Mine vaganti
di // pubblicato il 19 Marzo, 2010
Non so se Ferzan Ozpetek è davvero un genio come lo ha recentemente definito Madonna che ha conosciuto il suo cinema grazie alla retrospettiva completa che gli ha dedicato il MoMa di New York nel 2008, certamente è un regista che di Emozioni Visive me ne ha regalate parecchie e che fin dal suo meraviglioso film d’esordio Il bagno turco – Hamam ha saputo rappresentare la sessualità per quell’oggetto complesso che è superando stereotipi ed etichette inconsistenti. Il regista canadese David Cronenberg una volta ha detto: “La sessualità è una creazione della mente umana”.
Per Mine vaganti, ottavo titolo della sua filmografia, Ozpetek ha abbandonato la consueta ambientazione romana per dare nuovi impulsi alle tematiche ricorrenti nei suoi film, come la ricerca di un’identità e implicitamente della propria individuale felicità, andando a girare a Lecce e in altre zone della Puglia che sullo schermo acquistano un alone quasi di magia.
Tommaso, un convincente Riccardo Scamarcio, vive da anni a Roma lontano dalla casa paterna e torna nella città natale per comunicare alla famiglia di essere gay, sperando di bloccare così i progetti del padre Vincenzo, uno straordinario Ennio Fantastichini, che vorrebbe coinvolgerlo come socio nell’azienda di famiglia. Tommaso ha deciso di fare la sua confessione davanti a tutti a una cena con il nuovo socio in affari del padre, il Dottor Brunetti e sua figlia Alba, certo che il genitore lo caccerà sicuramente, si confida però preventivamente con il fratello maggiore Antonio, Alessandro Preziosi, che la sera della cena fatidica lo batterà sul tempo rivelando ai commensali la sua omosessualità. Si è nascosto per trent’anni e adesso, spinto dalle confidenze di Tommaso ha deciso di uscire allo scoperto per guadagnarsi la sua libertà.

Inizia così quello che certamente è il film più virato alla commedia di Ferzan Ozpetek, in cui anche se l’omosessualità è al centro di divertenti equivoci è il pregiudizio il vero obiettivo da demolire e mettere in ridicolo, perché alla fine la vera preoccupazione del padre Vincenzo non è se il figlio è gay o eterosessuale, ma quello che dirà la gente e con quale faccia potrà lui andare per il paese dopo che una tale “disgrazia” è diventata di pubblico dominio. La sequenza al tavolino del bar con le risa di scherno immaginate dal padre è degna del miglior Pietro Germi.
Certamente Mine vaganti non ha l’elegante equilibrio tra dramma e commedia de Le fate ignoranti, che a tutt’oggi rimane il mio Ferzan preferito in assoluto, nelle sequenze con i tre amici romani che si accomodano in casa dei Cantore i toni sono quelli della farsa e la scena sul mare del numero acquatico con le note di Sorry, I am a lady la trovo superflua, ma a mio parere è l’unica vera sbavatura di un film che sa anche regalare momenti molto coinvolgenti. La scena del ballo che abbatte ogni limite spaziotemporale tra i personaggi e sembra suggerire un superamento anche di ogni preconcetto culturale, è commovente e ha un debito con il girotondo finale di 8 ½ di Federico Fellini in cui tutti i personaggi vivi e morti, passati e presenti, si ritrovano in un’impossibile e bellissima girandola di emozioni.

Meravigliose e struggenti anche le sequenze sui titoli di coda in cui si assiste allo scorrere sullo schermo di tutto quello che non è mai stato, quel misto di relazioni impossibili, sentimenti mai sbocciati e amori non ricambiati di cui a volte è fatta la vita e sempre il cinema di Ferzan. L’intero cast del film è affiatato e ogni membro della famiglia risulta perfetto nel proprio ruolo, Elena Sofia Ricci è una zia Luciana miope che si ostina a non portare gli occhiali e passa le notti gridando al ladro sperando che un uomo entri nella sua camera sorprendendola in déshabillé, Lunetta Savino è Stefania, la mamma della famiglia che non credendo all’omosessualità del figlio maggiore setaccia la casa in cerca di prove per farsene una ragione e Nicole Grimaudo è la giovane Alba figlia del nuovo socio, indipendente e volitiva, nasconde nel cuore una forte fragilità. Ma soprattutto la maestosa presenza di Ilaria Occhini, tornata al cinema grazie all’esordiente Federico Bondi che due anni fa l’ha diretta in Mar nero, dona al personaggio della nonna quello spessore e quell’eleganza aristocratica che la rendono una figura indimenticabile.
Mine vaganti è pieno di frasi da ricordare per la loro poesia, come nello stile di Ferzan Ozpetek, ma una mi ha colpito perché può sembrare insignificante e passare quasi inosservata ma ha dietro una considerazione molto precisa e di più ampio respiro; quando Marco, il compagno di Tommaso giunto da Roma per recuperarlo, contesta al protagonista il suo non riuscire a svincolarsi dai meccanismi di dovere legati al pastificio di famiglia, dice: “Siamo nel 2010!” - “Appunto” gli fa eco Tommaso “Non siamo più nel 2000!”
Il 2000 è stato l’anno del Gay Pride Mondiale di Roma, una giornata bellissima di musica, sole, gioia e colori, documentata anche sui titoli di coda del film Le fate ignoranti, in cui il cambiamento era tangibile nell’aria, una società più aperta e pronta a superare ogni tabù per dare pari dignità legale alle coppie di individui dello stesso sesso sembrava davvero dietro l’angolo. Negli ultimi tempi invece la cronaca ha segnalato un ritorno di rigurgiti razzisti contro l’espressione di ogni diversità e ogni minoranza, certi estremismi hanno rialzato la testa facendo apparire sempre più lontana la messa al bando di ogni discriminazione e la realizzazione di una società davvero integrata con ogni minoranza etnica, sociale o sessuale. In fondo come dice giustamente il personaggio di Marco a Stefania, la madre di Tommaso, l’omosessualità è una caratteristica dell’individuo, alcuni ce l’hanno, altri no.

Come sempre nei film di Ferzan Ozpetek un ruolo importante è ricoperto anche dalle canzoni che fanno da contrappunto alla musica originale di Pasquale Catalano, tra esse spiccano l’inedita Sogno cantata da Patty Pravo sui titoli di coda, il brano Kutlama della cantante turca Sezen Aksu nella scena del ballo ma soprattutto 50Mila di Nina Zilli, in una versione dalle sonorità anni’60 prodotta appositamente per il film, che rappresenta una specie di sottotesto e ulteriore chiave di lettura sui moventi dei personaggi.
“50Mila lacrime non basteranno perché musica triste sei tu dentro di me. 50Mila pagine gettate al vento perché tenue ricordo il mio volto per te. Non ritornare, no, tu non ti voltare, non vorrei mi vedessi cadere. A me piace così, che se sbaglio è lo stesso perché questo dolore è amore per te. … Non mi guardare, non lo senti il dolore, brucia come un taglio nel sale. … A me piace così e non chiedo il permesso perché questo dolore è amore per te. …”

Le mine vaganti a cui si riferisce il titolo sono tutte quelle persone che hanno il coraggio di andare contro tutto e tutti, sfidando ogni convenzione sociale per conquistarsi un loro spazio di felicità, mettendo le cose fuori posto rispetto alle consuetudini. La nonna esorta Tommaso a non fare sempre ciò che gli chiedono gli altri e a sbagliare da solo, altrimenti la vita non avrebbe senso. Mi piace pensare di appartenere a questa categoria e quando un’amica mi ha detto che sono una persona libera mi ha fatto in assoluto il complimento più bello della mia vita.