Mare dentro
di // pubblicato il 15 Gennaio, 2010
Ramón Sampedro è nato a Xuño in Spagna, nella regione della Coruña e poco dopo il suo diciannovesimo compleanno si è imbarcato come marinaio su una nave norvegese con l’intenzione di girare il mondo. All’età di venticinque anni è rimasto paralizzato dal collo in giù a causa di un incidente, in un attimo di distrazione si è tuffato in mare senza rendersi conto che la risacca in quel punto aveva reso il fondale troppo basso e la lesione riportata dalla sua spina dorsale è stata irreparabile. Fin dai primi tempi della paralisi avrebbe voluto la morte, ma l’impossibilità anche del più piccolo movimento non gli ha consentito di attuare i suoi propositi suicidi.
Dopo aver rivendicato per anni in sede legale il suo diritto a scegliere una fine dignitosa, aver pubblicato a sostegno della sua causa il libro Cartas desde el infierno (Lettere dall’inferno) e aver subito il netto rifiuto delle autorità, il 12 gennaio 1998 Ramón è stato aiutato da un gruppo di amici, ognuno dei quali ha compiuto solo una piccola azione che presa singolarmente non poteva avere alcun rilievo penale, a mettere fine alla situazione per lui umiliante in cui viveva da oltre ventotto anni bevendo da una cannuccia una soluzione contenente cianuro di potassio. Costretto dalla morale pubblica ad agire clandestinamente, nascondendosi al pari di un criminale, come ebbe a dire lui stesso nel video che ha documentato l’attuazione del suo proposito e la dinamica finale della sua morte. Successivamente è stata pubblicata postuma la sua raccolta di poesie Cando eu caia (Quando cadrò).

Mare dentro di Alejandro Amenábar racconta la storia vera di quest’uomo e della sua lunga battaglia per affermare la libertà per sé stesso all’autodeterminazione, la prima in Spagna, portata avanti però con la consapevolezza di rappresentare un precedente per tutti coloro che nel futuro si fossero trovati a vivere situazioni analoghe, il suo suicidio ha suscitato scalpore riaprendo in Spagna il dibattito sulla questione morale del testamento biologico.
La grandezza del film sta nel non prendere una posizione pro o contro l’autorizzazione all’eutanasia ma attraverso il caso emblematico di un uomo in pieno possesso delle sue facoltà mentali e psichiche, a cui il tribunale ha rifiutato anche la possibilità di parlare direttamente alla corte nel corso dell’udienza a cui era appositamente intervenuto, rivendicare il diritto per ogni essere umano a decidere per se stesso del proprio destino quando il subentrare di fattori esterni atti a svilire la qualità della vita dovesse renderla non più dignitosa per l’essere umano.
Vivere deve essere un diritto e non una condanna, amava ripetere Ramón. Il suo avvocato nella requisitoria finale del processo ha sottolineato le contraddizioni di uno Stato che si dice laico, non sottoponendo a un processo gli individui che tentato il suicidio e poi sopravvivono riconoscendo di fatto che ciò non costituisce reato, ma che davanti a una persona lucidamente consapevole che chiede venga posta fine alle sue sofferenze improvvisamente afferma che l’uomo non è padrone della sua vita in quanto dono di Dio e che pertanto non ha titolo per decidere, appellandosi a motivazioni metafisiche nel quale l’individuo stesso è riconosciuto libero dalla legge di non credere!
Persino il personaggio di Gené l’amica attivista che affianca Ramón nel corso di tutta la sua battaglia per la rivendicazione della libertà di scelta, al momento dell’addio telefonico non riesce a non dire all’amico di desistere dal suo proposito se sentirà incertezze, dimostrando di non capire fino in fondo la sofferenza che ha portato Ramón a tanta determinazione. Rivelando così che per quanto una persona possa essere partecipe e razionalmente comprensiva della condizione inaccettabile di chi subisce la malattia, solo chi si trova davvero a vivere l’inferno inchiodato a un letto dovendo dipendere dagli altri totalmente, senza la possibilità di vivere una vita degna di questo nome, può davvero capire cosa significa e conseguentemente scegliere il meglio per sé stesso.
Tanti gli interrogativi morali che il bellissimo film di Alejandro Amenábar pone affrontando di petto uno dei tabù più grandi e radicati della nostra cultura occidentale, quello della morte, che per educazione siamo tutti abituati a rimuovere come qualcosa che ci riguarderà solo in un astratto futuro lontano. La morte è parte integrante della vita, siamo abituati a vivere come se fossimo immortali, a volte sprecando il nostro tempo in maniere insulse, ma è la morte che rende prezioso il nostro vivere, se ne avessimo una quantità illimitata non avrebbe alcun valore.
Oltre al tema più evidente dell’eutanasia Mare dentro è un film che parla di vita, perché vita e morte sono indissolubili, ma soprattutto d’amore che è sempre il motore più forte della nostra umana esistenza. C’è l’amore di natura più intellettuale che accomuna Ramón all’avvocato Julia affetta da una malattia genetica degenerativa, la consapevolezza di avere un tempo breve e definito li accomuna ma mentre lei si aggrappa al sentimento per continuare a trovare la forza di vivere comunque, lui lo rifiuta come rifiuta la vita, ormai determinato nel suo voler abbandonare il peso rappresentato dal suo corpo.

C’è l’amore tra Ramón e la cognata Manuela, che lo accudisce per anni da quando è mancata sua madre, un amore materno fatto di silenziosa abnegazione ma anche di un pizzico di gelosia per le altre figure femminili che gli ruotano attorno. C’è l’amore tra Ramón e suo nipote Javi che rappresenta per lui il figlio mai nato, quello che avrebbe voluto avere se l’incidente non gli avesse spezzato la vita e al quale ha dedicato un’eloquente poesia. Infine c’è l’amore di Rosa, quello più puro, che ha il coraggio e la forza di mettere da parte desideri ed egoismi per andare incontro a ciò di cui l’altro ha davvero bisogno per la realizzazione del suo cammino esistenziale. In fondo è lo stesso tipo d’amore che per primo Ramón aveva donato alla sua ragazza del tempo in cui ebbe l’incidente e a cui, davanti ai suoi progetti di matrimonio, gridò di andarsene e dimenticarlo per impedirle d’immolare la sua giovane vita alla cura di un corpo condannato a un’inevitabile atrofia.

Per rispetto della personalità del vero Ramón Sampedro che amava ironizzare sulla sua malattia e sulla morte, stigmatizzando così ogni sentimento di compassione e umana pietà che la sua condizione poteva ispirare nei suoi interlocutori, il film è pieno di battute e situazioni anche comiche, come il dialogo tra il protagonista e il sacerdote paraplegico, giunto in visita convinto di potergli ridare voglia di vivere, che si parlano attraverso le scale per l’impossibilità della carrozzina del prelato di passare attraverso l’accesso troppo stretto al piano superiore. L’ultimo e definitivo abbraccio tra Ramón e il nipote è per me una delle scene più toccanti in assoluto della storia del cinema degli ultimi decenni.
Javier Bardem offre una prova di recitazione superlativa, affidando tutta l’espressività alla sola mimica facciale e interpretando un uomo molto più anziano di lui, ha vinto per questo ruolo la Coppa Volpi come miglior attore protagonista alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e l’EFA, l’Oscar Europeo, come miglior attore nel 2004. Alejandro Amenábar ha vinto il leone d’argento per la miglior regia sempre al festival di Venezia 2004, inoltre il film ha vinto l’Oscar Europeo come miglior film del 2004, l’Academy Award, l’Oscar vero e proprio, come miglior film in lingua straniera e il Golden Globe, il premio assegnato dalla stampa estera accreditata a Hollywood, come miglior film straniero nel 2005.
Mare dentro è un film prezioso e necessario che mette a nudo ogni ipocrisia delle istituzioni sul tema del testamento biologico e dell’eutanasia, costringendo ognuno di noi ad una riflessione profonda su un argomento difficile perché rimosso dalla coscienza ma che ci coinvolge tutti direttamente.
