Nemrut Daği, arcano millenario
di // pubblicato il 13 Ottobre, 2011
Turchia, Anatolia centrale, vicino alla città di Adiyaman si erge in tutta la sua imponenza il Nemrut Daği (si pronuncia dagh e significa montagna) appartenente al gruppo del Tauro Orientale, che con i suoi 2150 metri d’altezza è la vetta più alta della Mesopotamia settentrionale.
Lassù, in alto, in un luogo impervio e inaccessibile Antioco I re di Commagene (in greco Κομμαγηνή), un piccolo stato cuscinetto schiacciato tra l’impero romano e quello persiano, nel primo secolo avanti Cristo fece erigere il suo mausoleo, generando il culto che trasformò il monarca in divinità trascendente.
Da quell’epoca remota un messaggio inciso nella pietra dal sovrano è giunto fino a noi:
“Qui vicino ai troni celesti, su fondamenta inaccessibili alle ingiurie del tempo, ho desiderato elevare questa tomba consacrata agli Dei, questo Hierothèsion, dove il mio corpo effimero, dopo essere invecchiato in mezzo alle benedizioni, dormirà nel sonno eterno separato dalla pia anima volta verso le regioni celesti di Zeus Oromasde.”

Cancellata per millenni ogni memoria l’esistenza stessa del sito fu dimenticata, fino all’inverno 1883 quando alcuni archeologi tedeschi scorsero teste di pietra emergere dalla neve e grazie a una squadra dell’American School of Oriental Researches il sepolcro fu riportato completamente alla luce nel 1953.
Dal 1987 il maestoso complesso del Nemrut Daği è entrato a far parte del patrimonio mondiale dell’umanità protetto dall’Unesco.
Il mausoleo è strutturato in un tumulo artificiale di pietra frantumata, alto 50 metri e con un diametro di 150, alla cui base si affacciano tre diverse terrazze; ma una, quella nord che fungeva da punto di raccolta per i pellegrini giunti dalle diverse strade che qui confluivano arrampicandosi sulla montagna, è oggi talmente rovinata da risultare di difficile individuazione.
Le altre due terrazze, orientate a est e ovest in asse perfetta con i movimenti solari, nonostante la natura sismica del territorio che ha arrecato danni nel corso dei secoli appaiono molto meglio conservate.

Nella terrazza ovest sono ancora presenti cinque statue con figure alte nove metri, oggi decapitate e sparse in pezzi sul terreno, raffiguranti il defunto in compagnia delle divinità greco-romane. Sono riconoscibili il padre di tutti gli dei Zeus Oromasde, la dea Tyche, Apollo-Mithra-Helios-Ermes ed Eracle-Artagnes-Marte, con il leone e l'aquila, simboli della dinastia di Commagene, a chiudere le estremità.
Qui una lastra raffigura il cosiddetto Leone Astrale, considerato uno dei più antichi oroscopi del mondo, per alcuni riporta la data della salita al trono di Antioco I, per altri il suo compleanno o la fondazione del sito, di certo indica il 7 luglio del 62 o 61 a.C.
La terrazza est è adornata di statue raffiguranti dei assiro-babilonesi e poste su un altare cui si accede da una scalinata, due scale laterali arrivano alla base delle divinità stesse. I corpi assisi perfettamente conservati, le teste molto più consumate dal tempo sparpagliate a terra tutt’intorno e corredate di nuovo dalla presenza di aquile e leoni.

Il Nemrut Daği rappresenta per molti versi un enigma. Come è stato possibile trasportare fin lassù l’enorme quantità di pietre frantumate per costruire il cono centrale resta un mistero e nonostante l’impiego delle più moderne tecnologie, compreso l’utilizzo del sonar per scandagliare la montagna, Il tumulo nasconde forse la camera mortuaria del sovrano che non è stata ancora a tutt’oggi individuata.
Le nebbie del tempo avvolgono la genesi dell’antico mausoleo conferendogli un sapore esoterico, mistico e speciale. Dato l’orientamento ben calcolato delle sue terrazze, i momenti migliori, i più magici per visitarlo risultano l’alba e il tramonto.
Agenzie e alberghi della zona organizzano pulmini che nell’oscurità della notte si arrampicano sulla strada impervia per conquistare la cima, ma io che amo viaggiare in libertà, senza i vincoli di un’organizzazione che gestisca i miei spostamenti, non me la sono sentita di affrontare gli ultimi ripidissimi kilometri di strada, schiacciata contro la roccia da un lato e aperta sul baratro senza alcuna protezione dall’altro, nel buio della notte.

Sono giunto al rifugio all’ingresso del parco archeologico quando calava la sera e ho passato la notte in auto, inclinato di 30° su un lato e scosso dal vento perenne che imperversa senza posa in questi luoghi; piccoli ciottoli del terreno sollevati dalla forza del vento colpendo le gambe sono come tante innumerevoli punture.
Alle quattro e mezzo di notte, unendomi a un’umanità infreddolita, armata di coperte e giubbotti contro il tagliente vento notturno del Nemrut, mi son incamminato nel sentiero a picco sul vuoto che conduce alla terrazza orientale.
E’ un’emozione indimenticabile arrivare nel buio, prendere posto seduto sulla roccia e assistere allo spettacolo immenso della natura. Il sorgere del sole colora il cielo dei suoi mille colori e come un sipario che lentamente si alza a svelare la meraviglia di ciò che ti circonda, la luce fa emergere gradualmente dall’oscurità le imponenti statue dalla bellezza millenaria.

Dopo aver sognato per anni di raggiungere il Nemrut Daği finalmente questo luogo leggendario era davanti a me e ne calpestavo il terreno, così per assaporare fino in fondo la sua bellezza immortale, ho atteso lunghe ore che arrivasse il tramonto per poter ammirare anche la terrazza occidentale nella sua luce migliore.
E’ stata un’esperienza indimenticabile, talmente forte che è come se una piccola parte della mia anima fosse rimasta lassù prigioniera. A volte d’inverno, al caldo sotto le coperte nel buio della notte, il pensiero vola su quella vetta inospitale e mi scopro a immaginare l’oscurità che avvolge quelle pietre millenarie. Allora, nel silenzio, mi ricongiungo a quella parte di me che appartiene al Nemrut e gli apparterrà per sempre.
