Noi credevamo

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 12 Novembre, 2010

Noi credevamo è Cinema epico e necessario in questo nostro travagliato panorama italiano. Il merito principale ma non unico del film di Mario Martone sta nell’aver tolto la polvere della retorica dal Risorgimento italiano, mettendo da parte ogni ricostruzione agiografica per restituire passione, carne e sangue alla verità storica degli eventi.
Attraverso le vicende di tre amici, Domenico, Angelo e Salvatore, scorre davanti ai nostri occhi una parte di Storia italiana, un arco di oltre trent’anni partendo dal 1828, in cui assistiamo alla nascita delle società segrete che teorizzavano l’unità dello Stato italiano e al consumarsi, tra complotti e fallimenti, di azioni poco ideali fatte anche di omicidio e tradimento.

Tante le immagini significative. Il sorriso di una madre ammutolita dal dolore che trafigge come una lama l’anima del figlio, involontario artefice di tanta sofferenza, approvando in quel silenzio la dedizione a un ideale causa di lacrime e sangue; la spinta morale di un figlio che lotta per onorare la memoria del padre creduto vittima dei Borboni, rimarrà un mistero della narrazione se la vedova sapendo ha occultato la verità per salvaguardare l’etica del figlio o se mai scoprì cosa accadde davvero (in fondo è una metafora della conoscenza della sua Storia da parte del popolo italiano); o il rimorso dell’assassino che attanagliato dal dubbio dell’errore, anche a molti anni di distanza, sembra lanciarsi nelle azioni più pericolose per un intimo desiderio di espiazione.

Per anni le edulcorate versioni ufficiali hanno salvaguardato il mito degli italiani brava gente, ci è difficile ammettere che siamo anche noi, come appartenenti al genere umano, capaci contemporaneamente degli slanci più nobili e delle azioni più spregevoli, come qualsiasi altro popolo sul pianeta.
Così dare il giusto rilievo agli scontri avvenuti in Aspromonte nel 1862, a Regno d’Italia unitario già costituito, tra l’esercito regolare sabauda e i ribelli capitanati ancora una volta da Giuseppe Garibaldi diventa un tabù insormontabile. Noi credevamo rappresenta con inedita efficacia quel momento di terrore in cui aggirarsi per le campagne del Cilento esponeva al rischio d’essere accusati di brigantaggio e trucidati a sangue freddo dalle truppe monarchiche, o si potevano incontrare ufficiali piemontesi torturati e lasciati a putrefare sulla via.

Quello che da sempre ci è stato raccontato come un momento glorioso e quasi indolore di unificazione dello Stato, in verità è stato un processo di espansione del Piemonte che ha adottato politiche dure e repressive nei confronti del sud. Raccontare, come fa un compagno di viaggio del protagonista, che prima dell’unificazione a Caserta esistevano manifatture che tessevano sete pregiate e che con l’annessione al Piemonte tutto è stato distrutto, contribuendo alla cronica mancanza di lavoro nel mezzogiorno che si trascina ancora oggi, equivale a una blasfemia sull’altare della santa patria Italia.
Mario Martone che insieme a Giuseppe De Cataldo ha scritto la sceneggiatura, è andato a scavare in carteggi ed epistolari originali dell’epoca da cui praticamente provengono tutte le battute del film, in un lavoro rigoroso non solo ai fini della rappresentazione in sé, ma anche per fedeltà a un dovere morale di rappresentazione della verità, anche la meno piacevole.

I grandi personaggi storici a cui lo Stato italiano ha intitolato piazze sono mostrati con una certa ambiguità, il Giuseppe Mazzini di Toni Servillo appare volutamente quasi sempre in ombra e il film è promotore di battute sarcastiche sul suo essere uomo della teoria che mai si sporcò le mani. Non ci sono titubanze nemmeno nel raccontare un Francesco Crispi, ex cospiratore in esilio a Londra, che divenuto primo ministro del Regno d’Italia si è votato a perseguire socialisti e liberali con feroce accanimento, dichiarando che la monarchia era l’unica soluzione per tenere unito il paese.
Ma Martone sceglie di raccontare le storie minime di personaggi inventati nella loro identità, ma basati su vite e accadimenti reali lasciando i protagonisti della Storia con la esse maiuscola sullo sfondo, al punto che Giuseppe Garibaldi appare, ma è solo un’ombra lontana nell’oscurità.

La ricostruzione visiva dell’Ottocento è precisa e rigorosa, a volte le immagini del direttore della fotografia Renato Berta hanno una qualità perfino pittorica, ma volutamente in mezzo alla natura bellissima e incontaminata del Cilento appaiono mostri di cemento, uno squarcio nell’affresco storico a ricordare che stiamo rievocando ciò che fu ieri per comprendere l’oggi. La lebbra edilizia, non solo di tante cattedrali nel deserto disseminate per l’Italia, ma anche dei dissesti idrogeologici che portano gran parte della Calabria a franare o città del Veneto a essere sommerse dalle acque, a dimostrazione che in fondo la natura dell’abuso è sempre la stessa.

Noi credevamo mostra gli scontri tra le diverse anime in lotta per un’Italia unita. I conflitti tra repubblicani, democratici e monarchici attraversano in fondo anche la Storia successiva di questi 150 anni di Stato unitario, lo scontro è lo stesso che ha portato poi alla contrapposizione tra fascisti e partigiani.
A conferma che il processo di unificazione fu praticamente un’annessione e che non tutti i territori e le popolazioni che li abitavano godettero di pari dignità, questa è la radice di tanto razzismo ancora vivo nel paese, basta pensare che il primo monarca dello Stato unitario Vittorio Emanuele II fu nominato tale dal parlamento del Piemonte e non cambiò il numero dietro il suo nome, palesando il suo essere re d’Italia ma non di tutti gli italiani. Lo Stato sabaudo nel 1861 era schiacciato da debiti contratti per finanziare le guerre contro l’Austria e utilizzò ogni risorsa possibile del Regno delle due Sicilie appena conquistato per pareggiare i conti.

Il Piemonte adottò una politica colonialista nei confronti del meridione imponendo le sue leggi e le sue tasse, spesso da un giorno all’altro. Degli eserciti borbonici e dei valorosi che avevano combattuto al fianco di Garibaldi solo gli ufficiali furono integrati nelle file dell’esercito sabaudo mentre le truppe furono sciolte, lasciate senza lavoro e senza fonti di sostentamento.
La reazione della maggior parte dei soldati fu quella di costituirsi in bande e combattere dalle montagne i Savoia invasori, fu il fenomeno del brigantaggio represso nel sangue dal governo centrale che causò più morti di tutte le guerre combattute per l’unificazione messe insieme.
Fu a tutti gli effetti la prima guerra civile italiana e prendere coscienza di questo trauma collettivo, sapere che anche l’Italia si fonda sul sangue di tanti giovani innocenti come i disertori fucilati per aver tradito un esercito a cui erano stati aggregati con la forza, è indispensabile per poter accettare il passato e costruire finalmente uno spirito unitario del popolo italiano che ancora non c’è.

E’ insita nel titolo Noi credevamo la disillusione per il tradimento degli ideali, i patrioti che lottarono per un’Italia unita e repubblicana dovettero accontentarsi di uno Stato monarchico. Nella sequenza finale il protagonista Domenico fa un’amara riflessione: “Quest’Italia di oggi, gretta, superba, assassina” è sempre stata così o davvero questo è il frutto distorto dei nostri ideali?
Noi, dolce parola, noi credevamo!

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Noi credevamo
  • Regia: Mario Martone
  • Con: Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Andrea Bosca, Edoardo Natoli, Luigi Pisani, Andrea Renzi, Renato Carpentieri, Guido Caprino, Ivan Franek, Stefano Cassetti, Franco Ravera, Michele Riondino, Roberto De Francesco, Toni Servillo, Luca Barbareschi, Fiona Shaw, Luca Zingaretti, Alfonso Santagata, Peppino Mazzotta, Giovanni Calcagno, Vincenzo Pirrotta, Anna Bonaiuto
  • Sceneggiatura: Mario Martone, Giancarlo De Cataldo liberamente ispirata a vicende storiche realmente accadute e al romanzo di Anna Banti Noi credevamo
  • Dialoghi: Mario Martone
  • Fotografia: Renato Berta
  • Musica originale: Hubert Westkemper
  • Musica addizionale: Giuseppe Verdi, Vincenzo Bellini, Gioacchino Rossini eseguita dall’Orchetra sinfonica della Rai di Torino diretta da Roberto Abbado
  • Montaggio: Jacopo Quadri
  • Scenografia: Emita Frigato
  • Costumi: Ursula Patzak
  • Produzione: Carlo Degli Esposti, Conchita Airoldi e Giorgio Magliulo per Palomar in collaborazione con Feltrinelli e Rai Cinema e in coproduzione con Serge Lalou per Les Films D’Ici e Arte France
  • Genere: Drammatico
  • Origine: Italia / Francia, 2010
  • Durata: 170’ minuti

 


DIDASCALIE IMMAGINI

- Locandina italiana
- Andrea Bosca, Edoardo Natoli e Luigi Pisani
  sono i giovani Angelo, Domenico e Salvatore
- 1862: Garibaldini sull’Aspromonte
- Francesca Inaudi è la principessa Cristina
  di Belgiojoso
- Luigi Lo Cascio è Domenico nelle
  carceri borboniche
- Luca Barbareschi è il traditore
  Antonio Gallenga


IN COPERTINA
Particolare della locandina