Maioliche regali di Torino in esposizione a Palazzo Accorsi
di // pubblicato il 29 Novembre, 2011
Il prezioso patrimonio lasciato in eredità alla città di Torino dall’antiquario Pietro Accorsi si arricchisce di un consistente numero di maioliche acquisite da una raccolta privata, con pezzi unici e servizi in ceramica datati dalla fine del Cinquecento alla seconda metà del Settecento. Il lotto è presentato nella mostra “Terre Preziose. Reali maioliche di Torino” insieme ad alcuni manufatti provenienti da vari prestatori, per un totale di oltre cento oggetti esposti in otto vetrine al Museo di Arti Decorative oggi diretto da Giulio Ometto. La sontuosa sede a Palazzo Accorsi, già abitazione del celebre collezionista, è composta da ventisette saloni arredati con oltre tremila capolavori fra quadri, ceramiche, mobili, cristalli, tessuti, statue ed arazzi.

L’effetto spettacolare che ne deriva rappresenta l’idea che Accorsi aveva del lusso e del bello, basata sulla ricchezza del dettaglio ornamentale e sull’innato talento nel riconoscere nella moltitudine di anticaglie gli esemplari unici: un oggetto d’uso quotidiano confezionato da un artigiano anonimo poteva assumere, al momento dell’acquisto, la stessa dignità di un doppio corpo intagliato da Piffetti.
Anche le maioliche selezionate da Arabella Cifani e Franco Monetti per la mostra, rappresentano in quest’ottica un momento alto dell’arte barocca e rococò piemontese e con il loro pregio estetico e la loro autenticità concorrono a ricostruire il costume di una precisa epoca storica. Tre in particolare sono le manifatture che tra il XVII e il XVIII secolo fecero di Torino un polo di eccellenza nella produzione di terracotta smaltata.

La prima fabbrica venne autorizzata e finanziata da Maria Cristina di Francia per contrastare il monopolio della Repubblica di Genova. Tuttavia dai comuni di Savona e Albisola continuavano a provenire i direttori e gli operai, che nella capitale del ducato di Savoia importarono la tipica decorazione ligure con eleganti motivi vegetali e geometrici blu su fondo bianco.
Nel 1725 il re Vittorio Amedeo II accentuò la politica protezionistica autorizzando l’apertura della prima fabbrica di maioliche cittadina interamente gestita da piemontesi. I fondatori Giovanni Battista Rossetti e il nipote Giorgio Giacinto seppero ricavare da un impasto di sabbie d’Antibes, piombo e stagno dall’Inghilterra e argille della collina
torinese, oggetti ordinari e preziosi per una clientela molto vasta. Lo stesso Juvarra riprese nelle sue architetture i motivi a grottesche blu cobalto su fondo bianco, desunti da stampe francesi, per cui la ditta divenne celebre.
La produzione dei Rossetti comprese anche decori policromi appresi da maestranze lodigiane – bellissimi i vassoi, i piatti polilobati e le sottocoppe -, che nella seconda metà del secolo conobbero grande diffusione grazie alla terza importante ditta piemontese.
Con il marchio GAA l’ industria fondata dal braidese Giovanni Antonio Ardizzone nel 1765, ai piedi del Monte dei Cappuccini lungo le sponde del Po, produsse eleganti zuppiere, rinfrescatoi per bottiglie, vassoi, piatti a ‘rocaille figurée’, con scene galanti o d’ispirazione classica riccamente variopinte e incorniciate da lussureggianti motivi floreali.
Con i benedettini per l’acqua santa, le caraffe a elmo, le statuette cinesi, le cisterne, le tazze da puerpera, scorrono in rassegna i due pezzi più preziosi dell’esposizione, le crespine in maiolica fine datate tra il 1575 e il 1580. Due alzatine a tesa traforata ad imitazione dei ‘bianchi di Faenza’, caratterizzate da uno spesso strato di smalto color latte e da una decorazione pittorica fatta di poche figure d’ispirazione classica, delineate con brevi e veloci pennellate nel cosiddetto stile compendiario.

Il museo ospita numerosi altri oggetti in ceramica -visitabili in un percorso guidato, appositamente adibito in occasione della mostra temporanea-, fra i quali spiccano servizi in porcellana di Frankenthal e Sèvres, lampadari francesi di epoca Luigi XV con fiori e uccellini in porcellana di Meissen, il trumeau rivestito con maioliche di Pesaro, dono dei Savoia agli zar appartenente a una discendente di Rasputin, per il quale Accorsi arrivò a sborsare una cifra pari ad oltre cinquecentomila euro attuali.
'L'Empereur', come era definito dagli antiquari francesi, iniziò la sua attività di mercante d’arte a soli sedici anni, fino a diventare fidato consulente in materia di acquisizioni del re Umberto I di Savoia. Su incarico del Presidente della Repubblica Giulio Einaudi riordinò l’arredo del Palazzo del Quirinale a Roma, restituì in stile le residenze dei più potenti e facoltosi industriali del secolo scorso, da Riccardo Gualino, a Werner Abegg, a Giovanni Agnelli.

Tutti ricorsero a quel ‘gusto Accorsi’ più ridondante che sobrio, più estetico che funzionale, sfociato nel 1935 nell’acquisizione del Ritratto d’uomo di Antonello da Messina e del codice miniato da Jan Van Eyck, punte di diamante del Museo Civico di Arte Antica di Torino a Palazzo Madama, e nell’allestimento della fondamentale mostra sul Barocco Piemontese del 1963.
Affermava Accorsi che “un antiquario è come un direttore d'orchestra: deve conoscere la partitura e tutti gli strumenti", espressione calzante per un talento speso nel corso di una vita, accordata sulle note di un’ armonia perfetta seppur effimera.