Monstrueux vraisemblable: Goya e la modernità
di // pubblicato il 14 Marzo, 2010
Guardare, distogliere gli occhi, chiuderli per non vedere. Tapparsi gli occhi e tuttavia guardare attraverso le dita. Guardare ciò che nessuno ha mai visto prima. Guardare ciò che tutti hanno davanti agli occhi e fingono di non vedere. […] Guardare e non dissimulare lo sguardo: ammettere di aver guardato, rendere pubblico ciò che si è visto anche se nessuno ascolta o mostra interesse. Guardare e desiderare di non aver guardato e non dimenticare più. […] Vedere qualcosa e chiudere gli occhi serrando le palpebre con la speranza che quanto abbiamo visto sia scomparso quando torniamo ad aprirli. Guardare da presso ciò che viene ritenuto indiscutibile e veritiero, addirittura sacro, e scoprire un rozzo simulacro.
Antonio Muῆoz Molina

Colui che ha avuto il coraggio di guardare. Che ha definito nelle sue opere i termini dello sguardo moderno. “Non si può guardare” – ha scritto nella didascalia di uno dei Disastri della Guerra – ma aveva già deciso di farlo. E fino in fondo. Nelle Fucilazioni così come nei Dipinti neri racconta la verità della violenza umana, il modo in cui i forti abusano dei deboli, in cui la superstizione assale e assilla la coscienza. Prima di lui nessuno l’aveva fatto. Avevano tutti preferito non guardare. E racconta per di più un mostruoso dell’hic et nunc, reale e tangibile, che non appartiene al mondo della fantasia. Il suo grande merito, come ha detto giustamente Baudelaire, “è di aver creato un monstrueux vraisemblable: tutti quei contorcimenti, quelle facce bestiali, quelle smorfie diaboliche sono sature di umanità.”

Tutto questo in una mostra e sarà ospitata dal 17 marzo al 27 giugno nelle sale milanesi di Palazzo Reale.
La rassegna “Goya e il mondo moderno”, sostenuta, tra gli altri, dall’Assessorato alla Cultura di Milano e dalla Sociedad Estatal para la Accion Cultural Exterior di Spagna, in occasione del Semestre spagnolo di Presidenza dell’Unione Europea, propone un interessante confronto tra il pittore aragonese e gli artisti degli ultimi due secoli, di cui Goya è stato anticipatore e testimone.
Le 180 opere, provenienti da ben 62 enti prestatori e da 15 Paesi differenti, vantano la firma, oltre a quella del Maestro spagnolo, di artisti come David, Delacroix, Mirò, Picasso, Bacon, Guttuso e De Kooning. Tutti appartenenti a quei movimenti stilistici che hanno caratterizzato l’arte del XIX e del XX secolo: dall’impressionismo al simbolismo, dall’espressionismo al surrealismo.

Il percorso espositivo ruota attorno a tre filoni tematici: si parte da un’analisi dell’immagine della nuova società, per passare poi attraverso la reazione dell’individuo al nuovo stile di vita ed approdare infine alla descrizione visiva della violenza e del terrore come mali inguaribili del vivere la modernità.

Le cinque sezioni
La prima parte, “Il lavoro del tempo.
I ritratti” è interamente dedicata alla soggettività. Considerato il miglior ritrattista della società madrilena, Goya, nei primi anni dell’Ottocento, lavora molto su commissione. Pittore di corte di Carlo IV ed erede della grande tradizione di Velasquez, prende subito le distanze dal grande maestro e da un tipo di ritrattistica più “ufficiale”: come potremmo catalogare le pose goffe di cavallo e cavaliere nel ritratto di Ferdinando VII?
Chi può dimenticarsi la rappresentazione cruda e spietata della Famiglia di Carlo IV del Prado?
Cosa dire infine de La famiglia dell’infante Don Luis della Fondazione Magnani Rocca?
In opere come L’attore Isidoro Maiquez, Autoritratto e Ritratto di Don Juan Martin Goicoechea, tutte in mostra, l’artista si concentra soprattutto sull’espressione individuale, sullo sguardo e sull’atteggiamento del singolo, avendo cura di non evitare i segni del tempo e l’autenticità fisica dei suoi soggetti. E davanti a loro un David e un Delacroix che, al contrario, si muovono tra le ultime luci del neoclassicismo e una libertà tutta romantica.

La seconda sezione, invece, “La vita di tutti i giorni”, descrive il dramma della quotidianità: il mondo di Carro coperto a buon mercato o di La lettera si impara con il sangue è abitato da contadini, mendicanti, storpi, vittime dell’Inquisizione, soldati e banditi, tutti personaggi pittoreschi e singolari, e proprio per questo concreti e reali.
I protagonisti del genere “goyesco” invaderanno in Spagna le tele di Leonardo Alenza e di Eugenio Lucas, mentre al di fuori della penisola iberica susciteranno l’interesse del caricaturista Honoré Daumier.

In “Comico e grottesco” la follia notturna di figure umane ridotte a vere e proprie bestie popola la serie dei Disastri della guerra e quella dei Disparates. Disegni, incisioni e dipinti descrivono una deformità sentita come vera e tangibile, del tutto estranea al carattere della fantasia o a quello dell’eccezionalità.
Artisti come Joan Mirò, George Rouault, Max Klinger, André Masson, Henri Michaux e Josè Gutiérrez Solana saranno irresistibilmente attratti da questa follia.

Nelle ultime due sezioni, "La violenza" e "Il grido", Goya, vero precursore dell’arte contemporanea, rappresenta in maniera lucida, intensa e disincantata la terribile natura dell’essere umano. Un individuo fatto di paure, di mostri, di rabbia, di irrazionalità, di violenza e di atrocità. Le immagini macabre dei sabba e delle danze grottesche, le leggi ipocrite e gli istinti ancestrali de La decapitazione e Il rogo influenzeranno artisti del calibro di Gustave Courbet, Eduard Manet, Renato Guttuso e Pablo Picasso.
Se Saura riprenderà la follia e la rabbia delle grida disperate di Goya e del suo Cristo nell’orto degli ulivi, i Tre studi per un ritratto di Peter Bear di Francis Bacon assomiglieranno senza dubbio ai personaggi urlanti del maestro spagnolo. E così, se in Figura con carne “la mostruosità - come dice Susanne Schlunder - deriva dalla sovrapposizione del ritratto del papa sulle due metà appese della carcassa” il Saturno delle Pitture nere con in mano il corpo mutilato e irriconoscibile del figlio dipende da un meccanismo concettuale e visivo del tutto simile.