L’uomo che verrà
di // pubblicato il 22 Gennaio, 2010
Dicembre 1943. Alle pendici del Monte Sole nei pressi di Bologna la vita dei contadini è quella dura di sempre fatta di fame, sudore e fatica, obbligati dalla legge fascista a coltivare la terra anche contro la propria volontà. Martina è una bambina di otto anni che in seguito a un evento traumatico ha scelto di non parlare più, attraverso i suoi occhi innocenti ci viene mostrato il mondo che la circonda, la zia Beniamina adolescente alle prese coi primi palpiti d’amore, i ribelli nascosti nei boschi che combattono i tedeschi invasori, ma soprattutto l'attesa per l'arrivo del tanto desiderato fratellino.
Il susseguirsi sacrale delle stagioni con i ritmi della natura a scandire attività vissute come cerimonie pagane, il tempo della semina e quello del raccolto, la saggezza dei vecchi nel culto delle cose semplici, le famiglie unite in una socialità oggi dimenticata e il rispetto della vecchiaia anche quando improduttiva attende la fine in un letto. Un mondo scomparso fatto di sublime durezza e crudeltà, stravolto dalla violenza nazista, in mezzo all’indicibile orrore senza senso che ogni guerra porta con sé il piccolo fratellino in arrivo rappresenta l’uomo che verrà, il futuro in cui credere e verso cui aspirare per la costruzione di un mondo più equo, più giusto e soprattutto più libero.

Al suo secondo film dopo l’esordio di Il vento fa il suo giro che nel 2008 è diventato un caso restando in programmazione al cinema Mexico di Milano per un anno e mezzo, Giorgio Diritti ex collaboratore dei set di Federico Fellini e Pupi Avati, realizza con L’uomo che verrà un film emotivamente toccante ed essenziale nella forma che mostra la guerra dal basso, dal punto di vista della povera gente che subisce gli eventi e assiste impotente allo sconvolgimento di quel suo mondo arcaico travolto dalla Storia.
Un lungometraggio realistico che sceglie di non mostrare mai la violenza in modo esplicito, che spesso risulta più efficace proprio lavorando per sottrazione, come quando Armando tornando a casa trova la moglie che oltre a rifiutare i suoi abbracci gli chiede in tono di duro rimprovero: “ Dov’eri?” Tutta la carica emotiva della scena, il domandare muto del perché non l’abbia protetta, non necessita di alcun accenno esplicito allo stupro subito. La morte è sempre fuori campo e paradossalmente l’unica uccisione mostrata apertamente è l’esecuzione di un giovane tedesco, agghiacciante nella sua semplice e gelida lucidità calcolata. Un film rigoroso nel riprodurre semplicemente la verità dei fatti, che ha il merito di togliere la polvere dalla memoria di eventi terribili che hanno lasciato laceranti ferite oggi ancora aperte, che troppo spesso sono ridotti ad un paragrafo nei libri di scuola insufficiente a nutrire qualsiasi riflessione, in tempi di un revisionismo storico decisamente troppo diffuso.

Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 sul Monte Sole sono state trucidate 770 persone, 216 di esse erano bambini e soltanto due anni fa il processo di La Spezia, su quella che è passata alla storia come la strage di Marzabotto, ha chiuso il percorso processuale con un verdetto incompleto quanto inadeguato, dieci condanne in contumacia e sette assoluzioni del tutto insufficienti a risarcire chi a quel bagno di sangue è sopravvissuto assistendo al massacro dei propri cari. Giorgio Diritti ha iniziato a documentare i fatti narrati con una lunga serie di interviste ai vecchi del luogo e accurate ricerche dopo aver letto il libro Le querce di Monte Sole che gli era stato regalato anni fa. La decisione adottata di girare in dialetto l’intero film ha conferito al progetto una maggior carica di verità, coinvolgendo la popolazione che abita ancora i paesi di Monte Sole come consulenti alla lavorazione. La pellicola è distribuita con sottotitoli dei dialoghi in dialetto, ma senza alcuna didascalia nelle parti recitate in tedesco, ponendo di fatto lo spettatore nella stessa condizione dei contadini della zona che non capivano ciò che, armi in pugno, gli veniva gridato dalle SS.

Il pregio più grande del film è di riuscire a raccontare senza alcuna prevenzione ideologica la lotta dell’uomo per la sopravvivenza in mezzo allo scontro bellico, quella dei contadini come dei soldati tedeschi, con tanta commovente umanità e mettendo sullo stesso piano la dignità della vita umana, sia che appartenga al contadino di Monte Sole sia che appartenga all’occupante tedesco. L’ultima battuta del film affidata a un soldato tedesco recita: “noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere, è un problema di educazione.” Questa è la chiave di lettura, forse l’unica possibile, per capire come siano stati capaci i soldati delle SS a uccidere altri esseri umani come fossero animali, l’ideologia nazista li aveva convinti di appartenere alla razza superiore togliendo loro ogni scrupolo a versare sangue innocente.
Lo spessore umano con cui sono ritratti anche quelli che dovrebbero essere i cattivi si delinea attraverso situazioni illuminanti in senso sia negativo che positivo, come ad esempio la deriva di ogni empatia con l’altro quando l’ufficiale tedesco uccide il bambino che invoca la mamma con lo stesso identico fastidio con cui si sparerebbe a un cane che non smette di abbaiare, o il momento in cui Armando entra minaccioso in casa armato di forcone, pronto ad affrontare le belve naziste e si trova davanti un biondo giocoliere nordico che incanta i bambini lanciando uova in aria e riprendendole al volo.

Lodevole e prezioso l’apporto dell’intero cast a cominciare dalla piccola Greta Zuccheri Montanari che nel ruolo di Martina offre un’interpretazione davvero incredibile, ancor di più se si pensa che ogni sua battuta è affidata alla voce fuori campo e che ha recitato tutto il film praticamente in silenzio con la forza espressiva del suo sguardo, indimenticabile nella scena finale che rivela la durezza di chi è stato costretto a crescere in fretta senza troppe cortesie. Anche l’attrice romana Maya Sansa già vista in altri film come La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana e la fiorentina Alba Rohrwacher già protagonista per Pupi Avati de Il papà di Giovanna, sono talmente calate nei loro personaggi e credibili persino nell’uso di un dialetto che non gli appartiene, da far dimenticare chi sono e il ricordo di ogni altro loro ruolo interpretato in precedenza. Infine il bravo Claudio Casadio, una volta tanto strappato alle tavole del palcoscenico per concedersi alla macchina da presa, è un capofamiglia pieno di umanità e stupore davanti al mistero di una pancia che racchiude in sé un universo in divenire.

Nell’anno in cui ai vertici degli incassi cinematografici mondiali troviamo quel Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, che nel suo stile di puro intrattenimento si permette di riscrivere la storia e di rappresentare in modo crudelmente simpatico il nazista interpretato dall’attore viennese Christoph Waltz, che per questo ruolo ha già vinto un meritatissimo Golden Globe e si prepara a conquistare l'Oscar come attore non protagonista, un film crudo e rigoroso come L’uomo che verrà rappresenta un’operazione necessaria e indispensabile per ridare il giusto spessore all’efferatezza criminale delle stragi naziste, perché non si finisca per sottovalutare fenomeni attuali in ascesa che possano mettere a rischio il vivere civile cedendo alla tentazione totalitaria che conforti gli animi spaventati dal populismo di propaganda.
Nello scorrere naturale delle generazioni gli ultimi testimoni di quei sanguinosi eventi se ne stanno andando via, diventa perciò un dovere morale collettivo mantenere sempre vivo il ricordo di quello che è stato per costruire sempre più concretamente e in modo tangibile l’impossibilità a che eventi sanguinari di questo tipo possano ripetersi.

Presentato in anteprima lo scorso ottobre in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma 2009, al film L’uomo che verrà sono stati assegnati: il Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento e il Premio Marc’Aurelio d’Oro del Pubblico al miglior film. Abbiamo incontrato il regista Giorgio Diritti, la cosceneggiatrice Tania Pedroni e il produttore associato Simone Bachini alla conferenza stampa per la presentazione del film, presto vi daremo conto di ciò che ci hanno raccontato.