Mapping the studio: Palazzo Grassi e Punta della Dogana
di // pubblicato il 27 Giugno, 2010
L'anno scorso avevamo presentato, in una delle nostre pagine, un evento di straordinaria importanza per l'arte contemporanea e per la città coinvolta: Venezia.
Il 6 giugno 2009, presso quella che era l'antica Punta della Dogana, restaurata dall'architetto giapponese Tadao Ando, inaugurava la mostra Mapping the Studio: Artists from the François Pinault Foundation, una mostra dal respiro internazionale che, dopo l'esperienza di Palazzo Grassi, sanciva ancora una volta lo stretto legame tra la città lagunare e il collezionista francese.
Curata dall'italiano Francesco Bonami e dalla statunitense Alison M. Gingeras, la mostra è stata concepita per aprire al pubblico il nuovo sito acquisito dal collezionista ponendo in dialogo artisti di epoche differenti e sottolineando la capacità di François Pinault di orientare le proprie scelte sia verso artisti già affermati la cui opera è indiscutibilmente riconoscibile a tutti, sia verso artisti emergenti in un continuo rimando storico- artistico determinante nella forza espressiva della collezione.
E' così che navigando sul Canal Grande, che appare come d'argento, si raggiunge Palazzo Grassi in Campo San Samuele, abitazione settecentesca acquistata nel 2005 da François Pinault e restaurata dallo stesso Tadao Ando, a seguito ad un precedente intervento di Gae Aulenti.
Ancora prima di entrare due segnali del contemporaneo: un'installazione esterna di Urs Fisher e una di Richard Prince.
Le sale interne del palazzo ospitano parte di una delle collezioni di arte contemporanea più ricche di tutti i tempi, per quantità e varietà di opere ma soprattutto denotano come François Pinault ami seguire gli artisti nel loro percorso stilistico e creativo.

Mapping the Studio è proprio questo; parte dall'omonimo video/esperimento/ laboratorio notturno di Bruce Nauman del 2002, in cui l'artista monitorava il proprio studio ininterrottamente ogni notte, fornendo allo spettatore una chiave di lettura voyeuristica e intima del proprio lavoro. Nel video, grazie all'uso di una telecamera a raggi infrarossi l'artista cattura l'attività notturna degli altri abitanti del suo studio: piccole creature che costituiscono, per lui, una serie di simboli vicini al proprio vissuto. Ispirandosi a questa idea, la mostra indaga la dimensione più personale del lavoro degli artisti attraverso opere site specific appositamente realizzate per l'evento.

Non è un caso forse che Palazzo Grassi, uno dei due luoghi deputati ad ospitare questa mostra, sia stato in passato un'abitazione. Nell'atrio convivono due opere molto diverse tra loro: una scultura di Jean Tinguely del 1969, la Tomba del Kamikaze struttura pesante e scura che affianca Dancing Nazis (2008) del polacco Piotr Uklanski, installazione site specific dominata da ritratti storici e da un dance floor che ricorda i luna park del passato; da qui la musica commerciale, che ritma l'alternarsi dei colori sul mosaico della pista, ci accompagna lungo il percorso espositivo che si snoda ai piani superiori.

Protagonista delle prime sale l'installazione di retaggio pop del duo Pruitt- Early che con le sue lattine e le sue Harley- Davidson sembra voler alludere ad un intramontabile immaginario collettivo contemporaneo. Alla forza cromatica di questo lavoro si affiancano le fotografie digitali di Nate Lowman del 2009, dai titoli ispirati alle quattro stagioni.
Una delle opere più suggestive, nella sua semplicità, composta da quarantadue lampade è quella di Felix Gonzales- Torres, artista estremamente sensibile presente con una sua opera anche nella sede di Punta della Dogana.
Procedendo, ci si imbatte in due grossi personaggi, due "imponenti presenze"; spiriti a metà tra l'organico e il robotico plasmati dal tedesco Thomas Shutte.
Il riverbero di una serie di scelte artistiche libere e orientate verso il connubio tra estetica e associazione stilistica tra autori diversi prosegue tra lavori di Cy Twombly, come il ciclo Bacchus (2005) essenziale ma latrettanto ricco di simbologia e i lavori di Martin Kippenberger e Robert Gober tra il pop e l'iperrealismo densi di ironia ma non per questo meno significativi.
Iperrealista è anche il complesso lavoro su tela di Michael Borremans; una serie di opere di varie dimensioni realizzate tra il 2003 e il 2008 in cui l'artista sembra estendere il suo occhio e il suo sguardo attraverso la tela penetrando i personaggi ed addentrandosi nel loro animo. I colori pastosi si mischiano dando identità ad ogni singolo personaggio.

Altri artisti in mostra sono il tedesco Franz West, di cui abbiamo recentemente presentato la retrospettiva presso il Museo MADRE di Napoli, e i nostrani Francesco Lo Savio con i suoi lavori Spazio Luce (1960) e Filtro e Rete (1962) e Lucio Fontana con un suggestivo Concetto Spaziale del 1958. Tra i grandi maestri della contemporaneità compare anche Daniel Buren: inconfondibile la sua Peintures aux Formes Variables del 1966.
Quasi contemporaneo a questo il lavoro al neon di Dan Flavin Monument for V Tatlin del 1964 a cui si accosta una doppia opera di Rudolf Stingel, damascata; bianca e nera; tridimensionale dialoga perfettamente con lo spazio e con le altre opere con cui convive.
L'atmosfera cambia quando entrano in scena i fratelli Chapman, enfants terribles dell'arte contemporanea i quali si impossessano di una sala intera e la riempiono di riferimenti a Goya in una sere di immagini grottesche e allusive alla superstizione e alla follia attuale, intrinseca nello stesso, proverbiale titiolo Like a Dog Returns to its Vomit Twice (2006).
Pochi passi dopo, la prima opera di Takashi Murakami in mostra alla fondazione: Kawaii- Vacances D'été (2002) in cui la prima parola, in giapponese "carino": nove metri di fiori sorridenti che accolgono lo spettatore in un mondo che appare fatato ma che cela anche ombre, rappresentate dalle immagini in negativo.

Ancora una volta a sottolineare le molteplici sfaccettature tecniche dell'arte, il collage; di cui Erro e Gelitin sono protagonisti utilizzando sia carta che materiali differenti.
In quest'ottica la sala dedicata al geniale illustratore statunitense Raymond Pettibon, che tutti ricordiamo per aver realizzato le copertine dei dischi di gruppi storici come Black Flag e Sonic Youth.
Scenari, personaggi, mondi sempre più ricchi di colori e di vita quelli che si configurano procedendo nel percorso, tra un enorme pannello di Jeff Koons Backyard (2002) e l'abbraccio tra orso e coniglio di Paul Mc Carthy, allusione al mondo ovattato dei cartoni animati,dei media di massa e del consumismo.
Il mondo dei giochi, se così si può definire, permea anche i due lavori di Cindy Sherman: Murder Mistery People (1976-2000) ovvero: chi è l'assassino nel più classico dei romanzi gialli? L'artista si traveste, con uno stile da film espressionista passa in rassegna i probabili indiziati, mentre nell'altro lavoro Doll Clothes del 1975 l'artista recupera un gioco a tutti noto: quello delle bambole di carta ; anche qui fa da fulcro il tema del travestimento, fondamentale in tutto il percorso creativo dell'artista.

Un altro lavoro molto interessante è quello di Barbara Krueger, nota a molti per i suoi statements, nella collezione veneziana sono presenti diverse opere realizzate tra gli anni Ottanta e Novanta, alcune deille quali tra le più note.
Ritorno all'installazione con le cinquantuno punte di trapano di Adel Abdessemed, posizionate in scala di dimensione crescente a cui seguono la stella Stud (2008) di Mark Handforth e le tre opere di Tom Friedman che spaziano dalla scultura al collage mantenendo comunque un'ironia sagace nei confronti della cultura di massa.
Tra le opere in mostra un omaggio a Willem de Kooning da parte di Richard Prince in una serie di lavori del 2006.

Nella sala successiva: stupefacente, ieratica ma al contempo impregnata di forza attrattiva è l'opera di Takeshi Murakami 727- 272 The Emergence of God at the Reversal of Fate, realizzata espressamente per la mostra. L'opera è costituita da sedici pannelli che hanno richiesto tre anni di lavoro, dal 2006 al 2009, per una sequenza che oltrepassa il superflat dello stile dell'artista e si avvale della tradizione e della simbologia orientale narrando una vera e propria storia.
Un'altra suggestiva opera in mostra a Palazzo Grassi è La Gabbia (1962- 1974) di Michelangelo Pistoletto, non- luogo in cui lo spettatore resta virtualmente imprigionato, che se da un lato sembra racchiudere una simbologia intima dall'altro lo trattiene mentalmente e simbolicamente nello spazio.

Per quanto tutto questo possa costituire una ricchissima visione del contemporaneo, è solo la prima parte della mostra... Mapping the Studio, si espande, dal 2009, alla Punta della Dogana, un triangolo tra Canal Grande e il Canale della Giudecca; una struttura monumentale, anche qui restaurata da Tadao Ando con lo scopo di mantenerne l'identità storica apportandovi tuttavia una forte componente moderna sia in termini estetici che funzionali.

La Punta della Dogana è un triangolo perfetto, ponte tra Oriente e Occidente, manifestazione dell'importanza della città come snodo culturale e commericale.
Se fosse una donna, sarebbe una di quelle bellezze perbene, quasi trasparente.. afferma la giornalista Dominique Muller; una bellezza dal fascino discreto ma che non passa inosservato.
L'architetto giapponese ha restaurato la struttura creando un percorso espositivo che permettesse allo spettatore di provare un continuo effetto di sorpresa e stupore e di entrare in una sorta di mondo parallelo senza però celare la struttura originaria e l'identità del palazzo.
Il senso di "scoperta" inizia già appena si entra nell'edificio, con un'opera di Felix Gonzales- Torres sottotitolata Blood (1992) realizzata in memoria del suo compagno, colpito dal virus HIV; come un sipario, simbolicamente fatto di sangue e medicinali, l'opera interagisce con la luce che penetra nello spazio e conduce ad una grande sala in cui le cento unità di resina colorata di Rachel Whiteread del 1995 evocano una dimensione glaciale sospesa e senza tempo.
Nella stessa sala il cavallo imbalsamato di Maurizio Cattelan (2007), la cui testa scompare nel muro a voler sottolineare quasi un aspetto assurdamente caratterizzante della contemporaneità, mentre nella parete di fronte troneggia un grande collage di Richard Prince (1995), presente con diverse opere anche a Plazzo Grassi.

Procedendo nelle le altre sale non si può non restare impressionati da una delle opere sicuramente più stupefacenti della collezione: si tratta dell'Inferno dei fratelli Chapman, ricostruito dopo essere stato distrutto in un incendio a Londra nel 2000, l'opera, costituita da nove vetrine sembra vivere, pulsare sotto gli occhi del visitatore, in un tripudio macabro e toccante ma denso di significato.
La sala successiva accosta lavori di Cy Twombly e Richard Hughes creando un dialogo tra pittura e scultura.
Un altro accostamento assolutamente interessante è quello tra Cindy Sherman e le sue donne patinate, truccate, artificialmente e artificiosamente giovani e il candore, "canoviano" dell'opera appartenente alla serie Bourgeois Bust (1991) di Jeff Koons, maestro del kitsch che ritrae se' stesso lascivamente abbracciato alla ex moglie Ilona Staller riecheggiando il bianco della chiesa palladiana che si scorge dalla finestra.

Nella sala successiva una "mini retrospettiva" dedicata a Charles Ray, tra opere minimaliste e altre allusive all'estetica babilonese del bassorilievo.
Proseguendo nel percorso ci si trova in una grande sala in cui la coppia Fishli- Weiss narra una storia per immagini (2007- 2008); forse rivisitazione dell'antico principio secondo cui l'ontogenesi ricapitola la filogenesi e la storia del singolo altro non è che la storia del genere a cui appartiene.

Un altro lavoro di Maurizio Cattelan, anche esso omaggio al Canova: nove sculture in marmo del 2008; nove salme coperte da veli che rispondono alle Sculture Stilizzate di Hirogi Sugimoto (2007).
Altri artisti della Collezione Pinault presenti a Palazzo Grassi sono stati portati nella sede della punta della Dogana, tra questi Piotr Uklansky e Paul Mc Carthy, le cui opere estremamente forti per l'uso del colore da un lato e la materia dall'altro prendono forma in n contesto unico. Ritorna poi anche Takashi Murakami, con le opere che lo hanno reso famoso al grande pubblico più vicine al gusto del manga giapponese erotico.
Allusioni al sesso sono presenti anche nelle opere di Lee Lozano e Robert Gober tra scultura, tavole e carte da parati.
Un accostamento tra pittura e installazione è presente anche nella sala in cui dialogano le tele di Marlene Dumas e i personaggi antropomorfi di Thomas Shutte in una contrapposizione dialogica tra verticale e orizzontale rese complementari da un senso di violenta pesantezza e volontà provocatoria.

Le continue suggestioni che la mostra "regala" sono date dall'ampiezza di alcune sale tra cui quella in cui l'installazione luminosa e polimaterica di Mike Kelley Kandors Full Set (2005-2009) crea letteralmente un mondo da cui risulta difficile allontanarsi.
Altrettanto suggestivi i teschi cyber-barocchi di Mattew Day, quasi mutanti, la cui evoluzione cromatica e formale suggerisce anche qui interpretazioni relative alla genesi umana.
Ci si avvicina alla fine del percorso, tra lo spirito ironico di Cady Noland, che con le sue opere critica miti e simboli dell'America contemporanea e le simbologie tutt'altro che velate utilizzate da Huang Yong Ping nella rappresentazone di una partita di calcio tra donne afghane e soldati americani sotto ad una nube di pipistrelli imbalsamati.

Mondi che si creano a partire dalla realtà o dall'immaginazione; microcosmi o grandi luoghi come schermi su superfici enormi. Nell'epoca del 3D la pittura si evolve avvalendosi di mezzi che sperimentano e aprono nuove porte, come la serie Axial Age (2005) di Sigmar Polke, riferimento ad una definizione data da Karl Jaspers ad un periodo ben preciso della storia, quello tral'800 a.C e il 200 a.C. L'artista sgretola l'immagine recuperata da antiche stampe e la rimodella decontestualizzandola e reinventandola utilizzando il pigmento viola.

Siamo nuovamente al piano terra, lo sguardo verso l'esterno, appare l'opera che vuole riassumere lo spirito della mostra, e forse della città stessa che la ospita: Boy with Frog di Charles Ray, fatta realizzare appositamente per l'inaugurazione dello spazio nel 2009 da François Pinault, ad esprimere l'orgoglio di questa nuova acquisizione da parte della città attraverso la simbologia del giovane fiero di aver catturato la rana nella laguna. Intrinsecamente l'opera sembra parlare dell'identità di una città sicuramente atipica e unica vista con gli occhi curiosi del giovane: una curiosità che non si spegne ma che rimane viva e cresce coinvolgendo luoghi e persone. Boy with Frog siamo un po' tutti noi, quando ci lasciamo affascinare dall'arte e dalle sue infinite forme. Quando scopriamo che anche luoghi centenari possono dare voce al contemporaneo.