Mister Hula Hop
di // pubblicato il 06 Agosto, 2010
I fratelli Joel & Ethan Coen, solitamente accreditati come regista il primo e come sceneggiatore il secondo, in realtà rappresentano un unico flusso creativo, occupandosi insieme di ogni aspetto della realizzazione dei loro film, dalla stesura del soggetto al montaggio dell’edizione definitiva.
Fedele a questa regola, regia di Joel, sceneggiatura originale Ethan & Joel con l’amico Sam Raimi, è anche il loro film del 1994 The Hudsucker Proxy, ribattezzato in Italia Mister Hula Hop, che in tutta la loro notevole filmografia, dal folgorante esordio di Blood simple all’ultimo bellissimo A serious man, resta sempre il mio Coen preferito, forse per l’atmosfera magica che vi si respira.
La storia è quella dell’ingenuo ragazzo di provincia Norville Barnes giunto a New York sul finire del 1958 alla ricerca di un impiego in cui utilizzare gli studi svolti in gestione aziendale. Il magico vento del destino, che spinge gli eventi trasportando una pagina di giornale, porta il giovane Norville a essere assunto come fattorino nell’ufficio posta delle industrie Hudsucker proprio nel giorno in cui il miliardario e fondatore della società, Waring Hudsucker, si lancia verso l’infinito durante un’assemblea, usando il tavolo della sala riunioni come pista di decollo per precipitare dal 44° piano dell’edificio.
…45° se contiamo il mezzanino.

La notizia del suicidio del magnate scatena il panico tra i membri del consiglio d’amministrazione, lo statuto societario prevede che le azioni in possesso del defunto Hudsucker, in mancanza di un testamento e di eredi legittimi, vengano trasformate in obbligazioni e immesse sul mercato dal primo giorno dell’anno successivo alla scomparsa del fondatore, resta solo un mese di tempo prima che chiunque possa ambire al controllo della società acquistando il pacchetto azionario. Sidney J. Mussburger, vice senza scrupoli del defunto presidente, decide di nominare un perfetto idiota a capo della società con l’intento di farne precipitare le quotazioni e comprare poi per pochi spiccioli le azioni che al momento, data la solidità dell’azienda, hanno un valore troppo alto perché gli azionisti del consiglio possano procedere all’acquisto.

La scelta di Mussburger cade su Norville che il destino ha inviato dal seminterrato dell’ufficio posta, su fino al 45° piano, 44° senza contare il mezzanino, come latore della famigerata e temuta lettera blu che lui, travolto dagli eventi, dimenticherà di consegnare.
Il perfido Sidney è sicuro di avere la situazione in pugno ma il giovane, nuovo presidente ha un asso nella manica, o più precisamente un progettino nascosto dentro una scarpa. L’entrata in scena della giornalista rampante Amy Archer, fattasi assumere in incognito come segretaria di Norville, contribuirà a complicare ulteriormente le cose.
Mister Hula Hop è una commedia, piena di rimandi e citazioni cinematografiche, che attraverso una fiaba morale sferra un attacco alle idee base del capitalismo industriale e con ironia lo mette alla berlina. Ambientando la storia negli anni ’50, era di massimo splendore dell’economia americana, dopo la grande depressione degli anni ’30 e lo sviluppo dell’industria bellica della seconda guerra mondiale che ha ritirato su l’economia federale, il personaggio dell’avido Mussburger incarna perfettamente lo spirito delle multinazionali con frasi del tipo: “…è solo un dipendente, una nullità, licenzia chi ti pare!”

L’intera pellicola è disseminata di orologi, a volte giganteschi che incombono minacciosi sui personaggi, a ricordare quel vecchio adagio che dice “il tempo è denaro”, ma solo chi vive lontano dal profitto e ha la capacità di riconoscere i veri valori della vita al di là di quelli economici, come il vecchio Moses, guardiano dell’orologio nel grattacielo delle industrie Hudsucker, è davvero padrone del tempo.
L’atmosfera di festa per l’arrivo del nuovo anno 1959 ricorda da vicino un altro classico della commedia americana come L’appartamento di Billy Wilder e la venatura fantastica, con l’apparizione del defunto Waring Hudsucker in veste di angelo con un hula hop luminoso al posto dell’aureola, richiama alla memoria certe commedie di Frank Capra piene di buoni sentimenti come La vita è meravigliosa.
Il caos e lo sfruttamento della forza lavoro nei seminterrati dell’ufficio posta evocano senza dubbio Metropolis di Fritz Lang e il mondo soffocato dalla burocrazia nel capolavoro di Terry Gilliam Brazil, ma anche un romanzo di culto come 1984 di George Orwell.

I meravigliosi modellini dei grattacieli di New York che appaiono in alcuni momenti importanti, conferiscono alla città quell’atmosfera irreale di fiaba dove tutto può succedere; sono stati costruiti quattordici grattacieli in scala 1/24 con oltre dodicimila piccole finestre, impiegando per tre mesi il lavoro di una squadra di ventisette persone.
Eccezionale l’intero cast artistico degli interpreti, con Tim Robbins nella parte dell’ingenuo Norville che con il procedere della storia si trasforma gradualmente, dimostrando di non essere lo stupido che all’inizio si poteva superficialmente pensare.
Paul Newman offre tutto il suo carisma per costruire la spietata perfidia del cattivo Sidney J. Mussburger, Jennifer Jason Leigh è una Amy Archer determinata e petulante, il grande Charles Durning ci regala il divertito ritratto, terreno e ultraterreno, del ricco Waring Hudsucker pentito per la scelta delle priorità con cui ha impostato l’intera sua vita.
In tutta una serie di piccolissimi ruoli appaiono ottimi caratteristi del cinema statunitense che con i loro camei impreziosiscono il film, sono riconoscibili tra gli altri Peter Gallagher nel ruolo del cantante, Steve Buscemi nella parte del barista e John Mahoney che interpreta il direttore del Manhattan Argus per cui lavora Amy.

Come sempre nel cinema dei fratelli Coen ogni personaggio, ogni comparsa che attraversi lo schermo anche solo fuggevolmente, è costruito perfettamente scegliendo viso e abbigliamento che immediatamente rivelano un carattere preciso, dando spessore alla figura e rendendola indimenticabile e viva.
Le bellissime scenografie di Dennis Gassner fatte di ambienti ampi e semi vuoti, unite alla fotografia del fedele Roger Deakins, evocano l’America tipica dei quadri di Norman Rockwell e donano alla partitura visiva una magia senza tempo che, unita alla meravigliosa colonna sonora originale di Carter Burwell, ricca di echi sonori e citazioni di Aram Khachaturian e George Gershwin, fanno di Mister Hula Hop un prezioso divertimento, gioia per gli occhi e per lo spirito, da vedere e rivedere.
