Modena dedica una retrospettiva a Josef Albers
di // pubblicato il 27 Ottobre, 2011
Per dirla in breve, tutto ha forma, e ogni forma ha significato, Cultura è la capacità di riconoscere questa qualità.
(Joseph Albers in un articolo presentato presso il Black Mountain College)
Lo scorso 8 ottobre, in concomitanza con la VII Giornata de Contemporaneo, presso la Galleria Civica di Modena è stata inaugurata una grande retrospettiva dedicata a Josef Albers.
Curata dallo stesso direttore della galleria, Marco Pierini, questa mostra rappresenta, in Italia, uno dei contributi più significativi alla ricostruzione del complesso iter poetico e creativo dell'artista tedesco ed è il frutto della collaborazione tra Galleria Civica, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Josef & Anni Albers Foundation di Bethany (Connecticut) e Terra Foundation for American Art di Chicago.
Indispensabile a delineare il percorso di Josef Albers la ricchezza della scelta espositiva volta a sottolineare lo stretto parallelismo tra quella che fu la pratica artistica e l’evoluzione teorico- didattica che lo stesso Albers sviluppò negli anni partendo come allievo del Bauhaus di Walter Gropius a Weimar e diventandone poi uno dei docenti più carismatici, sia a Dessau che a Berlino, fino alla chiusura, nel 1933.

Il lavori dell’artista appaiono a questo proposito come l’esito di un continuo processo in divenire in cui il rigore delle forme e delle scelte cromatiche, minuziosamente studiati, si interseca con gli stimoli esterni del vissuto quotidiano e con tutto ciò che viene recepito ed esperito durante gli anni.
Ricettività ed esperienza, questi due concetti costituiscono senza ombra di dubbio un fil rouge che accompagna la vita di Albers e il messaggio che egli ha sempre cercato di trasmettere sia ai suoi studenti che a chiunque entrasse in contatto con la sua poetica.
Le circa 180 opere esposte negli spazi della Palazzina dei Giardini e a Palazzo Santa Margherita, contemplano, per questo motivo, l’intera attività dell’autore partendo dai primi anni Venti fino alla fine degli anni Settanta.
In mostra alla Palazzina dei Giardini sono presenti infatti vari lavori in vetro realizzati dal 1921 al 1932 che manifestano pienamente l’evoluzione dell’autore nel suo rapporto con la materia e con la manualità; relazione che affonda le sue radici nell’influenza paterna e trova conferma nell’incontro con l’artista olandese Jan Thorn- Prikker, specializzato nella lavorazione del vetro, intorno al 1916. Le esperienze dell’artista tedesco si concentrano anche sulle opere pubbliche, includendo progetti decorativi inseriti in contesti architettonici, purtroppo, in parte persi durante la guerra.

Albers, fa sue le influenze avute in età giovanile e mantenendo saldo l’interesse per i materiali, lavora passando attraverso il più moderno concetto di ri-utilizzo e recupero.
Sono infatti in partenza accumulazioni di elementi vitrei, che in parte fanno pensare ai lavori che successivamente diversi artisti realizzeranno, basti pensare al francese Arman o al newyorkese Leonardo Drew (di cui abbiamo parlato in un recente articolo) o ancora, vicini, nella filosofia “fattiva”, ai coevi Merzbildern di Kurt Schwitters, come sottolinea lo stesso curatore della mostra.
In questo contesto è evidente che attraverso la ricerca dei vetri necessari alla realizzazione fisica dell’opera ancora più viene ad essere messo in luce il valore dell’arte in quanto esperienza, concezione che vale tanto per la creazione quanto per la didattica.
Con questo tipo di esperienze, anche elementi più vicini al design industriale in cui la linearità tipica del Bauhaus dialoga con il vissuto dell'artista stesso: esemplari in questo caso la famosa poltrona imbottita con struttura di legno curvato Ti244 (1926 ca.) e la Mexican Chair B (1940) ispirata alle sedute viste in uno dei tanti viaggi in Messico con la moglie.
Se gli anni di docenza e l'esperienza presso le diverse sedi della scuola di Walter Gropius hanno costituito per l’artista le fondamenta di una filosofia oltre che di una teoria artistica; a partire dal 1933, con la chiusura definitiva della sede berlinese a causa delle pressioni da parte del regime nazista, si assiste ad un periodo di transizione determinante.
A Josef Albers, viste le sue pregresse esperienze nell’ambito della didattica e la sua dote nel Far aprire gli occhi ai suoi allievi, viene offerta una cattedra in North Carolina, al Black Mountain College, neonata università volta all’innovazione nelle modalità di insegnamento e nell’approccio alle materie di studio.
A questo periodo coincide un avvicinamento progressivo alla pittura, in particolare alla pittura ad olio che l’artista usa stendere con una spatola, a confermare quella costante ricerca sui materiali.
Le opere in mostra nell'ala laterale della Palazzina e nella grande sala che apre la mostra a Palazzo Santa Margherita appartengono a questo periodo "pittorico" e accolgono molti lavori appartenenti alle serie Varianti, ispirata anche all’architettura tipica messicana, e Omaggio al Quadrato, sviluppate rispettivamente negli archi di tempo tra il 1947 e il 1952 e tra il 1950 e il 1976.

E’ nella costituzione di questi oli che si definisce quello che sarà l’orientamento più maturo dell’artista che a partire dal secondo Novecento focalizzerà la propria attenzione sulla serialità rigorosa delle linee e della perfezione formale del quadrato (non a caso è frequente in molti lavori l’uso di carta millimetrata) associata ad uno studio cromatico che volge costantemente lo sguardo alla composizione nella sua forma più pura.
Fondamentale a questo proposito il saggio pubblicato dalla Yale University Press, uscito inizialmente in edizione limitata nel 1963 dall’eloquente titolo Interaction of Color, che raccoglie gli scritti di Albers realizzati anche a scopo didattico.
Nelle sale del Palazzo Santa Magherita, sede della Galleria Civica è possibile inoltre vedere studi preparatori, stampe, studi sul colore funzionali alla realizzazione degli Omaggi al Quadrato e gli altrettanto affascinanti Graphic Tectonic e Structural Constellation: diversi ma correlati movimenti plastici di linee, piani, volumi, come li definisce l'artista stesso.
L’accostamento di elementi come parte integrante del lavoro di Albers, si ripresenta, in termini differenti, anche nelle fotografie esposte nelle sale successive del Palazzo, in cui l’artista manifesta un interesse estetico diverso dal collage di ispirazione dadaista di Moholy-Nagy e più vicino alla sperimentazione delle potenzialità dello stesso apparecchio fotografico.
A partire dal 1928 con una Leica in mano, Albers immortala amici e colleghi accostandone geometricamente gli scatti e creando composizioni ordinate nonostante l'apparente aleatorietà. In questi termini Albers riconferma la sua concezione della fotografia come attività di tipo artigianale, che può comunque diventare manifestazione artistica.

Oltre a quelle già menzionate, sono visibili in mostra anche molte altre opere dell'artista: dalle gouaches ai lavori su carta millimetrata fino agli studi per le incisioni.
Nella complessa carriera di Albers non manca anche una parentesi nel mondo della discografia: le copertine realizzate tra il 1959 e il 1961 per sette dischi usciti con l’etichetta Command Records fondata da Enoch Light nel 1959.
Questa collaborazione tra il violinista e ingegnere del suono statunitense e l’artista tedesco riconferma ancora una volta l’ampiezza di spettro dell’attività di Albers introducendo il "modello" di copertina definito tecnicamente gatefold sleeve, a cui tutti siamo abituati.
A completare il percorso della mostra anche un documentario realizzato nel 2006 da Sedat Pakay intitolato Josef e Anni Albers: Art is Everywhere e dedicato al rapporto artistico intercorso tra l'artista e la moglie e alla loro relazione con amici e colleghi.
Questo evento, nella sua complessità, rappresenta un' opportunità per apprezzare la varietà del lavoro di Albers e per avvicinandosi a quella che più che una poetica artistica venne percepita come una vera e propria filosofia legata all'esperienza dell'arte come parte della vita.
