Napoli parla di se al Madre.
di // pubblicato il 25 Giugno, 2009
Nel cuore storico di Napoli, a pochi metri dai luoghi di culto della città, sorge il Museo d'Arte contemporanea Donna Regina, il grande M.A.D.R.E.

L’offerta estiva del museo partenopeo dispensa proposte per tutti i palati.
Chi è l'antologica che cerca, allora basterà che si rechi al terzo piano del museo, dove un'ampia retrospettiva Naufragio con spettatore 1974-2004 dedicata a Francesco Clemente, attraverso 110 opere offrirà una panoramica su trent'anni dell'attività dell'artista napoletano.
Nato sul Golfo di Napoli, ben presto Clemente decise di abbandonare l’orizzonte festoso del Vesuvio, salpando per altre rotte. La tappe furono varie ed eterogenee e molto proficue.
Ci fu Roma, dove ebbe modo di fraternizzare con le punte di diamante tra gli artisti del tempo.
Ci fu l’Afghanistan, attraversato a piedi con Boetti nel ’74.
Ci fu l’India, dove soggiornò e aprì uno studio nella città di Madras.
L’interesse per i testi della cultura Indù, unito a quello per la cultura locale, formeranno un sostrato costante all’opera di Clemente che ne risentirà per temi, forme e colori.

Il disegno mantenne un posto d’onore ma le tecniche sperimentate furono da sempre le più varie, e valsero a formare, di volta in volte, opere-tappe, appunti di un suo ideale diario di viaggio in terra straniera, ma sempre ricondotte, alla fine, alla sua terra d’origine.
Ritornato in patria italiana prese parte al gruppo della Transavanguardia formatosi a Roma, che postulava un ritorno della manualità dopo il periodo concettuale. Si torna alla gioia dell’arte, ai colori e alla materia, come del resto già l’India gli aveva insegnato.
Poi ancora nuovi viaggi e nuovi porti a cui approdare. È la volta di New York, poi Londra, poi la Giamaica, e poi di nuovo il Messico.

Da onnivoro viaggiatore quale è, Clemente non si lascia sfuggire nulla. Sensazioni, ambientazioni e spunti particolari (a New York studia persino il sanscrito!), lo permeano completamente e diventano nuovi semi che crescono e si alimentano su ciò che sempre, anche durante ogni nuova dipartita, Napoli e la cultura italiana gli lasciano di se.
Per chi fosse invece lo stimolo a una riflessione ad ampio raggio ciò che cerca, la meta sarà allora il secondo piano del Madre.
Degrado, cumuli di macerie e sporcizia, e poi denti digrignati, stretti, consumati; cosa hanno a che fare queste immagini con la realtà di oggi? Molto, quando si parla di immigrazione, sfollati, di fastidiosi indici dell’imperfezione del nostro bel mondo, che fanno da monito su qualcosa che richiederebbe troppa fatica il voler sistemare.

L’artista spagnolo Santiago Sierra con la sua retrospettiva “Ponticelli”, partendo da immagini scattate come reportage fotografico nell’ex campo Rom di Ponticelli tra maggio e giugno del 2008, crea un percorso non solo nella Napoli ma nell’intera realtà italiana, e per certi versi europea, dei nostri giorni.
Il fatto di cronaca, aperto dalla vicenda del tentato rapimento di un bambino da parte di una giovane rom e la conseguente rivolta xenofoba scatenatasi nel quartiere, è indagato da Sierra con il suo tipico spirito provocatorio e lapidario. Scene di degrado e abbandono documentano lo stato del quartiere in “quei giorni” in cui il fatto si svolse.
Poi un cambio di scena: denti digrignati, rovinati e fastidiosi. Sono proprio quei denti degli ultimi superstiti del campo nomadi che compaiono e ci disturbano, diventando l’esatto equivalente in arte della questione: cioè che ci infastidisce e ci ripugna, cioè che della realtà non vogliamo vedere e occultiamo semplicemente girandoci dal lato opposto, ora ci appare qui, proprio appeso alla parete di quel lato opposto!