Moon

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 19 Febbraio, 2010

In un lontano futuro lo sviluppo scientifico dell’umanità è riuscito a risolvere i problemi energetici del pianeta grazie alla scoperta di nuove fonti d’energia. La Lunar Industries è una multinazionale che, come ci informa lo spot che vediamo prima dei titoli di testa, ha installato sulla faccia oscura della luna una base spaziale vicino ai ricchi giacimenti del nuovo combustibile, l’Helium-3, che macchine trivellatrici robot provvedono a estrarre.

Alla base lunare vive e lavora come addetto alla manutenzione delle strutture e alla spedizione sulla terra del carburante estratto l’astronauta Sam Bell, interpretato da Sam Rockwell, unica compagnia per il solitario cosmonauta il computer di bordo Gerty 3000, programmato ad ascoltare e soddisfare ogni sua necessità, che nell’edizione originale si avvale della voce del due volte premio Oscar Kevin Spacey.

Mancano solo due settimane alla conclusione dell’ingaggio triennale e la mente di Sam comincia a far brutti scherzi, in seguito alla forzata e prolungata solitudine l’uomo inizia a soffrire di allucinazioni, finché distratto dalla percezione di un’inspiegabile presenza sulla crosta lunare ha un grave incidente e perde conoscenza. Al risveglio in infermeria non ha alcun ricordo dell’accaduto e nonostante i tentativi di Gerty per dissuaderlo decide di tornare sul luogo dell’incidente per scoprirvi, con indescrivibile sorpresa, un altro Sam Bell identico a se stesso.

Ispirato per stessa ammissione del suo autore ai grandi film di fantascienza degli anni ’70 e ’80, Moon segna il debutto alla regia del giovane Duncan Jones, per l’anagrafe figlio di quel David Robert Jones in arte David Bowie. Con un ritmo serrato da thriller psicologico il film ci accompagna lungo il dipanarsi di una narrazione mai banale e il rivelarsi di un incubo spaziale appassionante.

Debitore verso il capolavoro della letteratura Solaris scritto dallo scrittore polacco Stanislav Lem, da cui sono stati tratti l’omonimo bellissimo film di Andrej Tarkovskij e una versione meno riuscita di Steven Soderbergh, dell’idea di partenza dell’uomo praticamente solo in una base persa nello spazio e assalito dalle allucinazioni generate dall’inconscio, Moon mischia tante suggestioni e citazioni da vari altri capolavori cinematografici del genere come Alien, Blade Runner e 2001 odissea nello spazio, ma lo fa con una tale originalità e dando vita ad una narrazione sempre imprevedibile ogni minuto in più che va avanti, da risultare avvincente come non capitava di vedere da tempo nel cinema di fantascienza.

Da un soggetto originale dello stesso Duncan Jones, sceneggiato da Nathan Parker, pur nell’ambito ristretto del film di genere, Moon ha la capacità di instillare dubbi e riflessioni tra le pieghe della narrazione. Cosa ci rende individui unici e irripetibili ognuno a suo modo? Cos’è che costituisce il nostro io, la nostra identità personale? La memoria dei ricordi? Il bagaglio del nostro vissuto? E ancora, con l’enorme sviluppo della scienza e l’avvento costante di sempre nuove tecnologie, dov’è il limite etico oltre il quale il genere umano non dovrebbe mai spingersi? Chi può avere l’autorità di decidere ciò che è eticamente accettabile da ciò che rappresenterebbe una vera e propria aberrazione?

Non ultima la riflessione suprema di ogni individuo nel suo transitorio passaggio terrestre sul senso della vita e la paura della morte. Esiste un’altra insondabile dimensione oltre il mondo percepito o l’esistenza si ferma alla sperimentazione del conosciuto? Davvero è tutto qua e fino a che punto può spingersi l’uomo oltre le colonne d’Ercole del sapere umano?

Molto spesso la fantascienza ci porta in un lontano futuro perché a distanza mettiamo più facilmente a fuoco le cose che vediamo, ma è sul quotidiano presente che attraverso la metafora o la riflessione filosofica si vuole porre l’attenzione, anche Moon appartiene a questa nobile tradizione. Così mostrandoci un futuro indefinibilmente lontano s’interroga sull’oggi: in questa moderna società sempre più selvaggiamente liberista, dove tutto ha un prezzo ma niente sembra più avere valore, quanto conta la vita umana rispetto alle ragioni del mercato? Chi può avere l’autorità per ristabilire più giuste proporzioni?

Senza grandi effetti speciali il film deve buona parte della sua potenza alla grande interpretazione di Sam Rockwell, praticamente in scena da solo per tutto il film, fattosi già notare per le sue doti istrioniche e una carismatica presenza scenica nel film Confessioni di una mente pericolosa che pochi anni fa segnò l’esordio alla regia del divo George Clooney e sull’empatia che conseguentemente proviamo per l’astronauta solitario Sam Bell in prolungata astinenza da calore umano. Memori dell’inquietante Hal 9000 che in 2001 odissea nello spazio intonava la canzoncina del girotondo per instillare tenerezza e pietà nel protagonista che lo voleva disattivare, siamo prevenuti e portati a diffidare verso le premure di Gerty per l’astronauta Sam Bell, ma anche in questo caso niente è come appare e la spiegazione finale si rivelerà spiazzante.

Abituati ad ogni sorta di iperbolica ambientazione digitale del cinema contemporaneo, il basso budget del film unito ad una scelta visiva del regista ci fanno ritrovare sequenze vecchio stile dove modellini di veicoli cingolati si muovono sulla superficie lunare, ben realizzati e credibili regalano allo spettatore la gioia di un sapore d’altri tempi, come fosse l’incontro con un vecchio amico lontano. Girato completamente negli Shepperton Studios in Inghilterra, dove trent’anni fa Ridley Scott girò l’insuperato capostipite della saga di Alien, gli unici effetti speciali del film sono stati quelli utili a far interagire il protagonista Sam Rockwell con se stesso nella medesima inquadratura, come già accaduto a Jeremy Irons con Inseparabili di David Cronenberg e al Nicolas Cage de Il ladro di orchidee di Spike Jonze.

Bellissima e d’effetto la frase sulla locandina che precede il titolo: “250,000 kilometri da casa. La cosa più difficile da affrontare… è te stesso.”

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Moon
  • Regia: Duncan Jones
  • Con: Sam Rockwell, Dominique Mc Elligott, Kaya Scodelario, Benedict Wong, Matt Berry, Malcolm Stewart, Kevin Spacey è la voce di Gerty 3000 nella versione originale
  • Soggetto originale: Duncan Jones
  • Sceneggiatura: Nathan Parker
  • Fotografia: Gary Shaw
  • Musica: Clint Mansell
  • Montaggio: Nicolas Gaster
  • Scenografia: Tony Noble
  • Costumi: Jane Petrie
  • Produzione: Stuart Fenegan e Trudie Styler per Liberty Films in associazione con Xingu Films e Limelight
  • Genere: Fantascienza
  • Origine: Gran Bretagna, 2009
  • Durata: 95’ minuti

 


DIDASCALIE IMMAGINI

- Locandina italiana
- Sam Rockwell è l’astronauta forzatamente
  solitario della Lunar Industries, Sam Bell
- Sam al lavoro nel veicolo che lo porta sul
  luogo delle trivellazioni
- Solitudine sulla crosta lunare, la profondità
  dello spazio è metafora di quella interna
  all’essere umano
- Sam e un modellino del plastico che
  costruisce per ingannare il tempo /
  Tess e Eve sono moglie e figlia di Sam in un
  videomessaggio proveniente dalla terra /
  Il regista esordiente Duncan Jones
  sul set di Moon