L’ululato di Scipione
di // pubblicato il 24 Novembre, 2011
Il lupo e la luna, ultimo libro di Pietrangelo Buttafuco, edito da Bompiani, narra le gesta di Scipione Cicala, cristiano di nascita e corsaro ottomano da adulto.
Figlio del Visconte Cicala, nobile messinese d'origini genovesi, crebbe a Messina e fu da subito educato alla vita nobiliare e militare. All'età di dodici anni, al fianco del padre, fu catturato dai turchi guidati da Dragût e portato ad Istanbul. Qui, dopo essersi convertito, crebbe forte ed audace e ben visto dal Sultano. In pochi anni divenne il “rinnegato” corsaro più temuto dai cristiani. Le sue imprese, infine, lo condussero sino alle più alte cariche della Sublime Porta, tanto da farlo diventare Gran Visir.
Il racconto di Buttafuoco prende vita dalla tradizione orale. Lo stile narrativo è quello del cuntu siciliano. Ogni capitolo è introdotto da estratti di poesia e sacre scritture islamiche, riportati in corsivo nel testo, che lasciano libera interpretazione al lettore per comprendere il loro legame con il testo che segue.
Tre sono i nuclei narrativi: rapporto patria/madre, lupo/Luna e credo religioso. Il primo individua il leitmotiv dell'intero romanzo: il continuo richiamo del sangue e della patria. Scipione si strugge costantemente per la lontananza dalla Sicilia. La voglia frustrata, riottosa e nostalgica del ritorno trova pratica concreta con le violenze perpetuate dalle sue incursioni sulle terre italiane. L'unica a salvarsi è la sua Messina. Ma quello con la patria e col sangue è un rapporto duplice e complesso. Il personaggio che meglio rappresenta lo strazio dell'essere a metà è individuato da donna Lucrezia, madre di Scipione. Costei, turca e mussulmana di nascita, convertita dal matrimonio col Visconte, lotta altera con i suoi demoni interni: da una parte s'erge a baluardo della città, seguendo i doveri familiari, esortando il terzogenito Filippo a dichiarare guerra eterna ai saraceni; dall'altra s'esalta gioiosa per le imprese del figlio Scipione, massacratore di cristiani, riportandola alle sue vere origini mussulmane.
Il lupo è l'animale che meglio rappresenta lo spirito di Scipione. Feroce, forte, astuto e nobile ovvero tutti gli attributi che vengono esaltati in tutte le imprese del corsaro. Questo simbolo è essenziale perché coglie a pieno le passioni amorose del protagonista. Come vero lupo che ulula nel cuore della notte alla sua Luna, Scipione troverà la sua Selene, donna che amerà perdutamente e per la quale abbandonerà il proprio destino. Ovviamente la figura della Luna è polisemica. Essa rappresenta il femminile per eccellenza, la bramosia e l'amore di Scipione non solo per Selene, ma anche per la madre e la patria assieme.
Mezza-luna che si ricollega alla nuova e sentita fede: l'Islam. Il rapporto col dio islamico è onnipresente e richiamato costantemente dagli estratti in corsivo del testo. Scipione non tornerà mai alla fede cristiana, neanche su esortazione del Papa, e fedelmente sarà seguito dal santo derviscio, braccio destro del comandante mussulmano.
L'assenza di chiari riferimenti temporali domina l'intero romanzo. Le incredibili gesta del corsaro messinese si alternano senza appigli cronologici. La sensazione di mondo sospeso, incastonato a mezz'aria tra il mare ed il cielo del pensiero umano, dona una potente forza evocatrice alle parole del testo. I luoghi, quasi esclusivamente appartenenti al Mare Nostrum, riposizionano il lettore disorientato, donandogli certezze con le esotiche, calde ed assolate descrizioni dei paesaggi mediterranei.
La forza evocativa di questo romanzo è estremamente possente. Ma un punto debole emerge negativamente ed influenza pesantemente l'intera opera. Lo schema narrativo si ripresenta ripetitivo e fisso: narrazione dell'impresa del corsaro, esaltazione dei suoi valori e della sua violenza, dubbi, struggimenti e passioni, richiamo della patria, del sangue e della madre. L'azione narrativa è debole, l'evolversi dei fatti è lento e la descrizione delle azioni è sommaria e non incisiva. Buona parte di questi aspetti derivano, probabilmente, dalla natura del modello narrativo, il cuntu, che si rivela peculiare perché parlato e raccontato in dialetto. Questi due aspetti essenziali vengono meno nel romanzo: il contenuto possente per evocazione perde forza narrativa per la sua forma non conforme d'espressione.