Modena dedica una retrospettiva al fotografo Ansel Adams
di // pubblicato il 25 Settembre, 2011
Parlare di Ansel Adams e mostrarne i lavori non significa solamente aprire una pagina importante della storia della fotografia.
Significa prima di tutto puntare i riflettori su un personaggio che ha saputo fare della macchina fotografica il suo terzo occhio per cogliere, della natura, immagini uniche e suggestive, tanto da meritarsi, a due anni dalla morte (avvenuta nel 1984), una dedica di particolare valore da parte dell'American Board of Geographic Names, che ha dato il suo nome ad uno dei monti del Yosemite National Park: l'Ansel Adams Mount.
Questo aneddoto resta tuttavia solo un punto di partenza per quella che è la storia di una figura di importanza determinante sia nell’approccio estetico e teorico che nella tecnica della fotografia contemporanea.

Nato nel 1902 a San Francisco, il fotografo statunitense ha infatti dedicato gran parte della sua carriera alla scoperta dei parchi nazionali del proprio paese, e in particolare di quelli della West Coast spostandosi tuttavia anche verso il Canada e sfidando la potenza e talvolta la violenza della natura per inseguire la sua idea di fotografia; cercando di immortalarne l'unicità e la ricchezza ed entrando in perfetta sintonia con l'ambiente naturale.
Così, quella stessa natura che dapprima lo ospita diventa il suo regno, per citare il titolo della retrospettiva italiana a lui dedicata Nature is my Kingdom (La Natura è il mio Regno): un regno solo all'apparenza silente e immobile che, attraverso l'obbiettivo parla di sé nel più esaustivo ed eloquente dei modi.
Personalmente stampate in bianco e nero da Ansel Adams stesso, le oltre settanta fotografie in mostra presso l’Ex Ospedale di Sant’Agostino di Modena riassumono perfettamente quello che è stato il modus operandi di questo maestro della fotografia paesaggistica.
Il progetto, a cura di Filippo Maggia, inaugura la stagione espositiva della Fondazione Fotografia- Fondazione Cassa di Risparmio di Modena- e oltre a raccogliere un nutrito corpus di lavori, contiene buona parte delle immagini che hanno reso inconfondibile lo sguardo del fotografo.

Armato della sola macchina fotografica, regalatagli dal padre all’età di quattordici anni, inizia il suo percorso con una Kodak Brownie che lo accompagna tra le rocce dello Yosemite National Park. Nel corso degli anni, con la sua poetica, Ansel Adams va ben oltre il concetto di “rispetto per la natura” e oltre l’esempio ambientalista che ha saputo dare durante la sua attività; osservando le immagini in mostra è possibile cogliere la profondità del rapporto tra uomo e natura che il fotografo ha saputo instaurare passando dall’osservazione alla relazione simbiotica.
Come sottolinea lo stesso fotografo: La wilderness, almeno per me, è qualcosa di mistico: un’esperienza intensa, intangibile e non materialistica. Il diritto all’esperienza è fondamentale, come il diritto di proprietà, di credo, il diritto al lavoro e alla sicurezza. L’dea che ci siano altri e altrettanto importanti valori oltre a quelli di natura prettamente materiale ed economica è qualcosa che dobbiamo alimentare e sostenere il più possibile.

L’insegnamento che questo maestro dell’immagine ha saputo dare non si limita tuttavia al rapporto “empatico” con la natura e con l’obiettivo ma si estende, proprio a voler sottolineare il suo desiderio di condividere esperienze e sensibilità, anche all’ambito tecnico, determinato dall’attività di insegnamento e dalla pubblicazione di diversi manuali, tra cui la trilogia The Camera, The Negative, The Print.

Fondatore, negli anni Trenta, del Gruppo F/64 insieme ad alcuni colleghi tra cui Edward Weston, Willard Van Dyke e Imogen Cunningham, Adams formalizza e sostiene il concetto di straight photography in cui la purezza dell’immagine è prioritaria rispetto a qualsiasi altro tipo di effetto. A questo proposito, vengono ovviamente sviluppate tecniche ben precise che trovano spazio nel manifesto del Gruppo e di cui, in mostra, è presente una delle immagini più emblematiche: Board of Thistles, San Francisco, California (1932) ben riassunta da questo passaggio autobiografico: ...Volevamo fare fotografie chiare, pulite, di quello che quotidianamente ci circondava...
Le teorie si sposano perfettamente con il risultato, se si pensa a lavori come Canyon De Chelly National Monument, Arizona (1947 ca), Half Dome, Merced River, Winter, Yosemite Valley (1938 ca) o Metamorphic Rock And Summer Grass, Foothills, Sierra Nevada (1945 ) per citarne alcuni tra I più conosciuti.

E’ così che, l’osservazione degli scatti in mostra fa riemergere nello spettatore un senso di spiazzamento molto vicino a quello a cui fanno riferimento molti artisti, poeti e filosofi, un concetto che evoca fascino da un lato ma consapevolezza dei propri, umani, limiti dall’altro, nei confronti di una natura troppo più potente dell’uomo per essere dominata e completamente assorbita nella sua essenza.

Nonostante tali premesse, attraverso la fotografia, al recupero di questo concetto segue il ribaltamento dello stesso, che rende la natura non un elemento avverso e incomprensibile ma una compagna di vita, silenziosa e discreta; unica realtà in grado di permettere all’uomo di recuperare sé stesso in un’epoca in cui la meditazione e la riflessione sono assopite all’interno della dimensione urbana.
La testimonianza viva dell’artista è documentata, nella mostra, anche da una serie di filmati e riprese d’archivio in cui vengono chiariti I metodi di lavoro dell’artista ma anche il suo viscerale rapporto con la natura sottolineandone il ruolo prioritario rispetto alla ricerca di successo e affermazione: una modalità di azione e una filosofia di vita che negli anni hanno saputo dare il giusto valore a questo grande fotografo e grande uomo.
