Milano e Scapigliatura
di // pubblicato il 08 Agosto, 2009
Dal 26 di Giugno 2009 è iniziata a Milano, presso il Palazzo Reale, la mostra SCAPIGLIATURA. UN "PANDEMONIO" PER CAMBIARE L'ARTE che, attraverso 250 opere - dipinti, sculture, grafiche e incisioni, corredate da testi, fotografie e molto altro -, fa rivivere l'atmosfera di quest’esperienza che, dalla seconda metà dell’Ottocento fino ad inizio Novecento, seppe coinvolgere tutte le arti verso un rinnovamento e portò la società italiana ad un cambiamento ideologico e di costume. La Scapigliatura sorse in Italia dopo il 1860 e comprese, in senso stretto, un gruppo di poeti e scrittori milanesi o viventi a Milano (Emilio Praga, Arrigo Boito, Iginio Tarchetti, Giovanni Camerana, Carlo Dossi), cui più tardi sono stati accostati alcuni prosatori piemontesi (Giovanni Faldella, Enrico Calandra) e ai quali si possono aggiungere i romanzi giovanili di Verga e alcune liriche di Carducci.
Il temine "Scapigliatura" venne usato per la prima volta in un romanzo di Cletto Arrighi, come traduzione del francese "boheme"; come fenomeno letterario fu essenzialmente espressione di anarchismo borghese: gli scapigliati erano intellettuali che non accettavano le strutture borghesi, nelle quali vedevano la negazione dei loro ideali di arte e dei valori in cui credevano. Fu, tuttavia, una presa di posizione sterile, in quanto essi non seppero proporre soluzioni. Uniti da uno stesso disagio, gli Scapigliati della prima ora mirano innanzitutto a una propria sinergia, rapportando a medesimi presupposti le diverse discipline espressive, la parola, il suono, l’immagine (mettere l’arte propria sulla via delle arti sorelle, sosteneva Giuseppe Rovani). Pubblicamente agiscono insieme, combattono l’accademismo, eleggono a cenacolo le osterie, si esibiscono in happenings di contestazione alla nascente società d’impronta sabauda e al suo «gusto», dando corso a una trasgressione destinata a esser letta, da contemporanei e posteri, come folcloristica goliardia di provincia. In effetti, a ben vedere, precorrono non soltanto le agitazioni futuriste, ma le proteste ancor più radicali di Dada a Zurigo e dei Surrealisti, alle quali si dà ben altro spazio.

C’è poi una componente di Bohème più impegnata socialmente, con radici anteriori alle Cinque Giornate, che dagli anni settanta entra in una fase decisamente politica, tanto da essere battezzata «Scapigliatura democratica», e che s’identifica in Felice Cameroni, nel suo articolo, quasi un manifesto, sul «Gazzettino Rosa» del 14 novembre 1873, Sì! Siamo la Bohème della stampa, o, l’anno prima, nelle dichiarazioni d’intenti premesse alla sua traduzione del citato romanzo di Murger, fra le altre: «La Bohème è destinata a passare dal campo semplicemente artistico alla lotta sociale. Dopo il pensiero, l’azione». La Scapigliatura fu un fatto essenzialmente milanese, in quanto Milano era la città più progredita sotto l'aspetto economico e sociale e dove le vecchie concezioni del mondo e dei rapporti sociali si stavano rapidamente dissolvendo. Qui il contrasto fra intellettuali sognatori e borghesi era più aspro.

Le soluzioni artistiche adottate furono anch'esse anarchiche: gli scapigliati cercarono un'arte nuova con cui dire le sensazioni nuove che provavano, aderendo a quella società moderna che li attraeva e, nello stesso tempo, li respingeva. Altro importante carattere fu la complementarietà delle arti: non esistevano più arti isolate, come la letteratura o la musica, ma l'artista doveva conoscere la molteplicità delle espressioni artistiche e fondere, nella letteratura, l'esperienza pittorica, quella musicale, insomma i valori espressivi della cultura.

A Milano sarà possibile rivivere le emozioni del fenomeno “Scapigliatura” fino a 22 Novembre 2009. L’evento è stato curato, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, dal Comune di Milano – Cultura col patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Lombardia e della Provincia di Milano. L’ esposizione è curata da Annie-Paule Quinsac e coadiuvata da un comitato scientifico composto da Giuseppe Farinelli per la letteratura, Paolo Repetto per la musica, Gaetano Oliva per il teatro, Anna Finocchi per i rapporti con l’architettura. In mostra sono presenti i lavori di trentotto artisti, da Giovanni Carnovali detto Il Piccio a Daniele Ranzoni, da Tranquillo Cremona a Giuseppe Grandi, da Gaetano Previati a Medardo Rosso, a Pierre Troubetzkoy, provenienti da raccolte pubbliche e private italiane e da prestigiose istituzioni straniere quali il Groninger Museum di Groningen, in Olanda, e il Szépművészeti Múzeum di Budapest, coprendo un arco temporale di quattro decenni in cui il movimento si è evoluto dall’iniziale serrata polemica ad un nuovo accademismo. Tra le opere esposte, vi è anche lo studio, ricostruito in ogni dettaglio, di uno dei suoi maestri, lo scultore Giuseppe Grandi, cui dobbiamo il monumento che commemora le cinque giornate di Milano (1848), quando il popolo si sollevò contro l’invasore austriaco.

La mostra rappresenta la «prima esposizione sulla ‘Scapigliaturà dal 1966 -spiega Annie-Paul Quinsac- e nei quarant’anni trascorsi da quella storica rassegna, quell’interdisciplinarietà, puntualmente messa a fuoco allora, non è più comparsa nelle successive manifestazioni legate al tema. Gli studi si sono concentrati sulle singole personalità più che sul gruppo. Questa è l’occasione per cogliere nella sua interezza l’evoluzione estetica del fenomeno». Inoltre, nello stesso periodo e cioè fino al 22 novembre 2009, presso la Biblioteca di via Senato viene approfondita la parte letteraria e giornalistica della Scapigliatura, nella mostra dal titolo "La Scapigliatura e Angelo Sommaruga. Dalla bohème milanese alla Roma bizantina".