Marco Raciti. La pittura dell’ignoto
di // pubblicato il 14 Aprile, 2010
“L’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile”
Paul Klee
Strumenti e tecniche della pittura per dare volto a qualcosa di segreto che si nasconde e che, di conseguenza, appare difficilmente comprensibile; un cromatismo tenue ed impalpabile senza limite alcuno. Queste le linee guida dei 100 dipinti facenti parte della personale del pittore milanese Marco Raciti (Milano, 1934) allestita presso Palazzo Magnani a Reggio Emilia, fino al 2 maggio 2010. Sono gli anni compresi tra il 1959 e il 2009 ad essere i protagonisti dell’esposizione di uno dei pittori di più intenso lirismo del panorama italiano.
La mostra “Marco Raciti. La pittura dell’ignoto” riassume, già nel titolo, il costrutto concettuale nascosto dietro le singole opere d’arte; ci accompagna alla scoperta di un mondo costantemente in bilico tra l’onirico e il reale, tra ciò che crediamo di vedere e ciò che ci sfugge. Lo scenario in cui Raciti colloca le sue fugaci apparizioni è costantemente un fondo indefinito, in cui gli elementi smaterializzati si annidano perché anch’esso segnato dall’indeterminazione dell’essere; talvolta la tela è lasciata grezza, esposta nella sua nudità, talvolta solcata da tratti che sembrano essersi posati controvoglia sulla superficie, per poi diventarne prigionieri.

La pittura dell’artista rivela una parabola creativa ascendente e mutevole. Negli anni ’60 assistiamo all’immersione in un mondo quasi fiabesco, in cui i segni si articolano a formare figure svettanti verso l’alto o dentro l’orizzonte, come a voler captare qualcosa che non riusciamo né a vedere né a sentire ma che una volta catturato, forse, porterà ad una maggiore definizione del tutto (non a caso nei titoli si parla di antenne, sonde, giostre e teleferiche). Attingendo a piene mani dalla dimensione dell’immaginazione e armato di uno sguardo infantile il pittore tratteggia, attraverso l’impiego di linee fluide e semplici, mondi altri come solo i bambini dotati della più fervida fantasia sono in grado di fare. I tasselli di colore che riempiono lo sfondo sembrano quasi tentare di ancorare a terra le altrimenti fluttuanti figure che, senza sosta, si muovono sulla superficie incuranti dello spazio circostante perchè non soggette alle leggi terrene della gravità, pronte a scomparire da un momento all’altro.

Gli anni ’70 segnano, invece, lo sviluppo di ciò che Raciti stesso chiama nei suoi titoli il ciclo delle “presenze-assenze”: lo spazio non assiste più, come nel decennio precedente, alla danza delle forme che si appoggiano su esso, ma diventa qualcosa contro cui agglomerati di colore e segni sottili ed eleganti lottano per conquistarsi uno spazio. Le mutazioni delle dimensioni, delle forme e del colore sembrano presupporre un’organicità pronta ad evolversi, allargarsi ed inglobare qualsiasi cosa sia nelle vicinanze. Spesso, poi, i segni si infrangono sulla tela con la forza di un bisturi, trasformandosi in vere e proprie lacerazioni dello strato superficiale di quella realtà che appare ormai inadatta al loro contenimento.

In una continua altalena tra le parti, i decenni subito successivi si misurano con l’evocazione del mito, rivisitando alcune delle vicende saldamente ancorate nell’immaginario umano (da quella di Icaro a quella di Giove che si fa cigno per possedere Leda); sempre attraverso allusioni e frammenti, lo spazio si frantuma aumentando la propria complessità, disorientando lo spettatore attraverso modalità narrative del tutto inedite. La ricerca di un “altrove”, di qualcosa che non si manifesta ma che non per questo non esiste, continua ed essere per Raciti il fine ultimo del suo percorso espressivo: un’indagine dell’ignoto abilmente eseguita attraverso il medium pittorico.

Rimane pressoché inalterata, nel corso degli anni, la sua tavolozza cromatica: sempre affezionato al nero, all’azzurro, al bianco e all’ocra, l’artista milanese dimostra come i suoi lavori si nutrano della stretta relazione tra colori, segni e forme e di come sia impossibile una loro esistenza autonoma.

Nelle opere degli anni più recenti, infine, rivisita il tema della Crocefissione, con mani scheletriche che emergono dal nulla, vogliose di gridare la loro sofferenza, l’anelito ad un’impossibile speranza, la certezza dell’immutabilità della loro condizione.