Melozzo e quel che rimane della “Capella maior pulcherrime depicta”
di // pubblicato il 09 Giugno, 2011
Correva l’anno 1475 quando Melozzo di Giuliano degli Ambrosi veniva nominato da papa Sisto IV Pictor Papalis, ovvero pittore ufficiale della corte pontificia: una nomina che rendeva ufficiale il suo talento e la sua fama.
Da questo momento in poi la sua influenza sull’arte diventa sempre più forte e le opere che realizzerà a Roma fino al 1484, anno della morte di papa Della Rovere, diverranno sinonimo di bellezza e perfezione rinascimentale.
L’uso ardito della prospettiva, le figure monumentali, i colori limpidi e brillanti, la luce tersa e accecante, sono queste alcune caratteristiche che rendono quello che ci rimane della produzione di Melozzo un tesoro artistico senza pari.
Purtroppo, infatti, le opere che sono arrivate fino a noi integre ed in perfetto stato di conservazione sono poche ed alcune in condizioni di sofferenza; l’affresco realizzato probabilmente verso il 1474, secondo i nuovi studi, con l’Ascensione di Cristo nell’abside della basilica romana dei Santi Apostoli e che, pur se giunto a noi in pezzi ha reso davvero immortale e conosciuto Melozzo, è stato vittima di un duro destino.
Nel 1702, in occasione della ricostruzione dell’edificio iniziata dall’architetto Francesco Fontana, era, secondo le testimonianze del’epoca, integro ed in buone condizioni di conservazione. La tribuna venne però demolita ma, fortunatamente, grazie all’interessamento del padre filippino Sebastiano Resta e di Agostino Taja, si decise di mettere in salvo quanti più frammenti fosse possibile del grande affresco, ritenuto comunque di alto valore.
Sarà papa Clemente XI nel 1708 ad ordinare di “segare” la grande figura del Redentore per conservarla, ovvero il Cristo benedicente tra cherubini: tre anni dopo, il frammento venne murato all’interno di una cornice di stucco sul primo pianerottolo dello scalone d’onore del palazzo del Quirinale, dove è ancora oggi. Gli altri pezzi di affresco sono parte delle collezioni vaticane.
Ancora per pochi giorni, fino al 12 Giugno, alcuni frammenti di questa decorazione possono essere ammirati alla mostra dedicata a Melozzo nella sua città natale, come vi è già stato ampiamente documentato dall’articolo di Daniela Vannini del 12 Gennaio. Sorprende ogni volta la figura sfuggente di questo artista del quale ci sono purtroppo arrivate poche opere ma di grande eccellenza, proprio come gli intensi brani dell’affresco dell’abside della chiesa dei Santi Apostoli.
Una decorazione che doveva aver avuto un gran peso fra gli artisti del rinascimento italiano contemporanei al forlivese, poiché si ritrovano echi della sua composizione in altri affreschi, come quello della chiesa di San Giovanni Evangelista a Tivoli realizzato da Antoniazzo Romano con l’Assunzione della Vergine, simile non solo per il tema ma soprattutto per la soluzione prospettica e compositiva adottata.
Proprio questo affresco è stato utile agli studiosi per tentare di ricostruire idealmente la decorazione prospettica dell’abside affrescato da Melozzo, così da poter meglio comprendere sia la costruzione geometrico - prospettica adottata, che le figure oggi superstiti e la loro disposizione; ricostruzione tentata insieme allo studio dell’affresco del Salone Sistino nei Palazzi Vaticani attribuito a Cesare Nebbia, pittore manierista orvietano, che lo realizza nel 1588.
L’opera del Nebbia in questione raffigura la Proclamazione di San Bonaventura a Dottore della Chiesa e raffigura sullo sfondo la chiesa dei Santi Apostoli con la sua abside che, pur se descritta in modo sommario, ha chiaramente al centro la figura librata nell’aria di Cristo, e sotto, a fargli da corona, gli apostoli, in piedi ed in sequenza orizzontale, posti sei per lato e rivolti verso la navata della basilica.
E’ sicuramente una decorazione che richiama antiche composizioni di età paleocristiana, non certo frequente nei periodi successivi, compreso il primo Rinascimento; ma la basilica dei Santi Apostoli era considerata di antica fondazione costantiniana, perciò la sua decorazione presenta un carattere, per così dire, più arcaico.
Lo stesso Giorgio Vasari nella sua descrizione de Le Vite nell’edizione del 1568, notava che alla base correva un fregio con tralci di vite, botti e persone intente a vendemmiare, realizzato a monocromo, quasi come un decoro musivo dell’antica Roma.
Gli apostoli superstiti sono purtroppo solo quattro e, alla luce delle varie ricostruzioni, dovevano essere tutti inclinati verso la figura del Cristo; le pose quindi ci indicano che, dei superstiti, tre erano da un lato, mentre il quarto era fra il gruppo opposto. Fra di loro c’è un giovane adolescente ed imberbe, ammantato di rosso e con la veste verde, che potrebbe essere riferito all’evangelista Giovanni; il più anziano esibisce i consueti colori di Sant’Andrea.
Per le altre due teste di Apostoli sono state fatte varie congetture, ma non si può identificarli con certezza dai colori delle vesti e dalle caratteristiche dei volti; uno di questi, dal vestito verde fermato con un bottone che appare quasi perlaceo, è stato raffigurato da una prospettiva di sottoinsù talmente ardita da non poterne vedere il capo. I loro volti sono intensi, ispirati, veri e spirituali al tempo stesso.
La tentata ricostruzione, però, ci indica che doveva esserci probabilmente anche una figura colta di spalle, proprio come suggerisce l’affresco di Tivoli, che conduceva la composizione di stampo antico ancor più all’interno dello sperimentalismo prospettico rinascimentale, se ce ne fosse stato bisogno.
La figura della Vergine, che purtroppo non si è salvata dalla distruzione, risulta difficile da collocare, pur se ancora nel 1665 il Malvasia la indica come visibile al centro dell’abside.
Gli angeli musici dalle bionde chiome cotonate erano probabilmente stati posti da Melozzo in modo attento al fine di creare armonia e dinamismo; così, attraverso coltri di nubi, dalle quali uscivano angioletti rubicondi, si passava dall’atmosfera eterea degli angeli con i loro strumenti musicali, al Cristo che catalizza l’attenzione non solo per il perentorio gesto, ma anche per l’intensa espressione del volto e per la distesa eloquente del suo gesto. “La figura di Cristo [è] scorta tanto bene che pare che buchi quella volta” così ce la descrive Giorgio Vasari; nell’insieme doveva apparire sicuramente meno maestosa pur nella sua imponenza, sia per la visione dal basso che per la distanza con la quale lo si poteva osservare, grazie anche allo spazio che aveva intorno a sé nella originaria composizione.
Tutta la composizione, così come ogni figura, era costruita prospetticamente per infondere profondità allo spazio nel quale l’affresco era stato creato, pensato per un definito luogo e quindi realizzato geometricamente secondo questo intento.
Proprio come sottolineato dal Vasari, la mente matematica dell’artista forlivese era riuscita a ridurre lo spazio absidale secondo la sua prospettiva ardita che, con la semplice disposizione dei corpi rendeva realistica la grande scenografia, creando una suggestiva impaginazione spaziale; molto importante risulta a questo punto l’insegnamento di Mantegna, che si ritrova nella potenza del disegno e dei panneggi taglienti, per non parlare degli scorci estremi.
La chiara cromia dalle tonalità tenere e luminose, però, rammenta immediatamente Piero della Francesca e lo studio attento della sua arte che deve aver percorso Melozzo. E proprio dall’arte di Piero nasce quindi una composizione calibrata di figure dai potenti volti floridi e sensuali, ariosa e monumentale, dove la figura umana diviene misura della realtà circostante.
I suoi angeli, pur conservati in pochi brandelli di intonaco staccato, sono divenuti il simbolo della bellezza assoluta nella storia dell’arte. Così venivano descritti dallo Gnudi nel 1938: “…Di una bellezza ardente e di una forza eroica decantate col massimo trasporto”.
Per il neoplatonico Marsilio Ficino la bellezza era composta da “una certa grazia, viva e spirituale. La quale per il raggio divino prima si infonde negli Angeli, poi nelle anime degli uomini, dopo questi nelle figure e nelle voci incorporali, e questa grazia per mezzo della ragione e del vedere e dello udire muove e diletta lo animo nostro, e nel dilettare rapisce; e nel rapire d’ardente amore infiamma”.
Leggendo queste parole si coglie tutto lo spirito rinascimentale motore di questo grande affresco, dove veramente Melozzo è riuscito a cogliere il divino nell’umano, che ancora oggi come in passato riesce a colpire il visitatore per la sua forza comunicativa e rassicurante; un’opera che ha reso immortale Melozzo e l’antica decorazione dell’abside dei Santi Apostoli, pur nel suo avverso destino.