Mammuth

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 29 Ottobre, 2010

Al raggiungimento dei suoi sessata anni di età l’operaio del mattatoio Serge Pilardosse si accinge ad andare in pensione, il problema è che molti dei suoi vecchi datori di lavoro non hanno registrato i diversi periodi in cui l’uomo ha lavorato per loro, improbabile quindi che siano stati versati i dovuti contributi e impossibile eseguire un controllo per accertare la situazione.
Spinto dalla moglie Catherine, cassiera controvoglia in un supermercato, il neo pensionato è praticamente costretto dalla consorte a inforcare la vecchia moto Mammuth, da qui il suo soprannome, con la quale scorrazzava sulle strade della sua giovinezza, per andare in cerca dei vecchi datori di lavoro a cui chiedere la certificazione dei diversi periodi lavorati e ricostruire la sua situazione contributiva.
Inizia così un viaggio geografico del protagonista a ritroso sul percorso seguito dalla sua vita, ma anche nella memoria alla riscoperta di affetti e rapporti interrotti.

La coppia di registi Benoit Delépine e Gustave Kervern giunti al loro quarto film continuano un percorso di denuncia sociale attraverso il loro stile caustico e irriverente, che più politicamente scorretto di così non si può. Come già nel loro precedente Louise & Michel, in cui gli operai licenziati improvvisamente da una fabbrica mettevano insieme i soldi per affittare un sicario che eliminasse il responsabile dei loro guai, così in Mammuth la storia è occasione per mettere in scena tutta una serie di situazioni e personaggi surreali che, mentre ridi con le lacrime agli occhi, pongono serie riflessioni sul mondo del lavoro e sulla struttura del sistema sociale contemporanei.

L’insofferenza di chi abituato a lavorare da tutta una vita si ritrova a casa senza far nulla da un giorno all’altro è stemperata in situazioni piene d’umorismo corrosivo, così al primo giorno di pensione è impossibile non cedere al riso vedendo il protagonista girare per casa senza posa come un animale in gabbia o appostarsi alla finestra per contare le auto in transito.

Tante le sequenze esilaranti, come quella in cui la pazienza di Catherine è messa a dura prova da un riconoscitore vocale telefonico, o la scena di Serge col carrello della spesa nel parcheggio del supermercato. Quando, a fatica, la risata si esaurisce è facile cogliere la critica all’automazione che sostituendo telefoniste umane con messaggi registrati, oltre a creare attese fastidiose all’utenza, riduce posti di lavoro, oppure il dissenso verso la mania dei nostri tempi di dilatare il proprio ego con l’acquisto di auto sempre più grandi e ingombranti, palesando la relazione tra aspirazione a un riconoscimento sociale, sfoggio dell’apparire e spazio sottratto alla collettività.

Innumerevoli le provocazioni che divertono con la loro irriverenza, come la donna che mostra la perfetta funzionalità del suo perineo o l’incontro col cugino Pierre, tante le battute fulminanti piene di un’esilarante carica eversiva. La moglie caustica commenta il regalo d’addio dei colleghi al marito, un puzzle da 2000 pezzi con un castello della Loira, “Si vede che avete saputo costruire rapporti umani!
Un personaggio piuttosto creativo racconta il sistema originale con cui scrive il suo curriculum vitae, è l’occasione per esprimere una critica feroce all’uso che si fa di poche righe su un foglio di carta per definire e giudicare preventivamente una persona, spesso incasellandola in stretti ambiti senza possibilità di forzarne i limiti. Nella maggior parte dei casi una persona è ritenuta capace di fare solo i lavori già svolti, difficile trovare chi abbia capacità e intenzione d’investire sulla formazione professionale di un lavoratore. In questo senso il modo di dire “mercato del lavoro” ormai di uso comune è rivelatore, se ce n’era bisogno, di come la nostra società si stia sempre più disumanizzando considerando anche le persone che lavorano come una merce da utilizzare sul mercato senza alcuna valenza umana e sociale.

Il regista Gustave Kervern, presente all’anteprima italiana del film, oltre a travolgere l’intera platea con una simpatia disarmante ha definito il suo film una pellicola su amore, morte e lavoro, tre elementi comuni alla vita di tutti, e ha colto l’occasione per ricordare le manifestazioni che agitano le piazze francesi di questi tempi per contestare manovre che tagliando i diritti dei lavoratori, conquistati spesso col sangue in decenni di lotte, mirano a far pagare il prezzo della crisi globale ancora alle fasce di popolazione più deboli.
Mammuth è un film sul lavoro che schiaccia la persona, in un mondo in cui spesso è già molto avere un lavoro, aspirare a soddisfazioni morali oltre al necessario sostentamento economico diventa utopia. Gérard Depardieu, che offre una delle interpretazioni migliori degli ultimi anni, ha deciso di partecipare al film a titolo completamente gratuito, forse anche perciò la produzione si chiama ironicamente No Money Production.

Isabelle Adjani appare, è proprio il caso di dirlo, nel ruolo di un fantasma scaturito dal passato del protagonista che lo accompagna invisibile lungo tutta la strada.
Yolande Moreau è impareggiabile nel disegnare la moglie brontolona e di buon cuore, ma sprovveduta quanto il marito che scopre senza battere ciglio come spesso gli altri l’hanno giudicato a sua insaputa un idiota. Il messaggio finale del film promuove l’idea che solo investendo in cultura, nel proprio arricchimento intellettuale individuale, che necessariamente passa attraverso la fatica dello studio, soprattutto della filosofia ingiustamente ritenuta spesso astratta e inutile, c’è la possibilità per ognuno di un riscatto sociale.
Non è casuale se Mammuth ritrovandosi in mezzo a un gruppo d’anziani che risalgono su un pullman come un gregge spinto dal pastore, nel tentativo di dibattersi e uscire dalla comitiva in vacanza urla: “non sono uno di voi!

Volutamente controcorrente perfino da un punto di vista visivo, per sottolineare anche nella forma l’essere politicamente scorretto del contenuto, i due registi Delépine & Kervern sono andati a scovare nei laboratori Kodak un tipo di pellicola ormai in disuso che veniva utilizzata negli anni ’70 e che crea immagini sgranate, con colori improbabili e un’estetica tipica dei filmini familiari di quegli anni.

L’ironia nel film scaturisce dall’inadeguatezza dei personaggi rispetto ai ritmi di questo nostro mondo moderno, che se anche è più forte nell’imporre le sue regole agli individui siamo sicuri che sia il migliore possibile? Davvero non si può forzare il meccanismo d’avidità di una società in preda a derive liberiste per stabilire un più nobile senso di solidarietà tra gli uomini?
E’ importante affermare il valore dell’utopia per non cedere a un nichilismo che può solo ostacolare il cambiamento.

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Mammuth
  • Regia: Benoit Delépine & Gustave Kervern
  • Con: Gérard Depardieu, Yolande Moreau, Isabelle Adjani, Benoit Poelvoorde, Miss Ming, Blutch, Philippe Nahon, Bouli Lanners, Anna Mouglalis, Albert Delpy, Bruno Lochet, Rémy Roubakha, Joseph Dahan, Gustave Kervern, Stéphanie Pillonca, Jawad Enejjaz, Rémy Kolpa Kopoul, Siné, Paulo Anarkao, Céline Richeboeuf, Aurélie Brin, Sophie Seugé, Bernard Geoffrey, Dick Annegarn, Marie-Claude Pluviaud, Catherine Hosmalin, Eric Monfourny
  • Sceneggiatura: Benoit Delépine, Gustave Kervern
  • Fotografia: Hugues Poulain
  • Musica: Gaëtan Roussel
  • Montaggio: Stéphane Elmadjian
  • Scenografia: Paul Chapelle
  • Costumi: Florence Laforge
  • Produzione: Jean-Pierre Guerin e No Money per GMT Productions e No Money Productions in coproduzione con DD Productions, Monkey Pack Films e Arte France Cinéma
  • Genere: Commedia
  • Origine: Francia, 2010
  • Durata: 89’ minuti

 


DIDASCALIE IMMAGINI

- Locandina italiana
- Mammuth sulla strada
- Catherine in lotta col riconoscitore vocale
- Mammuth e la nipotina Miss Ming
- Col fantasma di un amore perduto
- Gérard Depardieu e Yolande Moreau 
  sono i coniugi Pilardosse