Nicolò dell’Abate alla corte del Boiardo
di // pubblicato il 30 Maggio, 2009
di Elisa Mazzagardi
L’idea di ritrovare il Paradiso tra le mura della Rocca di Scandiano, dimora del poeta rinascimentale Matteo Maria Boiardo, colpisce al cuore come un rimprovero solenne assestato in mezzo al petto della Storia quasi a toglierle il fiato. Quelle mura non parlavano a nessuno da tempo, scialbate, offese dai saccheggi del XVIII e XIX secolo, dimenticate nell’abbandono del palazzo e poi, d’un tratto, ci hanno nuovamente offerto un tesoro, spuntato fuori come un fiore tropicale sotto un acquazzone. Su di esse la poesia piena di sogno e di fascino di Nicolò dell’Abate, l’artista modenese prediletto dagli ultimi signori rinascimentali dell’area padana, espressione del suo stile nel momento immediatamente precedente il suo trasferimento a Bologna e il successivo al passaggio in Francia, a Fontainebleau, dove morirà.

Un recupero paziente e meticoloso, durato quattro anni ha portato alla luce diverse lunette con paesaggi aperti, edifici, città in lontananza e vestigia di antichità conclusi alla base da meravigliosi festoni di frutta e fiori che nonostante lo stato di conservazione non uniforme hanno confermato le ipotesi avanzate da Diego Cuoghi sull’identificazione di quella sala nel cosiddetto camerino del Paradiso.
Proprio quella sala nel 1884 conobbe lo scempio dello spoglio della decorazione pittorica per opera di Giovanni Rizzoli che, con autorizzazione ducale, privò il palazzo sia delle decorazioni della corte che del loggiato. Là figure di suonatori e suonatrici che ornavano i pennacchi di sostegno dell’originaria volta ribassata una volta strappate confluirono presso la galleria Estense di Modena. Il frutto di questa razzia veniva riunito così alla decorazione parcellizzata del Camerino dell’Eneide, asportata con intonaco e massello nel 1772 dalla stessa Reggia.

Il cromatismo ricco e la grazia di queste immagini sono una personale reinterpretazione della moda di Raffaello diffusasi nel nord Italia in seguito alla diaspora dei suoi seguaci da Roma a causa del Sacco dei Lanzichenecchi del 1527, ma sono anche già prefigurazione dell’inventiva disegnativa e della leggiadria delle immagini del Parmigianino.
Le fughe dei paesaggi appena riscoperti, accostati alle meravigliose tele dei pennacchi ci rendono nuovamente l’impressione della straordinarietà del complesso decorativo, voluto da Giulio Boiardo nel 1540 anno in cui Nicolò si era allontanato da Modena in cerca di quel lavoro che nella provincia estense era progressivamente calato.
Mario Mussini, curatore della mostra, mette in luce proprio la raffinatezza di questo ciclo decorativo in relazione alla moda del tempo di utilizzare l’arte come mezzo di propaganda e affermazione sociale delle famiglie aristocratiche. “Il fenomeno-scrive Mussini- si ripeteva su scala minore nelle corti più piccole […] ciascuno di questi micro stati tendeva a riprodurre su piccola scala i modelli delle corti maggiori, in un desiderio di autopromozione, che rispecchiava le frustrazioni di un potere ridotto territorialmente ed economicamente, in cui l’arte, col suo nuovo status di attività intellettuale, era segno di potere culturalmente aggiornato, ma anche di adesione ad una moda da cui non si poteva sfuggire, pena l’irrisione e la dequalificazione.”

I fregi del camerino del Paradiso, con la raffigurazione sulla volta del Convito degli dei per le nozze di Amore e Psiche (derivato diretto del medesimo soggetto di Raffaello alla Farnesina) rinviano alla raffinata cultura umanistica della corte dei nobili Boiardo, che sempre sul medesimo piano avevano commissionato a Nicolò soggetti tratti dall’Eneide con scene concluse in basso con monocromi di battaglie e sormontate da lunette con paesaggi.
Dopo due secoli dagli ultimi scellerati saccheggi, il progetto di una straordinaria ricostruzione prende forma in una grande mostra aperta fino all’11 ottobre che attraverso 80 opere rilancerà il riscatto alla Storia, e sarà (uso le parole di Angelo Mazza co-curatore) “il segnale di una controtendenza augurabilmente non effimera”.