Middle East Now
di - pubblicato il 07 Febbraio, 2010 in Riflettori su...
Dopo il grande successo della rassegna “50 giorni di Cinema Internazionale”, Firenze si conferma un punto di riferimento per gli amanti del cinema di qualità. Il 3 febbraio si è inaugurato, sempre all'interno della prestigiosa cornice del Cinema Odeon, Middle East Now il primo festival cinematografico italiano, dedicato al Medio Oriente contemporaneo.
L'evento si propone di dare visibilità a film che normalmente non trovano una distribuzione nel circuito cinematografico italiano.
Il titolo è stato scelto per comunicare l’urgenza e la necessità di immediatezza nel raccontare e approfondire il Medio Oriente oggi. Film Middle East Now nasce come una piattaforma di confronto: un'occasione per il pubblico di scoprire e conoscere le culture di questi paesi, confrontarsi con le loro questioni politiche, religiose e sociali, anche attraverso i dibattiti con i registi presenti a Firenze nei giorni della rassegna.
Gli organizzatori hanno deciso di dedicare la prima edizione del festival all'Iran, uno dei paesi più affascinanti del Medio Oriente che proprio in questi mesi sta attraversando un momento cruciale della sua storia socio-politica.
La manifestazione si è aperta con l'anteprima italiana di About Elly, il film del regista iraniano Asghar Faradhi, vincitore dell'Orso d'argento all'ultimo Festival del Cinema di Berlino e candidato agli Oscar 2010 per l'Iran. Il film, intrecciando le regole rigide dell'onore e di una moralità dettata dalla fede religiosa, racconta le sottili dinamiche che si instaurano tra un gruppo di amici della borghesia iraniana che decidono di trascorrere un week end sul Mar Caspio. Ma della programmazione cinematografica della rassegna avrete modo di leggere nei prossimi giorni sul nostro magazine.
Vi vorrei invece parlare di un evento molto importante che si inserisce all'interno della manifestazione, la mostra del fotoreporter di fama internazionale Paolo Woods, dal titolo Camminami sugli occhi, la prima personale a Firenze presso la Fondazione Studio Marangoni.

Da circa 5 anni Woods, i cui reportage appaiono regolarmente su riviste del calibro di Time, Newsweek, Stern e Le Monde, lavora insieme al giornalista di Le Figaro Serge Michel, ad un progetto chiamato “Iran Felix”, che racconta di un paese più vasto, più umano e più complesso dei luoghi comuni che caratterizzano l’Iran dai tempi della Rivoluzione Islamica.
“C’è ancora chi, a Washington ma anche in Europa – afferma il giornalista - pensa che bisogna 'liberare' l’Iran. Ecco il risultato di 27 anni di cliché giornalistici sulla repubblica islamica. Il quadro è sempre manicheo: da una parte il regime dei mullah neri e barbuti abbastanza crudeli da inviare i bambini al fronte, abbastanza orgogliosi da chiudere i giornali ribelli, abbastanza pazzi da sviluppare la bomba atomica. Dall’altra un popolo puro, che aspira alla libertà le cui avanguardie sono le donne oppresse, gli studenti in rivolta, e i blog censurati”.
Nei suoi numerosi soggiorni nell'antica Persia, l'artista invece, attraverso i ritratti di persone comuni, ci racconta di un “Iran felice” e della strana armonia che - nel mezzo di continue contraddizioni – regna nella repubblica islamica.
Così attraverso le parole degli iraniani immortalati da Woods scopriamo ad esempio con stupore, che a Tehran ci sono più donne dentiste che uomini e che, malgrado si pensi il contrario, in Iran ci sono moltissime opportunità per le donne che spesso ricoprono posizioni di prestigio nella società.
Oppure che nel nord della capitale, esiste una scuola del “sorriso” molto frequentata, dove viene sperimentato un metodo indiano basato sull'atto fisico del ridere che si crede abbia i suoi effetti positivi sulle persone e anche sulla costruzione della fiducia in sé stessi.
Non si tratta di prendere le difese di un regime – afferma ancora Michel - ma di mostrare come si può essere felici sotto un foulard o innamorati in un matrimonio arrangiato, ricchi da quando il prezzo del petrolio si è impennato e liberi in un sistema pieno di divieti; e fino a che punto gli iraniani restano religiosi nonostante l’uso politico della religione.
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