M1 Singapore Fringe Festival
di // pubblicato il 16 Gennaio, 2012
In un articolo Don Sante Babolin (n. 1936), Professore Emerito di filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, definisce “l’arte come fenomeno di linguaggio […] che, comunque, provoca sempre un’attitudine contemplativa in colui che l’ammira […]. L’arte è rivelazione dell’uomo all’uomo, in tutte le sue potenzialità positive e negative”.
In questi termini, l’arte si presenta come uno dei linguaggi della bellezza ed espressione di esperienza spirituale tanto da apparire come lo specchio della fede nonché sua manifestazione.
L’indagine della relazione tra arte e fede non è qualcosa di esclusiva pertinenza del mondo occidentale e non è di certo rimasto imbrigliato tra le maglie dell’antico, ma è altresì tanto attuale da diventare protagonista della serie di eventi, mostre e performance organizzate dal M1 Singapore Fringe Festival, in programma dal 15 al 26 febbraio 2012.
La manifestazione, organizzata e curata dal The Necessary Stage (importante compagnia di teatro non-profit, la cui missione è creare forme di teatro innovative ed indigene in grado di toccare cuore e mente) raccoglierà un’ampia varietà di lavori mai mostrati prima a Singapore, tra cui otto opere al loro debutto mondiale e quattro al loro debutto asiatico.
Come ogni anno teatro, danza, musica e arti visive si uniscono aprendo le braccia ad artisti singaporiani ed internazionali. A tema variabile, il Festival si propone di esprimere il meglio “della contemporaneità e del socialmente coinvolto” al pubblico locale.
Quattro saranno gli eventi “Highlights” provenienti da Singapore, Hong Kong, Birmania ed Iraq.
Cane del locale Loo Zihan è una riproposizione della controversa performance intitolata Brother Cane, originariamente interpretata dall’artista singaporiano Josef Ng.
Nel tentativo di commemorare e rendere omaggio alla controversa performance precedente, il lavoro posto in essere tenta di esplorare le svariate possibilità di rappresentazione della performance artistica, spesso percepita come effimera e transitoria.
In merito afferma Loo Zihan “ Con Cane, tenterò di far rivivere l’esperienza di Josef del 1993. Eseguirò le sue stesse azioni, filtrate attraverso il tempo, la memoria, la testimonianza visiva e i media. In definitiva rinnoverò la mia fede nel suo lavoro, nel pubblico e nella nazione. Il pubblico sarà mio complice in questo atto di resurrezione e saranno loro stessi, con la loro presenza, a permettermi di procedere con il rituale”.

L’inglese Van Huynh Company in collaborazione con la Hong Kong Academy for Performing Arts presenterà [Black Square], una sbalorditiva coreografia di danza in grado di rimescolare il tempo rivelando nuove dimensioni e trasportando il pubblico nel cuore pulsante dell’azione performativa.
La relazione così creata tra pubblico e perfomers è il nucleo dell’opera: entrambi fanno reciproco affidamento su loro stessi, sfidandosi e provocandosi vicendevolmente. I performers coinvolti necessitano, così, della fiducia del pubblico per far sì che le umane abilità trascendano la vita quotidiana e assumano nuovo significato.
La Birmania risponde all’appello con The Triple Gem di Htein Lin. Attraverso strumenti materiali, l’immateriale impermanenza della coscienza viene svelato. Le vesti dei monaci sono utilizzate per creare un trittico di tre stanze, ognuna rappresentativa delle tre gemme del Buddhismo: Buddha, Dharma (insieme dei comportamenti considerati necessari per il mantenimento dell’ordine naturale delle cose) e Sangha (comunità con propositi e visioni comuni) in cui i Buddhisti trovano rifugio dalla dimensione terrena. L’installazione comprende oggetti religiosi come tessuti ed elementi votivi, video e suoni così come guide alla meditazione.
La stanza centrale rappresenta il Dharma, la Verità Universale espressa dal Buddha, a volte definita come “l’arte di vivere”. In definitiva è l’arte più fondamentale che ci sia e, se compresa, è in grado di portare armonia perfetta e libertà dalla sofferenza.
La sua fisica centralità nell’installazione rinforza l’argomentazione che il Buddhismo non è una religione caratterizzata dall’adorazione di un individuo, ma una filosofia in cui le verità sono colte attraverso la meditazione e soprattutto accessibili da qualsiasi fede o religione.

Chiude il cerchio Iraq is Flying ad opera del fotografo iracheno Jamal Penjweny, la cui opera è ben sintetizzata dalle sue parole “I ricordi della nostra infanzia ancora persistono. Quando ero bambino, ero solito saltare con i miei amici per gioia e felicità e sognavo soltanto di guardare la mia casa da una grande altezza. Per me saltare era come sognare di volare sulla mia casa e sulla città per vedere dall’alto le strade in cui sono nato. Adesso vedo tutto ciò dai finestrini di un aeroplano ma tutto appare diverso […] Con Iraq is Flying, vorrei dare agli iracheni l’energia per riconquistare la loro dignità, aiutarli a saltare al di là degli scenari delle loro vite e mostrare in questo modo che ognuno può portare dentro di sé un po’ della propria infanzia. Vorrei che tutti gli iracheni volassero”.
I media tendono a presentare l’Iraq esclusivamente come una nazione flagellata da guerre perenni scordandosi, il più delle volte, delle persone che di questa terra rappresentano la linfa. Attraverso questa serie di opere, Jamal tenta di restituire un volto umano alla sua nazione, cercando di filtrare attraverso i soggetti la visione generale e pubblica di una terra in tumulto.

Facendo il suo ritorno a Singapore un anno dopo la sua precedente partecipazione al Festival, Sean Tobin, in collaborazione con Jason Wee, esplora con la performance contemporanea Tongues il contrasto il conflitto e l’affinità tra fede e sessualità.
Arte, fede e sessualità sono tutte componenti importanti dell’identità, della comunicazione e dell’intimo; sono parte vitale della nostra esistenza individuale e collettiva e per questo motivo necessitano di un spazio per dialogare, comprendere e capirsi, nonché rafforzarsi.
A livello sociale arte e fede sono spesso considerati antagonisti e per questo motivo accantonati, o peggio, costretti ad uno scoraggiante confronto; sotto forma di arte esse non possono fare altro che evolversi, mutare di forma e veder edulcorate le loro principali caratteristiche, ma sempre e comunque in un’ottica di mutuo soccorso o comunque sia di collaborazione costruttiva dell’opera stessa.
Gradito ritorno anche per Teater Ekamatra con la trilogia Hantaran Buat Mangsa Lupa (Offerings for the Victims of Amnesia). Comprendente tre esibizioni ispirate ai tre principali eventi a cui si deve lo stabilirsi dell’Islam, Hantaran offre uno spunto
di riflessione sulla co-esistenza di fede e domande teologiche ed umane ad essa legate.

Internazionali saranno, poi, ulteriori interventi di danza e teatro che vedranno il coinvolgimento di artisti messicani, russi ed italiani, ad indicare l’abbraccio globale che questo festival desidera estendere al di fuori dei confini nazionali.
Per ciò che concerne le arti visive più propriamente classiche, di particolare spicco saranno alcune mostre in cui emerge con prepotenza l’elemento della fede variamente trattato ed espresso, ad indicare come la sua trasmissione sia possibile anche attraverso tra staticità di un’opera pittorica, fotografica o tridimensionale.
Per tutti coloro che ritengono che la fede sia qualcosa di esclusivamente religioso e di conseguenza deputato ad un’esaltazione nei soli luoghi di culto, il Festival di Singapore potrebbe apparire quasi blasfemo; ma per tutti quelli che ritengono che la fede sia qualcosa di rintracciabile anche nel piccolo quotidiano e tra le trame dell’imprevedibile artistico, il Singapore Fringe Festival apparirà come un’occasione di studio della relazione felice instaurata ormai da tempo tra fede e arte.