Mario Cresci: Forse fotografia attraverso l’Arte.
di // pubblicato il 27 Novembre, 2010

La Pinacoteca di Bologna, in via Delle Belle Arti, è sicuramente uno degli spazi più affascinanti della città nonché uno dei posti a cui sono più legata viste le giornate passate a studiare dipinti e sinopie negli anni universitari.
Anche per questo motivo, tornarci e riscoprirla in una nuova prospettiva, contemporanea e ripercorsa da un grande artista come Mario Cresci, è stata un'esperienza significativa.
In occasione di questa prima tappa di un evento che avrà luogo anche a Roma e Matera, resa possibile dalla collaborazione tra diversi enti (Soprintendenza di Bologna, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Comune di Bologna, Fondazione Carisbo e Associazione degli Amici della Pinacoteca Nazionale “Società di S. Cecilia”), all'artista è stato dato spazio a trecentosessanta gradi. Partendo dalla galleria inferiore, in cui la sezione antologica della mostra ospita novanta fotografie che ripercorrono tappe diverse dell'iter dell'artista fino alle video installazioni, alle video animazioni e ai progetti site-specific dei piani superiori realizzati riflettendo attentamente sia sulle opere della Pinacoteca che sulle statue presenti nell'adiacente Accademia Delle belle Arti, Mario Cresci penetra nell'essenza e nella spiritualità dello spazio storico interagendo con segni grafici e simboli.
Curato da Luigi Ficacci in collaborazione con l'artista, il percorso espositivo si snoda sui tre livelli dello storico edificio.
Tutto inizia con una macchina, lo strumento protagonista della foto Nikon Esplosa (Matera, 1972) e protagonista dell'immagine che soggiace nell'intera attività dell'artista.
Si passa successivamente alle geometrie e alle alterazioni di cerchio, croce, quadrato, presenti anche nelle sezioni della mostra dei piani superiori; costante della ricerca dell'artista che nell'alterazione geometrica sembra trovare una propria interpretazione dell'evolversi continuo delle forme e della mutazione. La stessa Geometria non Euclidea (Venezia, 1964) e le stesse Alterazioni del Cerchio (Venezia, 1964) si ritrovano infatti nel rosone stampato appositamente per lo spazio del complesso di Mezzaratta, come cerchio deformato o, come suggerisce l'artista stesso, L'Occhio di Dio.

Nella medesima sezione "sotterranea" una serie di interni, realizzati a Tricarico e Barbarano Romano negli anni Sessanta e Settanta.
Diverse le serie in mostra, dalle quali emerge il senso per la ricerca ma anche per la fascinazione che luoghi, oggetti e volti esercitano e cha attraverso la lente diventano parte di una cosmogonia che comprende luoghi fisici ma anche elementi immaginati o creati attraverso suggestioni e sperimentazione visuale; le medesime suggestioni che vengono create attraverso le installazioni dei piani superiori realizzate interagendo con gli spazi e le opere presenti nella Pinacoteca.
Salendo le scale ci si trova di fronte ad un cerchio luminoso proiettato al centro delle Nozze di Cana, come un fascio di luce che attira l'attenzione su questo nuovo elemento percettivo che vive all'interno dell'opera.
Tra la collezione medievale e quella che comprende i Carracci e Guido Reni moti gli interventi dell'artista che continuamente colgono lo spettatore con un senso di perenne stupore, come un pungolo inaspettato che innesca una riflessione a partire da simboli costanti.
Prima tra tutte, la serie fotografica Teste e Cornici, immagini immobili in cui i soggetti, osservatore e "osservato" sono interni al quadro/ fotografia, come in un trompe-l'oeil contemporaneo a cui, diametralmente opposta, la farfalla candida e in movimento crea una contrapposizione tra moto e immobilità.
Lo stesso occhio rigoroso dell'artista è quello che estrapola dettagli dal corpus di opere medievali presenti nella collezione; un periodo, il Medio Evo, costruito sulle simbologie e su un linguaggio comprensibile grazie all'attenzione ai dettagli. E' qui che si inseriscono le stampe di sfondi e di elementi dorati, pensando all'oro come alla metafora di uno spazio senza tempo, come lo definisce l'artista, e facendo convivere in esso geometrie e elementi dalla forte carica rappresentativa.
E' in queste grandi stampe che ricompaiono le geometrie: cerchio, croce, quadrato come in un eterno richiamo; dall'altro lato icone altrettanto forti dominano le grandi stampe: sono il Grande Chiodo e il Grande Sangue a cui si aggiunge Ostensione IPad con Fuoco in cui la tecnologia si combina con uno dei quattro elementi, simbolo di catarsi e rinnovamento.
Il sangue e il chiodo, si presentano come forme ingigantite, evocative del sacro e della cristianità ma anche emblematiche, attraverso l'immagine di Cristo, di tutta l'umanità che la contraddistingue.

Proseguendo nel percorso relativo alle installazioni fotografiche, un ruolo fondamentale in questo processo di spaesamento progressivo è quello della coppia di grandi fotografie Ritratti Mossi: i volti di due delle madri della Strage degli Innocenti del Guido Reni, uno strazio contemporaneo, che si legge quotidianamente nei volti della cronaca mondiale. Sempre Guido Reni è protagonista di una delle installazioni di luce in un ritratto che si compone grazie alla giustapposizione di punti che si addensano su uno schermo.
A completare il lavoro fotografico, come già accennato, lo sguardo sulle statue dell'Accademia; la reinvenzione di queste passa attraverso l'impenetrabilità di un foglio bianco che le cela, vengono in mente le installazioni della storica coppia Christo e Jeanne-Claude, ma qui "l'impacchettamento", finalizzato ad una ricerca metafisica di isolamento spazio-temporale, viene realizzato in spazi chiusi.
Altrettanto emozionanti le installazioni video e le proiezioni animate che interagiscono con le opere, laddove la parola scritta penetra nel muro e compare come significante e significato vicina alle opere stesse o dove le rette luminose si intersecano, come accade nell'affresco dello Pseudo Jacopino in cui la luce proiettata sulla massa di corpi protagonisti in tutta la drammaticità della battaglia accresce quel senso di empatia suscitato nello spettatore.
Nella sala delle sinopie del ciclo di affreschi proveniente dalla già menzionata Chiesa di Mezzaratta, ritornano cerchio, croce e quadrato; anche qui la proiezione di luce crea, accosta, sovrappone linee e traccia alterazioni luminose liberamente vivibili dallo spettatore che trova in queste un modo di fruizione diverso, suggestivo e per certi versi ipnotico di questo capolavoro del Trecento bolognese.
Attraverso la fotografia e la luce Mario Cresci fa rivivere la storia dell'arte, dà voce alla storia illuminandone i dettagli tanto da farci dimenticare il fatto che si sta attraversando una sorta di "mostra nella mostra".
Forse Fotografia, o Forse non solo Fotografia come scrive l'artista; forse una molteplicità di manifestazioni diverse tra video, installazione, scrittura, aggiungeremmo noi, per attraversare le immagini e la simbologia che le rende eterne.
