Mount Etna is singing the blues
di // pubblicato il 17 Luglio, 2012
“Gli Irlandesi sono i più negri d'Europa, i Dublinesi sono i più negri di Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino”: così dice Jimmy Rabbitte nel film The Commitments (A. Parker, 1991) spronando i futuri membri dell’omonima band. Il 13 luglio del 2012 abbiamo avuto modo di scoprire però che anche i Siciliani non scherzano quanto a “negritudine”. A Mascalucia, piccolo Centro che sorge alle falde dell’Etna, si è svolta infatti la seconda serata del festival Etna In Blues, giunto ormai alla sua nona edizione.
La rassegna è ormai da qualche anno non solo vetrina per i grandi nomi del blues a livello internazionale (ricordiamo fra gli altri le partecipazioni di Popa Chubby, Marcia Ball e Solomon Burke), ma anche trampolino di lancio per giovani musicisti che - partecipando al concorso Blues On The Road - ottengono il diritto di suonare su questo prestigioso palcoscenico.

Per aprire la seconda serata e intrattenere il pubblico che si assiepava sui gradoni, si sono infatti esibiti fin dalle 20:30 tre gruppi emergenti: il coro Insolitenote, The Red Light e New Generation Class. I catanesi Insolitenote hanno proposto - cantando rigorosamente a cappella - un repertorio costruito sui nostalgici anni Cinquanta, riportando alla mente ora le carezzevoli voci di Dean Martin e Perry Como ora la colonna sonora di Blue Velvet; molto ferrati e calzanti nel repertorio più “bianco”, si sono mostrati però incerti e un po’ rigidi nell’affrontare lo spiritual. I palermitani The Red Light sono un quartetto composto da batteria, basso, chitarra elettrica e cantante armonicista, una formazione che preannuncia sonorità urbane che riconducono l’ascoltatore agli anni d’oro della Chess Records; il loro repertorio si incentra sui grandi classici del rock ‘n’ roll dei tardi anni Cinquanta che vengono ripresentati con grande entusiasmo e brio, con una forza magnetica che attrae, diverte e coinvolge il pubblico. I New Generation Class, anche loro provenienti da Catania, non sono giunti sul palco attraverso il concorso On The Road ma per volere di Corrado Zappalà, loro scopritore e patròn del festival. Il gruppo ha un bel suono, è compatto e offre una miscela di country, southern rock anni Sessanta e pop della West Coast: forse un po’ mielosi ma piacevoli.

Dopo l’esibizione di questi tre ottimi gruppi la serata è entrata nel vivo con l’ingresso sul palco di Mitch Woods. Questi, cantante e pianista, è nato a Brooklyn nel 1951 ma fin dal 1971 ha il suo quartier generale a San Francisco. Ad accompagnarlo i suoi Rocket 88 (ottantotto come i tasti del pianoforte), formazione tutta italiana che regala ottimi solisti che sanno come usare una scala pentatonica profondendo rock ‘n’ roll ad ogni piè sospinto; contrabbasso e batteria, compatti quanto discreti fanno da locomotiva e portano gli ascoltatori in gita attraverso i ritmi degli Stati Uniti d’America.

Mitch Woods dona al suo pubblico sonorità tradizionali, un jive ridotto per piccolo gruppo, uno swing energetico ed effervescente fatto tutto per i piedi; la sua musica ricorda, sebbene in versione decisamente più blues, le prove di Louis Prima e potrebbe ben inserirsi nella colonna sonora della serie americana According to Jim. I punti di riferimento sono chiari: Jerry Lee Lewis, Dr. John, Fats Domino e il Professor Longhair al quale è dedicata la composizione Mojo Mambo, un simpatico ritmo cajun che trasporta l’immaginazione verso le parate di New Orleans.

Il concerto - sebbene un po’ imbrigliato su ritmi simili, arrangiamenti un po’ ripetitivi e armonie sostanzialmente identiche - risulta divertente per il pubblico che balla scatenato sotto il palco, una serata spensierata, frizzante e piccante come un barbecue texano o un cajun crawfish.