Niki de Saint Phalle, “una magia più forte della morte”
di - pubblicato il 03 Dicembre, 2009 in Mostre
Sapevo che anche io, un giorno, avrei costruito il mio Giardino della Gioia.
(Niki de Saint Phalle)
Energia incontenibile e creatività istintiva, violenza subita e fantasia repressa: una miscela esplosiva per trovare quel luogo misterioso in cui abita la gioia. E l’arte il medium per realizzare questo percorso, la terapia per liberarsi delle oscure proiezioni interiori in vista di un universo colorato e personale. Riduttivo? Certamente. D’altra parte quando ci si trova di fronte a un’artista esuberante e complessa come Niki de Saint Phalle è difficile o forse impossibile arginare e codificare in maniera esaustiva lo straripamento di sollecitazioni sensoriali a cui lei ci sottopone.

È quello che si propone di fare la rassegna “Niki de Saint Phalle” di Museo Fondazione Roma (già Museo del Corso), che dedica fino al 17 gennaio 2010 la prima mostra antologica mai realizzata in Italia all’esponente del Nouveau Réalism. Oltre 100 le opere esposte, ottenute grazie alla prestigiosa collaborazione della Niki Charitable Art Foundation, sorta in California dopo la morte dell’artista, e al supporto organizzativo di Comediarting. Eccezionale l’attenzione verso il pubblico dei più piccoli: i bambini fino a 14 anni possono visitare gratuitamente la rassegna, in omaggio probabilmente alla sensibilità pedagogica dell’artista, di cui alcune opere monumentali come il Golem e il Drago sono nate come fantastici parchi gioco. A tal proposito è doveroso segmalare la mostra “Le scatole dei segreti di Niki de Saint Phalle” in corso presso il Museo in erba di Bellinzona, in Svizzera (per maggiori informazioni consultare ilsito).

L’itinerario espositivo segue lo sviluppo interiore dell’artista, dividendosi in quattro sezioni o “stanze della memoria”, in cui sono distribuiti dipinti, sculture, disegni e fotografie. La corrispondenza tra il vissuto sofferente e tumultuoso della francese e l’universo parallelo del suo lavoro è la chiave di volta per comprendere questo percorso. Secondo il curatore della mostra, Stefano Cecchetto, “l’arte della de Saint Phalle non è un progetto continuo che si svolge tranquillamente e pacatamente da un punto all’altro del tempo secondo una strada ricostruibile, ma è una strada incessante di tentativi, di ricerche e di avventure che si muovono in tutte le direzioni, e spesso si accavallano, a volte si contraddicono, e talora si distruggono a vicenda”.

Nella prima sezione, Le origini, dobbiamo ricostruire l’identità e il trascorso della giovane Niki: nata nel 1930 a Neuilly-sur-Seine e appartenente a una ricca famiglia di banchieri, la de Saint Phalle vive prima in Francia, dove farà spesso ritorno, poi a New York, posando malvolentieri per riviste come “Vogue”, Harper’s Bazar” e “Life magazine”. Il suo è un mondo di rabbia e inquietudine, popolato da maschilismi e ingiustizie sociali: la violenza del padre, la bellezza di una madre circondata da amanti, il rifugio nell’affetto domestico della tata di colore. Ma attraverso i viaggi in Europa, tra musei e cattedrali gotiche, Niki incontra l’arte, quel catartico principio di vita che la salva dal grave esaurimento nervoso del 1953. Così le opere degli anni ‘50 e ‘60, la serie Cathédrale, Self-Portait e Study for King Kong, tutti agglomerati materici profondamente segnati da un febbrile tormento, rivelano già la fascinazione verso l’esperienza surrealista di Mirò, verso gli emblemi esoterici di Victor Brauner e verso il mondo visionario di Antoni Gaudì. Dall’incontro, all’inizio degli anni ’60, con gli esponenti del Nouveau Réalism, scaturisce la famosa serie dei Tiri: un insieme di azioni violente e liberatrici attraverso cui l’artista spara con una carabina su dei rilievi di gesso dove sono collocati sacchetti di vernice, allo scopo di “far sanguinare” il colore.

Ma nella seconda sezione della rassegna l’universo aggressivo di coltelli, pistole e fucili lascia spazio alla necessità di comunicare tutte le forme del mondo femminile: Les Nanas, smisurate creature fuori dall’ordinario diventano l’emblema di questa esigenza. Opere come Nana Boule, Ange Luminaire, Gwendolyn, Big Lady (Black) e Nana sur le dauphin coniugano l’allegra leggerezza di movimenti sinuosi e danzanti con le forme ciclopiche di una sfida alle regole della gravità, al fine di creare una bambola protettiva e materna testimone di un equilibrio familiare sempre fragile e precario.

I disegni preparatori e i bozzetti di quello che diventerà lo strepitoso Giardino dei Tarocchi di Capalbio, l’opera monumentale italiana realizzata negli anni ’80 in collaborazione con il marito Jean Tinguely, occupa la terza parte della mostra. Le 22 gigantesche sculture degli Arcani Maggiori, rivestite di una pelle scintillante di specchi, vetri e ceramiche colorate, non solo ci catapultano in uno scenario suggestivo e irreale, ma ci trascinano in un percorso esoterico e filosofico legato al vissuto interiore dell’artista. “I Tarocchi mi hanno dato una chiave di lettura per capire meglio la vita spirituale ed affrontare i problemi della vita. Mi hanno anche aiutato a capire come tutte le difficoltà vadano affrontate una dopo l’altra per poter finalmente conquistare la pace interiore ed il giardino del Paradiso”, sostiene Niki.

L’ultima “stanza della memoria” è dedicata allo Spiritual Path tra la de Saint Phalle e suo marito Jean Tinguely, una collaborazione che seconda l’artista è “un dono degli dei” e le cui attività “sono state vividamente colorate dal loro amore, dalla loro separazione, dalla loro amicizia e dalla rivalità sempre esistita tra i due”. Opere come Jean in my Heart e You are my love forever and ever and ever… sono la testimonianza di questo sodalizio. Numerosi i frutti della loro unione: la Hon, monumentale Nana incinta sdraiata sulla schiena per il Moderna Museet di Stoccolma, Il Paradiso Fantastico, gruppo di nove sculture per l’Expo ‘67 di Montreal, la Fontana Stravinsky per la Piazza del Centre Pompidou di Parigi, il Ciclope di Milly-la-Forêt e la Fontana di Château-Chinonon .
L’esposizione si conclude con la serie di opere su carta intitolata California Diary: dall’inizio degli anni ‘90 Niki si trasferisce nella sua tenuta di La Jolla, vicino a San Diego, e registra gli eventi quotidiani in un epistolario di parole e disegni allo scopo di comunicare la sua rinnovata passione per la vita, l’amore e il lavoro. Lì, nel maggio del 2002, all’età di 71 anni, finisce i suoi giorni. Lasciandoci, come cospicua eredità, un’ Arte della Gioia.