune cose che derivano dal libro, per il resto il film ha una costruzione originale con tutt’altre storie. Il nostro Domenico è un mazziniano, quello del libro era affiliato alla setta dei Figlioli della Giovine Italia di Benedetto Musolino, quindi un repubblicanesimo meridionale, tutt’altra vicenda, ma il film incastona alcuni momenti narrativi del libro e soprattutto ne assume l’anima che è appunto quella repubblicana ostinata, sconfitta ma mai doma.
A questo punto dell’incontro stampa con un inaspettato colpo di teatro, come l’ha definito Mario Martone, viene fatto dono al regista da parte della Fondazione Longhi di una lettera autografa di Renato Guttuso che scrisse ad Anna Banti, pseudonimo della scrittrice Lucia Lopresti, dopo aver letto il suo romanzo Noi credevamo.
Piazza del Grillo 5, Roma
Lucia carissima, ho letto il bellissimo Noi credevamo che mi pare denso, riuscito sotto ogni aspetto, così severo, essenziale, denso di malinconia e di certezza morale dalla prima pagina all’ultima. Tutti ci troviamo qualcosa di noi e della nostra vita, del nostro presente, delle storie ascoltate in casa da bambini.
Anche Ciro Guttuso (nonno del pittore ndr) fu garibaldino, poi ufficiale della guardia nazionale e comandante della guardia campestre a tu per tu con la maffia, vita dura, era repubblicano anche lui e per di più protestante, battista. Trasmise l’idea repubblicana a mio padre che non pronunciò mai seduto il nome di Mazzini.
Ci vedremo a Bologna cara Lucia, intanto credimi, con molto affetto.
Renato Guttuso

Si notano alcune analogie tra il libro di Anna Banti e il film di Paolo e Vittorio Taviani San Michele aveva un gallo che a metà degli anni ’70 fu molto criticato, il sospetto è che i due fratelli avessero letto il libro, anche se non ne hanno mai fatto specificatamente parola.
- Non ci ho mai pensato ma è vero che San Michele aveva un gallo è un film che si riconosce in questo tema, ma del resto anche Allosanfan è un film dove c’è una certa disillusione. Non ho mai parlato coi Taviani di Noi credevamo, spero di farlo alla prima occasione, ma è facile che loro l’abbiano letto perché è un romanzo che quando uscì ebbe una sua “sfortuna” critica. Un giorno ho incontrato Gianni Amelio, eravamo al montaggio, m’incontra e dice: “Devo vedere il tuo film perché io Noi credevamo lo conosco a memoria!” Quindi evidentemente è un romanzo che ha una sua setta di appassionati.
Un po’ per gioco un po’ per provocazione verso l’autore di un Cinema bello e rigoroso, gli chiedono se farà mai un film dicendo andiamo a scalare la vetta del botteghino.
- Speriamo che sia questo. (ride)
E anch’io che ho amato tanto questo film Noi credevamo, che mi ha emozionato e commosso oltre il dicibile auguro a questo capolavoro ogni fortuna.
