Mark Tobey poeticamente astratto
di - pubblicato il 17 Maggio, 2009 in Mostre
E’ da mettere in agenda un viaggio a Brescia per capire l’altro lato dell’America attraverso le opere di Mark Tobey, l’artista americano nato a Centerville, nel Midwest degli States nel 1890 e morto a Basilea nel 1976, che come nessun altro sintetizzò l'adesione spirituale all'espressionismo astratto americano.
Mark Tobey poeticamente astratto è il titolo dell’antologica, curata da Philippe Daverio e Dominique Stella, che porta fino al 26 settembre alla Galleria Agnellini Arte Moderna di Brescia, con il patrocinio della Provincia e del Comune della città, novanta opere realizzate dall’artista dal 1925 al 1974, in gran parte inedite e tutte autenticate dall’Archivio Tobey .

L’altra faccia dell’America, il lato riflessivo, responsabile, indagatore di un artista schivo e “come tale capace di seguire i sentieri stretti d’una ricerca d’avanguardia che nei suoi anni era auspicata - spiega il curatore Daverio – come riscatto d’un paese che guardava ancora al mondo delle culture esterne con una garbata riservatezza”. Per due anni, agli inizi del Novecento, Tobey frequenta i corsi dell'Art Institute of Chicago, poi nel 1911 si trasferisce a New York dove fa illustratore per la rivista di moda McCall's. Durante il decennio seguente il suo talento viene progressivamente riconosciuto e diventa un pittore ricercato: comincia a ritrarre numerose e importanti personalità dell’epoca.

Agli inizi della carriera è un artista figurativo e fra le sue opere più significative appartenenti a questo periodo si riconoscono in Still life on a table, una delicata natura morta del 1930, e il ritratto di Matisse, pastello su carta. La svolta esistenziale e artistica, il momento decisivo per la sua opera è la conversione alla fede Baha'i, che lo spinge ad esplorare la rappresentazione spirituale nell'arte, dedicandosi ad uno studio approfondito di questa religione che lo accompagnerà per tutta la vita.
Nel suo pensiero la pittura deve transitare attraverso le vie della meditazione, e non lungo i canali dell'azione e quindi inizia a dedicarsi alla rappresentazione dello spirituale nell'arte. Religione monoteistica nata in Persia alla fine dell’Ottocento e poi diventata un movimento diffuso in tutto il mondo, la fede Bahá'í e le credenze sull’unità e la diversità, sull’unicità di tutti i popoli e le religioni, ha esercitato su Tobey una forte influenza e lo ha certamente indotto a sperimentare forme e stili diversi. L’arte e gli oggetti artigianali del mondo orientale lo attraggono e proprio durante diversi viaggi in Oriente comincia a studiare la calligrafia e la pittura a pennello, poi in Medio Oriente, la scrittura araba e persiana.

La sua arte si evolve nel corso degli anni, passando da una raffigurazione accademica, che caratterizza appunto le sue opere degli anni ’20 e dei primi anni ’30 a una forma espressiva e gestuale che egli svilupperà a partire dal 1934-35, al suo ritorno dai soggiorni in Cina e soprattutto in Giappone. Nasce così la celebre scrittura bianca “White Writing” la stesura pittorica di simboli calligrafici - bianchi o colorati di luce - su uno sfondo astratto, a sua volta composto da minuscole pennellate che si intrecciano fra loro.
Dopo il 1950 abbandona “la scrittura bianca” a vantaggio della tonalità scura. A partire del 1958, durante un periodo trascorso in Giappone, realizza una serie di Sumi, un disegno eseguito a inchiostro , secondo una tecnica nata in Cina e poi ripresa, grazie ai monaci buddisti zen, dagli artisti giapponesi nel XIV secolo. Utilizza solo l'inchiostro nero che, secondo l'insegnamento dei maestri zen, corrisponde alla più elevata semplificazione del colore.

La curatrice della mostra Dominique Stella precisa: “l'arte di Tobey supera la vocazione visiva dell'opera per raggiungere l'immaterialità e il vuoto che ha appreso dai calligrafi cinesi e giapponesi, i quali nel vuoto vedono il grado più elevato della forza creativa. Lo spazio è un concetto che supera il visivo e che lo interessa più della sfera materiale della tela. Al di là della rappresentazione tridimensionale, egli ricerca ciò che « potrebbe davvero toccare ».
Tante le tecniche dall’inchiostro alla tempera, dalla penna a sfera alla matita, dal gesso al pastello, utilizzate dal Tobey per le opere esposte a Brescia. I colori scuri, i grigi e il tocco sottile caratterizzano la maggior parte di questi dipinti ed evocano spesso il mondo naturale, in particolare mostrano la natura in primo piano. Ricordano una rete di cellule, viste attraverso un microscopio, una superficie rocciosa segnata dalle intemperie o le venature della corteccia di un albero.
La mostra rappresenta anche una rara occasione per ammirare tre originali vetrate dipinte a mano del 1970 e alcuni bozzetti, non datati, sull’arte antica greca e romana.
Grandi retrospettive gli sono state dedicate dal MoMA di New York (1962), dallo Stedelijk Museum di Amsterdam (1966) e dalla National Collection of Fine Arts di Washington (1974). Membro del National Institute of Arts and Letters dal 1956, ottenne numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Guggenheim International Award (1956) e il Premio pittura della Biennale di Venezia (1958).
Un’occasione unica, accompagnata dal catalogo edito da Shin Production con testi critici di Philippe Daverio e Dominique Stella, per ripercorre e forse per qualcuno per imparare a percorrere i sentieri dell’arte di questo maestro poeticamente astratto.