Magie macchiaiole e divisioniste: una scoperta alla Gam di Nervi
di // pubblicato il 05 Maggio, 2010
di Valentina Martini
Nella villa Saluzzo Serra, situata nell'estremo Levante della città di Genova, che ospita la Galleria d'Arte Moderna di Genova, va in scena fino al 6 giugno 2010 la mostra “Da Fattori a Previati : una raccolta ritrovata. Riccardo Molo, collezionista d’arte tra Svizzera ed Italia”, che replica la sua precedente esposizione nella Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate in Svizzera a cura di Sergio Rebora con la collaborazione di Paolo Plebani.
Come quando, tra la polvere delle soffitte, cerchiamo ricordi di un remoto passato familiare e ne riemergono, al contempo, piccoli tesori dalla magia infinita, così, dopo 75 anni di silenzio, è riapparso un piccolo tesoro : la collezione d’arte del banchiere e collezionista ticinese Riccardo Molo.
A prima vista il collegamento della mostra con la città di Genova parrebbe fragile giacché la collezione non ebbe legami con il capoluogo ligure se non la permanenza di Molo presso la sede genovese della Società Bancaria italiana dal 1908 al 1912 ma non è così in campo storico-critico. Infatti, da anni il polo museale di Nervi si connota, grazie alla Galleria d’Arte Moderna, come un centro all’avanguardia nella ricerca scientifica incentrata sul tema del collezionismo e della committenza artistica tra Otto e Novecento ed i suoi protagonisti, considerato come importante raccordo per la comprensione dei dibattiti critici avvenuti in campo artistico. Già sono noti i seducenti eventi espositivi di collezionismi assolutamente eccellenti come ad esempio la raccolta d’arte Maglione Oneto nella mostra “Ottocento in salotto. Cultura, vita privata e affari tra Genova e Napoli” e quella dell’imprenditore svizzero Raimondo Rezzonico nella rassegna “I modelli di Narciso. La collezione d'autoritratti di Raimondo Rezzonico agli Uffizi”. Evidentemente la Gam voleva ora stupirci esibendo nelle sue sale la raccolta Molo, pubblicando dei dipinti di grande qualità, dei quali non si conosceva l’esistenza o si ritenevano irrimediabilmente perduti.

La volontà scientifica della mostra è quella di ricostruire nella sua interezza e complessità di espressione la collezione Molo, permettendo di leggere in filigrana la dimensione biografica di chi l’ha ordinata e, di riflesso, aggiungere un tassello al fenomeno del collezionismo artistico tra Otto e Novecento; alla riscoperta critica negli anni Venti del Novecento della pittura macchiaiola della fine dell’Ottocento e del primo divisionismo italiano ed il suo rapporto con il mercato d’arte; alla sostanziale fortuna presso i collezionisti di opere di fine Ottocento rappresentanti temi di genere e di paesaggio piuttosto che soggetti storici impegnativi.
La mostra si avvale di un catalogo che comprende interventi di Sergio Rebora e Maria Cristina Brunati e riproduce le opere della raccolta corredate da schede curate da Monica Vinardi e Paolo Plebani che offrono un puntuale resoconto della loro storia espositiva e bibliografica che mette in luce tra Otto e Novecento un mercato d’arte legato alle manifestazioni espositive nazionali ed internazionali di arte contemporanea, alla nascita di Enti per la Valorizzazione dei singoli artisti promossa dai loro mecenati, fino alla nascita di una nuova concezione di liberalizzazione del mercato d’arte promossa da Vittore Grubicy per il quale premi e protezioni statali erano mere elemosine mascherate “che non si applicavano ai novatori ma agli spiriti retrogradi” ed il compito dell’artista era invece quello di stimolare lo spettatore stanco dall’arte commerciale e dall’arido verismo, comprendendo il loro secolo e non dovendo più dipendere da nessuno se non dal proprio talento – rischiando insomma.
Riccardo Molo, uomo d’affari di origine ticinese, una volta raggiunto il successo economico, volle definire la propria immagine pubblica adeguandosi a modelli di comportamento codificati che all’epoca si declinavano nella villa di rappresentanza, acquistata nel 1922 a Bisio di Balerna, nei pressi di Chiasso, e al progetto culturale legato alla definizione di una collezione d’arte che qui doveva esporsi.
La conoscenza dei volumi della sua biblioteca ci permette un affondo sulle modalità delle sue conoscenze in campo artistico e di riflesso sulla qualità dei suoi acquisti per i quali si affidò agli autori della letteratura artistica che nei primi decenni del XX secolo avevano promosso la rivalutazione critica della pittura italiana della seconda metà dell’Ottocento, primi fra tutti Ugo Ojetti, Emilio Cecchi ed Enrico Somaré, nonché ai consigli, purtroppo non di facile ed incontrovertibile identificazione, dell’amico pittore Guido Gonzato.

In sintonia spirituale con le coeve scelte collezionistiche private e di ordinamento delle istituzioni museali, nella costituzione della raccolta, Riccardo Molo, ripercorse il criterio della ripartizione della pittura del secondo Ottocento italiano in scuole regionali codificato dalla storiografia dell’epoca.
La sua volontà di affermare un radicamento nel mielieu culturale di Mendrisio e Chiasso lo porta ad instaurare un rapporto mecenatistico con artisti ticinesi come Irma Giudici ma soprattutto Guido Gonzato, nonché a orientare i propri acquisti verso artisti di area lombarda.
Le principali occasioni che avvantaggiarono Riccardo Molo ad ampliare l’orizzonte culturale della sua raccolta della villa di Balerna gli furono offerte dalle vendite all’asta organizzate da due importanti gallerie d’arte milanese. Quella nel maggio del 1926 della Galleria Pesaro che immetteva sul mercato la prestigiosa collezione dell’industriale Giuseppe Chierichetti, la cui dispersione fu completata solo nel 1935 e i cui cataloghi d’asta aiutano a delinearne quella che fu la sua fisionomia, e quella nel giugno del 1926 dalla Galleria Geri.
Le declinazioni della pittura dal vero nella didattica delle scuole regionali e dei suoi protagonisti prescelte per la quadreria passano da opere in cui i soggetti o le ricostruzioni storiche d’ambiente diventano un semplice pretesto alla pittura di costume dal contenuto letterario in Donna con Calice del lombardo Mosè Bianchi, talvolta declinante verso la moda neosettecentesca come nel pruriginoso Facciamo la pace di Pietro Bouvier, verso il gusto per l’esotico in Porta in un bazar del Cairo di Alberto Pasini o ancora di lezioso sentimentalismo romantico nella Scena pompeiana di Giovanni Muzzioli e di vezzosità voyeuristica di morelliana ascendenza nel Profilo di Donna del napoletano Edoardo Gallì.
La poetica naturalistica contrassegnata da un’intensa aderenza al vero a fine Ottocento trova posto in collezione con l’arte di quei pittori tesi verso quel sostanziale rinnovamento artistico non nei temi, ancora “di genere”, ma nel verismo fotografico che risente di Silvestro Lega in Lezione di Recitazione di Vincenzo Cabianca e nella rapidità con cui il piemontese Lorenzo Delleani delinea i rapporti tonali in Inverno ed nei modi con cui il veneto Guglielmo Ciardi indirizza la sua ricerca nella resa della luce in Giudecca. Tra le declinazioni del naturalismo emerge quella emiliana, attenta ai valori del chiaroscuro, nel disegno di paesaggio di Antonio Fontanesi ed ai valori luministici nell’acquerello Carretto con buoi nella palude del lombardo Paolo Sala ma anche quella filtrata dalla fantasia del napoletano Edoardo Dalbono nell’acquerello Posillipo a notte mentre lo snodo della vicenda macchiaiola di matrice toscana è citata dal Paesaggio di montagna di Luigi Bechi.

Le presenze del naturalismo si arricchiscono dell’acquisizione di opere del caposcuola della pittura macchiaiola toscana : Giovanni Fattori. Molo riuscì ad aggiudicarsi la Masseria con pergolato, una preziosa piccola tavoletta estremamente fresca nella sinteticità dell’impressione che traduce in colore i piani di profondità e in zone del legno lasciato a vista, e la celebre Diligenza a Sesto, fino ad oggi ritenuta perduta, in cui emerge la sua declinazione della pittura a macchia, che è semplice e schietta nella sua fedeltà alle forme del vero e conserva il vocabolario della migliore tradizione del disegno toscano, franco, che rinsalda la “macchia”.
Nella freschezza della rappresentazione naturalistica di stampo verista, si fanno largo, a partire dagli anni novanta dell’Ottocento delle aperture alla lezione impressionista e alle suggestioni simboliste, mediate tra i toscani dal romano Nino Costa, qui presente con Marine, ed colte in artisti appartenenti alla seconda generazione macchiaiola come Nicolò Cannicci che ben lo esprime qui in Marina a Follonica e Luigi Conconi nell’acquaforte Gelosia. Anche Camillo Rusconi è interessato al discorso della distinzione dei piani di profondità in chiave cromatica come in San Bernardino e la lezione impressionista è appresa dalla pennellata di Ruggero Panerei in Testa di Ragazzo.
In quest’ultimo decennio dell’Ottocento, la testimonianza dell’apertura della generazione macchiaiola nei confronti del divisionismo era rappresentata nella quadreria Molo con l’Abbeveratorio di Piero Francigiacomo che, negli argentei riflessi dell’acqua, coglie, con la sua pennellata filamentosa di stampo segantiniano, la suggestiva declinazione italiana della tecnica divisionista.
Il Lago di Lecco è opera di un Giovanni Segantini diciottenne il cui gusto per una veduta spoglia e ridotta agli elementi essenziali è premonitore degli sviluppi lirici successivi.
Questa particolare svolta nella predilezione collezionistica di Molo verso gli esiti divisionisti della pittura italiana di fine Ottocento inizi Novecento, avvallata dalla incalzante serie di retrospettive sui divisionisti italiani dalla metà degli anni Venti del Novecento, lo indusse ad aggiudicarsi un nucleo significativo di opere di Gaetano Previati, immesse nel mercato dalle vendite che disperdevano le opere lasciate in eredità all’Associazione Nazionale Invalidi di Guerra da Alberto e Vittore Grubicy, galleristi e promotori dell’arte di Previati e dei divisionisti italiani.

Acquistò così un’opera di Previati finora sconosciuta, che ben delinea la questione su cui si giocava il rinnovamento della pittura italiana negli anni Novanta dell’Ottocento. Si tratta del bozzettone della sua celebre Maternità esposta alla Triennale di Milano del 1891, che, per completezza d’esposizione, nel percorso di visita è affiancata da quella che finora era ritenuta l’unica prova conosciuta della Galleria d’Arte Moderna di Milano e l’opera finita della Banca Popolare di Novara.
Come un Ercole al bivio, Previati in questi bozzettoni sembra cercare la via del compromesso tra la sintassi grammaticale della cultura pittorica scapigliata e la divisione del colore, per poi arrivare risoluto in quelle sale della mostra braidense con cui assieme a Segantini e Morbelli giocò una partita decisiva per gli sviluppi della pittura italiana.
Delle opere di Previati nella quadreria Molo si è selezionata ancora la Crocefissione, la Vendemmia e l’autoritratto a carboncino. La scelta espositiva è stata quella di affiancare altre opere di Previati per compendiare meglio la conoscenza dell’artista nel percorso della mostra. Una conoscenza che si sintetizza nella tavolozza su cui sono allineati i colori fondamentali dello spettro nell’Autoritratto degli Uffizi scopre l’allusione nella dedica in basso “all’amico carissimo Alberto Grubicy questa tavolozza che compendia tutta la nostra opera. Gaetano Previati” alle teorie divisioniste.
Opere coeve alla costituzione della quadreria sono le pitture dell’amico, pittore e consigliere d’acquisti, Guido Gonzato. Pittore ticinese che a partire dagli anni Venti si assicura un discreto riconoscimento critico esponendo a grandi rassegne nazionali e internazionali, allestendo personali e frequentando la galleria milanese del Milione. A partire da una gamma cromatica chiara e luminosissima di lessico neoimpressionista nella stesura del colore in opere come Maggio annoverate nel suo “periodo della luce” , diverse esigenze tematiche, più drammatiche, come si vede in Il fiore, lo portano ad un interesse per l’espressionismo nordico e le ricerche di scomposizione della forma di impronta cézanniana e cubista, fino ad arrivare a suggestioni di sapore novecentista come nel caso del Ritratto della moglie.

Quest’ultimo sguardo di Molo a opere in consonanza con le ricerche di Novecento, movimento coordinato da Margherita Sarfatti, si delinea nella raccolta anche con l’acquisizione di Madri e vedove di Pier Angelo Stefani di evidente suggestione primitivista.
Riccardo Molo muore nel 1934 di quel mal di petto così idealizzato dal sentire romantico della sua epoca, lasciando così interrotta una collezione che si stava aggiornando sugli esiti primitivisti e novecentisti.