Mario Schifano. In diretta
di // pubblicato il 05 Maggio, 2010
Se è vero che il movimento della Pop Art trova le sue radici più profonde nell'America degli anni Sessanta, è pur vero che anche in Europa nel medesimo periodo si sviluppano correnti che reinterpretano e attraversano la cultura mediatica partendo dai simboli della contemporaneità e incrociandosi con letteratura, musica e cinema.
Uno degli esiti più interessanti in questo senso si ha nella Città Eterna dove l'assorbimento dell'ironia Neo- Dada affranca la nuova corrente artistica dalla Pop- Art in senso stretto pur mantenendo tra le due una forte corrispondenza.
Un movimento che vede come protagonisti principali, tra gli altri, gli artisti: Mario Schifano, Tano Festa e Franco Angeli, riunitisi nella Scuola di Piazza del Popolo e che ebbe come centro di ritrovo la galleria d'arte La Tartaruga di Roma dando la possibilità a ciascuno degli artisti di evolversi in maniera differente non solamente vicini all'arte pop.

Si colloca qui l'opera di Mario Schifano, nato in Libia ma romano d'adozione, artista controverso, forse borderline, a cavallo tra l'ideologia e il mondo della Beat Generation di Lawrence Ferlinghetti, Jack Kerouac e Allen Ginsberg e lo spirito citazionista di Andy Warhol, Jasper Johns e Robert Rauschenberg.
Dopo tutto, chi meglio di questi artisti ha saputo tradurre le pulsioni di un'epoca?
Il lavoro di Mario Schifano è fatto di colori industriali che sgocciolano sulla tela, numeri e lettere che si incrociano, formano parole e lanciano messaggi attingendo ispirazione dal tessuto urbano; sono bicromi o monocromi paesaggi definiti Paesaggi Anemici realizzati utilizzando oli o smalti.
Una pittura che vede nella quotidianità e nel consumismo di massa un valido punto di partenza per un discorso artistico che occhieggia all'estetica del nuovo continente come nelle opere che recuperano insegne pubblicitarie: i loghi di Esso e Coca Cola.
Così come il Re del pop, Andy Warhol, anche Mario Schifano non è indifferente al bombardamento mediatico a cui la società degli anni Sessanta è soggetta, e come solo gli artisti sono in grado di fare la assorbe, ne carpisce le simbologie, le metabolizza, le fa sue e le trasla sulla tela.

E' in questo modo che lo stereotipo si rinnova e diventa germe per una creazione ironica.
Il geniale citazionismo dell'artista non si limita alle icone dell'epoca ma volge lo sguardo verso le grandi avanguardie storiche, oltre al già sotteso Dada, l'artista, come un Quentin Tarantino della tela, cita esplicitamente uno dei movimenti protagonisti della rivoluzione pittorica e figurativa; in questo caso il futurismo.
E' il ciclo Futurismo Rivisitato che si esplica nel tributo dell'artista al suddetto movimento, in un contrasto tra la definita linearità delle silouhette e i colori che ne costituiscono lo sfondo; qualcosa di assolutamente interessante che se da un lato costituisce un omaggio alla storica avanguardia di inizio Novecento, dall'altro evoca e anticipa l'attualissima tecnica dello stencil utilizzata in interventi di urban art e street art.
Non un collegamento casuale se si pensa alla forte connessione tra queste e la società del consumismo; tra queste e l'ironia nelle modalità artistiche che conducono, in un certo senso, la critica alla società massificata.
Mario Schifano, in una Roma forte della sua cultura da aeroporto internazionale, per citare Renato Barilli, attua una politica dell'azzeramento che passa attraverso la monocromia; e quindi azzeramento del pittoricismo e azzeramento dello stereotipo, sia storico che mainstream. Curata da Martina Corgnati, la mostra Mario Schifano. In diretta presso la galleria d'arte Sangallo ART Station di Firenze si orienta verso l'analisi della poetica dell'artista , per mettere in risalto i ruolo che l'arte ebbe nella sua vita e nella sua personale percezione della realtà.
La galleria riconferma così un legame con Mario Schifano iniziato nel 1974, e successivamente consolidatosi nel 1975, quando il gallerista Marcello Secci aveva curato una mostra dell'artista nella sede storica della medesima galleria.

L'artista realizzò per l'occasione un centinaio di Paesaggi Anemici e altrettanti televisori che vennero esposti in teche di plexiglass che costituirono successivamente una soluzione espositiva utilizzata dall'artista anche in contesti differenti.
A distanza di decenni, Sangallo ART Station rende nuovamente omaggio a Mario Schifano con una mostra corposa e ricca che ripercorre le principali tappe del percorso dell'artista, diviso tra la sagace ironia, il riferimento sia colto che più popolare e la ricerca tecnica di nuove modalità espressive e nuovi materiali.
Tra le opere in mostra: Inventari, i Futurismi Rivisitati, le insegne della Esso e della Coca-Cola, le Oasi e i Paesaggi anemici ma non troppo.
Il titolo stesso della mostra, d'altronde, utilizza un termine legato alla contemporaneità, alla televisione: la "diretta", intesa come immedesimazione dell'artista nel personaggio che sta davanti e dietro lo schermo; l'arte come strumento di comunicazione; un riferimento al tubo catodico e all'evoluzione di quella "scatola magica" che a partire dagli anni Cinquanta iniziò a diffondersi nelle case degli italiani.
Per Mario Schifano, affascinato da tutto questo, la superficie pittorica diviene come uno schermo su cui proiettare immagini, numeri e lettere.
Una mostra condotta non solo dall'interesse scientifico per il lavoro del maestro ma anche da un interesse più profondo per il legame che intercorse tra la sua attività e la sua vita fatta di contraddizioni e ombre ma anche di una fortissima sensibilità per tutti quegli input dati dal mondo contemporaneo e dalla società in evoluzione.