Marchingegni antropomorfi, impulsi periferici esterni nel nuovo lavoro di Pathosformel
di // pubblicato il 10 Aprile, 2010
Riecheggia uno spirito di warburghiana memoria in Pathosformel, gruppo nato nel 2004 a Venezia su progetto di Daniel Blanga Gubbay e Paola Villani con l’intento di indagare i rapporti esistenti tra performance, uso del corpo e sedimentazione cerebrale di immagini.
Di volta in volta avvalendosi di collaborazioni con diversi artisti, il duo cerca sempre di andare oltre la formel precostituita nell’analisi di un dato concetto, in modo da creare nuovi sviluppi e suscitare molteplici reazioni nello spettatore. Dopo l’emergere di corpi in formazione in La timidezza delle ossa, è la volta di La prima periferia; entrambi i titoli sono in cartellone al Teatro San Martino di Bologna. La prima periferia, già presentata all’Uovo Performing Arts Festival di Milano, ha visto il lavoro congiunto dei fondatori con i performer Simone Basani e Giovanni Marocco.
Tre “modelli anatomici”- scheletri o forse resti di esseri umani - in grado, attraverso giunture, di riprodurre il movimento umano nei suoi minimi dettagli, vengono agiti da altrettanti performer. Questi ultimi, sorta di Kiken contemporanei in sneakers, tute e felpe scure, trasportano letteralmente tali figure, supportandole sia nell’equilibrio in piedi che nell’esecuzione di gesti spaziali. Tutto è giocato sull’induzione del movimento da esseri animati, i performer, a entità che acquistano proprie qualità attraverso questo processo d’impulso vitale. Strutture atte alla vita, ma prive di quel pneuma che sottende l’azione. Un “rapporto parassitario”si instaura tra loro e i performer: paiono succhiare la linfa impiegata nello sforzo dei performer per muoverli.
Musiche fortemente ritmate scandiscono e sottolineano con forza ogni singolo movimento da loro eseguito. Si avvertono suoni simili a quelli prodotti da un’incudine, possibile richiamo a delle fucine o fabbriche. Che sia la Fucina dove l’Umana Forma sta per essere forgiata? Forse i performer, aiutanti di un Efesto del 2010, sono colti nell’atto di testare un prodotto appena confezionato?

Durante la performance si susseguono pose stoico-riflessive assunte dai modelli anatomici. Seduti o accovacciati, con le gambe distese, ognuno dei modelli ha sempre lo sguardo rivolto in direzione diversa rispetto a quello degli altri. Indotti dai performer, si toccano gli arti, la testa, il collo, come se prendessero man mano coscienza del loro peso materiale e della loro sostanzialità. In cosa sta il concetto di “prima periferia”? Forse nella messa al bando - in periferia, appunto – degli impulsi interni per un’apertura totale agli stimoli provenienti dall’esterno, nel creare degli organismi iper-ricettivi, casse di risonanza dell’universo nel quale si trovano immersi.