Lussuria

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 27 Novembre, 2009

Shanghai 1942, la città vive sotto l'occupazione dell'esercito imperiale giapponese, nei quartieri di lusso riservati ai cinesi collaborazionisti degli occupanti quattro donne intorno a un tavolo giocano una partita di mahjong chiacchierando amabilmente, la macchina da presa si sposta insistente ora sulle mani ora sui volti ora sulle tessere del gioco man mano in modo sempre più inquieto, l’apparenza è di un’atmosfera cordiale ma fin dalle prime inquadrature gli sguardi ambigui tradiscono il crescendo di una tensione latente pronta a deflagrare.

Tra le donne sedute al tavolo la signora Mak, sotto la cui identità si nasconde la giovane attivista antigiapponese Wang Chia Chi protagonista della storia, attraverso un lungo flashback seguiamo il racconto del suo percorso d’iniziazione da giovane matricola all’università di Hong Kong a infiltrata spia della resistenza antioccupazione, in missione segreta per avvicinare e sedurre lo spietato Mister Yee capo dei servizi segreti cinesi collaborazionisti con fama di sanguinario torturatore.

Tratto da un racconto della scrittrice cinese Zhang Ailing la cui traduzione del titolo nella versione internazionale, Lust, caution è più fedele all’originale e suona molto più efficace con la sua intrinseca valenza di avvertimento, attenzione lussuria, il film ribattezzato più semplicisticamente Lussuria nell’edizione italiana ha vinto il Leone D’Oro alla 64ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2007, ad appena due anni dalla conquista dell’altro Leone D’Oro con il precedente I segreti di Brokeback Mountain da parte dello stesso incredulo Ang Lee.

Il regista ha dichiarato che Il titolo originale Se, Jei (Voglia sfrenata, Prudenza) non si riferisce solo all’amore e al sesso, ma alla vita e all’arte, alla “voglia di vivere” e alla “prudenza nella società”, infatti è forse un eccesso d’idealismo e di esuberanza vitale che coinvolge la giovane e ingenua Wang Chia Chi in un gioco che si rivelerà più grande di lei.

Lussuria è un film sul confine labile che separa vittima e carnefice, tra complicità e prevaricazione, che nell’avvinghiarsi dei sensi risulta inestricabile. Eccezionale l’interpretazione dell’esordiente Tang Wei su cui praticamente poggia il peso di tutto il film e che fuori dalla missione riesce anche ad apparire brutta, regalando alla sua Wang Chia Chi tutto lo smarrimento dell’attivista politica che vede vacillare le sue convinzioni davanti ai brividi epidermici del suo essere più istintivo, una discesa agli inferi più profondi che provoca lo scatenarsi di quelle forze primordiali che sono dentro ognuno di noi e che risulta impossibile dominare. Friedrich Nietzsche sulla corruttibilità della natura umana ha scritto: “Se scruterai a lungo in un abisso l’abisso scruterà in te”.

Un’altra tematica che questo film mette in primo piano è la paura il motore più forte e più comune delle azioni umane, la paura della morte, più che mai tangibile qui dato che la storia si svolge nel corso della seconda guerra mondiale, la paura di soffrire il dolore fisico magari sotto tortura catturati dal nemico, la paura della perdita, di dover sopravvivere all’assenza di chi si ama, la paura di dover sopportare il peso del rimpianto per occasioni perdute che non abbiamo avuto il coraggio o la forza di cogliere, ma soprattutto la paura più grande e atavica di tutte perché quella che più in profondità affonda le sue radici attanagliando ogni essere umano nelle viscere, la paura assoluta di sé stessi di guardarsi dentro e davanti allo specchio interiore accettarsi finalmente per ciò che si è.

Quando Liliana Cavani si trovò a intervistare dei sopravvissuti ad Auschwitz per un documentario sull’olocausto alla domanda: “cosa non riuscirà mai a perdonare al suo carnefice?” ottenne da una donna la risposta, “Di avermi fatto scoprire una parte di me che non conoscevo e di cui non sospettavo l’esistenza!” Risposta che divenne il seme di partenza per la sceneggiatura del suo film più famoso, Il portiere di notte.

Ma il film di Ang Lee è anche un parabola sulla solitudine del potere dove il glaciale Mister Yee nasconde dentro di sé il dolore per l’isolamento profondo in cui il suo essere è costretto a vivere senza potersi fidare di nessuno e che solo il canto di Wang Chia Chi riesce a sbloccare portandolo in superficie e rivelandolo tra lacrime troppo a lungo negate. Un abbraccio o un amplesso per quanto intensi possono cingerci le carni ma solo la musica ha il potere ancestrale di abbracciarci l’anima raggiungendo l’inarrivabile. L’incontro e il coinvolgimento sentimentale per la giovane Wang Chia Chi fanno prendere consapevolezza a Mister Yee dell’esistenza di una sua parte fragile e innocente che non avrebbe voluto vedere e che nella posizione politica che si trova a occupare potrebbe essergli fatale.

Impossibile non restare affascinati dall’eleganza delle immagini nella fotografia raffinata del messicano Rodrigo Prieto, accarezzate dalla splendida partitura originale del francese Alexandre Desplat, con i fluidi movimenti di macchina che come impietosi fendenti penetrano sempre più a fondo l’essenza stessa dei personaggi fino a perderci con loro nei labirinti interiori dell’animo umano.

Forte scandalo hanno suscitato in Asia le scene erotiche di amplessi espliciti tra i protagonisti Toni Leung e Tang Wei che sono state tagliate nell’edizione per gli schermi orientali, fedeli a quella regola non scritta ma valida a tutte le latitudini che vuole permissività verso la mancanza di pudore del cinema straniero ma non ammette trasgressioni nel proprio, quasi ci fosse un complesso culturale per cui ci si deve giustificare per aver mostrato qualcosa di naturale e complesso come la sessualità umana ma ancora preda di insensate censure.

Un vero peccato perché il taglio di oltre venti minuti apportato in Asia equivale a una vera e propria castrazione in quanto mai come questa volta il linguaggio dei corpi è funzionale alla narrazione, la visione degli amplessi tra i due protagonisti racconta nell’idioma universale della sessualità il mutare dei rapporti di forza tra i personaggi e il graduale passaggio del sesso ad espressione di dominio, possesso, passione, fiducia, complicità, tenerezza.

La filmografia del regista Ang Lee è ricca di titoli che vanno a scandagliare gli abissi profondi dell’essere umano affrontando tematiche inconsuete con pellicole come Il banchetto di nozze, Tempesta di ghiaccio o I segreti di Brokeback Mountain, ma Lust, caution resta a mio parere il suo capolavoro assoluto.

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Se, jie
  • Regia: Ang Lee
  • Con: Tony Leung, Tang Wei, Joan Chen, Wang Leehom, Iou Chung Hua, Chu Jr Ting, Kao Ting Hsuan, Ko Yu Lien, Johnson Tuen, Chin Ka Lok, Su Tan, He Sai Fei, Song Ru Hui, Fan Kuang Tao, Lisa Ten Lu
  • Tratto dal racconto Se, Jei di Eileen Chang (più nota in occidente col nome di Zhang Ailing)
  • Sceneggiatura: Wang Hui Ling, James Schamus
  • Fotografia: Rodrigo Prieto
  • Musica: Alexandre Desplat
  • Montaggio: Tim Squyres
  • Scenografia: Pan Lai
  • Costumi: Pan Lai
  • Produzione: Bill Kong, Ang Lee & James Schamus per Haishang Films in associazione con Focus Features e River Road Entertainment, e con SIL Metropole Organisation LTD e Shangai Film Group Corporation
  • Genere: Drammatico
  • Origine: Taiwan/USA/Hong Kong/Cina, 2007
  • Durata: 156’ minuti



DIDASCALIE IMMAGINI

- Locandina italiana
- Tang Wei, nel ruolo della protagonista
  Wang Chia Chi
- Wang Leehom, star della musica pop asiatica
  al suo debutto come attore nel ruolo di
  Kuang Yu-Min attivista della resistenza
- Lo spietato Mr Yee e la signora Mak/Wang
  Chia Chi attraversano la Nanjing Road
  nella Shangai del 1942
- La coppia di protagonisti, la star
  internazionale Tony Leung e l’esordiente
  Tang Wei