Nigra sum sed formosa. Sacro e bellezza del’Etiopia Cristiana
di // pubblicato il 04 Maggio, 2009
Ca' Foscari è tra i fortunati atenei italiani che dispongono di spazi autonomi per le attività espositive.
Con quasi mille metri quadrati affacciati sul Canal Grande (un tempo residenza quattrocentesca di Ca' Giustinian dei Vescovi) e con criteri di verifica delle proposte, ogni mostra allestita coinvolge docenti, dottorandi, specializzandi dell'ateneo che imparano anche ad affrontare la progettazione di un allestimento, a ricevere e a restituire un'opera d'arte verificandone le condizioni, a studiare l'organizzazione di un book-shop, ma anche e soprattutto a impiegare dispositivi, strumenti e archivi di materiali multimediali, costruendone a loro volta di nuovi mediante le riprese dei back-stage, le interviste ad artisti, specialisti e a semplici utenti, la realizzazione di particolari inquadrature delle opere d'arte esposte o la proposta di accostamenti musicali.
Il risultato garantisce a Venezia di non essere "solo" uno dei più densi contenitori di segni artistici del mondo, ma anche un laboratorio in cui sperimentare nuove tecniche di fruizione dell'arte.
Se non l'avete ancora vista, approfittate dell'ultimo periodo di programmazione, ma non perdete Nigra sum sed formosa. Sacro e bellezza del'Etiopia Cristiana" perché vale davvero un viaggio in laguna.
Si tratta della prima grande mostra italiana sull'arte ultramillenaria dell'ex Colonia e il titolo rimanda al versetto del Cantico dei Cantici e alla Regina di Saba, scelto proprio per ricordarne la realtà religiosa, prima giudaica, che l'Etiopia cristiana si è trovata a confrontare anche con popolazioni islamiche confinanti.

Le sagome che dal ponte di Ca' Foscari vi ccompagneranno fino all'interno (una di cinque metri costituisce di fatto l'entrata e il segnale della sua presenza sul Canal Grande) sottolineano bene il ruolo dei personaggi all'interno del percorso.
Al piano terreno le suggestioni della civiltà artistica etiopica con fotografie, filmati, musiche fino alle acqueforti di Lino Bianchi Barriviera sulle chiese rupestri fatte erigere dal re Lâlibalâ (XII-XIII sec.), da cui prende nome la città santa costruita sulle montagne del Lasta.
Scorci e decorazioni di questi edifici sono proiettati sulle pareti delle sale adiacenti al salone d'ingresso, sul cui soffitto è proiettato una sorta di rotolo magico random, realizzato a partire dalle combinazioni degli elementi iconografici di quelli esposti in mostra.
Passando alla sala di collegamento al piano superiore una processione circonda vetrine con croci astili (cifra di collegamento dell'intera esposizione) e invita lo spettatore a salire.
Il Mappamondo di Fra Mauro, capolavoro cartografico della Biblioteca Marciana, vi stupirà.
Adesso, nel secondo salone si amplifica il denso simbolo del libro: codici miniati e rotoli magici, giustapposti alle prime testimonianze dei viaggiatori europei in Etiopia.
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Ancora oltre, quattro sale contigue allineano straordinarie icone in massima parte inedite e che vanno dal XV al XIX secolo, una di queste sale si incentra sulla figura di Nikolaus Brancaleon, pittore veneziano inviato dal doge in Etiopia nell'ultimo scorcio del '400, mostrando un'opera attribuita alla sua bottega e i preziosi libri di modelli che scaturiscono dal suo arrivo in terra d'Africa.
In ogni sala il supporto di personale specializzato per un percorso anche estremamente approfondito.
Di grande pregio il sito ufficiale che suggerisco di esplorare prima della visita.