Nessuno sa – Dare Mo Shiranai

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 30 Luglio, 2010

Ispirato da un fatto di cronaca che ha sconvolto il Giappone alcuni anni fa, un gruppo di bambini abbandonati e malnutriti fu scoperto in un appartamento nel quartiere di Nishi Sugamo a Tokyo, il bellissimo film di Kore-eda Hirokazu Dare Mo Shiranai (Nessuno sa) racconta una drammatica condizione di sopravvivenza quotidiana. La pellicola s’interroga già nel titolo su come sia possibile che accadano eventi simili in una città, dentro una metropoli con milioni di abitanti che vivono accanto ad una situazione estrema senza vederla o saperne niente, dando così una misura della disgregazione sociale, della perdita del senso di comunità, che spesso appartiene alle nostre città moderne.

Una didascalia all’inizio avverte che i fatti di cronaca vanno considerati solo come mera ispirazione ma eventi narrati nel film e psicologia dei personaggi sono da ritenersi frutto di fantasia.
Keiko Fukushima è madre di quattro figli avuti da uomini diversi, assieme al maggiore di dodici anni Akira, si trasferisce in un appartamento nuovo e si presenta al padrone di casa dicendo che suo marito lavora all’estero. Per nascondere la verità sulla sua situazione familiare, la Legge giapponese è particolarmente discriminatoria verso i figli illegittimi nati fuori dal matrimonio, e sfuggire la tutela delle assistenti sociali, la donna introduce in casa nascosti dentro delle valige i piccoli Shigeru e Yuki, mentre la secondogenita Kyoko aspetta alla stazione il calar della notte, quando il fratello Akira andrà a recuperarla, per entrare nell’abitazione protetta dall’oscurità

Con la naturale immediatezza di un documentario Nessuno sa mostra la quotidianità di questi bambini costretti a nascondere al mondo la propria esistenza, senza amici, rinchiusi in un appartamento e nell’impossibilità di frequentare una scuola come invece, almeno i più grandi desidererebbero.
La madre, tradendo ogni promessa, si allontana dai figli per lunghi periodi, dimenticando di tornare per il Natale come si era impegnata a fare, lasciando al figlio maggiore denaro e responsabilità di badare ai fratelli più piccoli, ricattatoria nell’opporre alle domande di spiegazione del figlio una frase emblematica del suo egoismo: “Non ho diritto anch’io d’essere felice?
Nel continuo tentativo di nascondere l’abbandono ai fratelli, Akira prepara bustine con i soldi e dediche scritte da una donna estranea come regali di Natale, simulando un pensiero della madre per loro o inventando inesistenti impegni di lavoro per nascondere la superficialità della donna, all’inseguimento di un nuovo amore che intenda sposarla.

Akira, interpretato con una bravura strabiliante dall’allora dodicenne esordiente Yagira Yûya, per questo ruolo fu premiato con la Palma D’Oro al Miglior Attore al festival di Cannes 2004, è costretto dall’irresponsabilità di una madre immatura a dimenticare i giochi e il suo essere bambino, per fare la spesa, preparare da mangiare e all’occorrenza recarsi dagli ex fidanzati della donna, presunti o effettivi padri dei suoi fratelli, a chiedere denaro per sopravvivere.

Kyoko, la seconda figlia, insegue tracce della madre nascondendosi al buio nell’armadio dei suoi vestiti, quando la donna riappare, dopo settimane con regali per i bambini, e le mette il suo smalto rosso sulle unghie delle mani, è quello per la bimba l’unico momento di tenerezza ricevuto da una madre assente. Il giorno seguente la donna se ne va di nuovo, l’immagine della manina con lo smalto posata sulla lavatrice, al cui utilizzo è addetta la giovane Kyoko, è la perfetta incarnazione visiva della sua intima sofferenza.

Quella solitudine così impietosamente inflitta nell’infanzia è senza rimedio perché accompagna l’individuo nell’intera esistenza. I bambini nei loro primi anni di vita e fino all’adolescenza assorbono ciò che sta loro intorno, attraverso esempi comportamentali e i modi di vivere che conoscono si creano la loro mappa del mondo. I genitori solitamente sono i modelli di riferimento per ogni tipo d’approccio a rapporti futuri, d’amore, d’amicizia o anche di semplice conoscenza, il danno che un’assenza così porta alla costruzione della fiducia, necessaria per la creazione di relazioni sane, può essere irreparabile perché, di fatto, consegna la persona a traumi e fobie che nutrirà in età adulta.

I bambini invisibili del film coltivano la speranza con i semi raccolti in giardino e piantati in barattoli sul balcone di casa, fanno disegni colorati sulle ingiunzioni di pagamento delle bollette, incomprensibili a causa del loro analfabetismo, accettano passivamente gli eventi senza cercare aiuti all’esterno, perché sanno che affidati a una qualche struttura sociale, non sarebbe garantito loro di vivere tutti insieme.

La bellezza del film di Kore-eda Hirokazu, sta nella sua capacità di parlare direttamente allo spirito, la macchina da presa mostra dettagli, alla sensibilità di chi guarda il compito di codificarne il significato e recepirne il senso. Così lo smalto sbiadito sulle dita di Kyoko diventa misura del tempo trascorso nell’assenza della madre e dell’immenso dolore che ciò ha generato.

I fatti reali avvennero nel 1988 ma il regista ha scelto di ambientare il film nell’attualità del 2004 perché ancora oggi in Giappone i bambini non denunciati all’anagrafe, che quindi socialmente non esistono, sono un fenomeno molto diffuso.
Hirokazu, anche autore della sceneggiatura, ha dichiarato di esser rimasto colpito del ragazzino maggiore incarnato nel film da Akira, che nonostante la madre l’abbia abbandonato, rincontrandola nell’aula di tribunale è scoppiato in lacrime, in preda ai sensi di colpa per aver deluso le sue aspettative. Il regista ha realizzato questo film per dare un abbraccio morale al vero protagonista della storia reale, non avendo potuto incontrarlo di persona, e dirgli che è stato bravo per tutto ciò che ha fatto nell’accudire i suoi fratelli.

Inedito in Italia, ennesimo esempio della mancanza di coraggio del settore nel distribuire una pellicola, più volte inutilmente annunciata, che con estremo candore mostra una situazione cruda in modo lucido, impietoso e senza alcun intento consolatorio, la visione italiana di Nessuno sa è affidata a rare trasmissioni notturne in lingua originale con sottotitoli. Per chi volesse cercarlo in rete, il suo titolo internazionale è Nobody knows.

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Dare Mo Shiranai
  • Regia: Kore-eda Hirokazu
  • Con: Yagira Yûya, Kitaura Ayu,
    Kimura Hiei, Shimizu Momoko,
    Kan Hanae, You, Kushida Kazuyoshi,
    Okamoto Yukiko, Hiraizumi Sei,
    Kase Ryo, Tate Takako, Kimura Yûichi,
    Endô Ken’ichi, Terajima Susumu
  • Sceneggiatura: Kore-eda Hirokazu
  • Fotografia: Yutaka Yamasaki
  • Musica: Titi Matsumura & Gonzales Mikami (Gontiti)
  • Montaggio: Kore-eda Hirokazu
  • Scenografia: Toshihiro Isomi,
    Keiko Mitsumatsu
  • Produzione: Kore-eda Hirokazu,
    Kôno Satoshi e Toshiro Uratani per
    Bandai Visual, Cine Qua Non Films e Engine Film
  • Genere: Drammatico
  • Origine: Giappone, 2004
  • Durata: 140’ minuti

 


DIDASCALIE IMMAGINI

- Locandina originale giapponese
- La famiglia Fukushima al completo:
  Shigeru, Akira, Kyoko, Yuki e la madre Keiko
- Akira nel torrido caldo estivo / La piccola
  Shimizu Momoko interpreta Yuki
- Lo smalto sulle mani di Kyoko /
  Kimura Hiei è Shigeru
- Yagira Yûya è Akira / I disegni di
  Yuki sulle ingiunzioni di pagamento
- Kitaura Ayu è Kyoko, con la piccola Yuki /
  Kan Hanae è Saki, amica giunta dall’esterno


IN COPERTINA

Particolare della locandina internazionale