L’ultimo inquisitore
di // pubblicato il 02 Luglio, 2010
La modernità dell’opera di Francisco Goya e la sua capacità espressiva, devono molto anche al suo aver saputo lasciare la ricchezza delle stanze del palazzo reale, dov’era Pittore di Camera del sovrano Carlo IV, per scendere in strada, tra i figli del popolo a documentare gli eventi, la cieca violenza del suo tempo e il terrore della popolazione soggiogata a ottuse istituzioni. Non solo attraverso i suoi dipinti ma anche con una vastissima produzione d’incisioni, raccolte in cicli come Tauromachia o I capricci e giunte fino a noi per testimoniare un’epoca.
Con L’ultimo inquisitore il grande Milos Forman porta sullo schermo la Spagna sul finire del XVIII secolo in cui visse il pittore spagnolo, con l’accuratezza della ricostruzione storica a cui ci ha abituato già con altri suoi film precedenti, come i meravigliosi Amadeus, Ragtime e Valmont.
Scegliendo, insieme al suo co-sceneggiatore Jean-Claude Carrière, di non mettere la figura di Goya al centro del racconto in una più tradizionale classica struttura biografica, ma anzi ponendolo un po’ in secondo piano rispetto ad altri personaggi, paradossalmente il film sembra possedere una maggior dose di verità, incarnando l’essenza di un’epoca che Francisco Goya ha rappresentato con la sua arte in modo tanto eloquente. Vero protagonista della pellicola è Frate Lorenzo Casamares, incarnazione di un epoca confusa e pericolosa, che passa con la stessa fanatica intransigenza dal ruolo di inquisitore a quello di politico abbracciando le idee illuministe portate dall’invasione napoleonica.

Il 21 Gennaio 1793 il Re di Francia Luigi XVI fu ghigliottinato a Parigi sulla pubblica piazza, l’intera Europa già preoccupata dall’evolvere della Rivoluzione Francese in corso ormai da quattro anni, fu percorsa da un’onda di terrore che attraversò tutte le corti raggiungendo ogni testa coronata in circolazione, inclusa quella di Carlo IV di Spagna che del sovrano decapitato era cugino. In questo clima di paura le istituzioni reazionarie che detenevano il potere, come il Sant’Uffizio e il tribunale dell’Inquisizione, ebbero facile gioco nel diventare ancora più intransigenti verso la popolazione, alimentando tra la gente un clima diffuso di sospetto, in cui chiunque poteva trasformarsi in spia pronta alla delazione, e ogni piccolo indizio valutato come possibile rivelatore d’eresia.
Eloquente la sequenza in cui i religiosi che dovranno vigilare sui costumi della popolazione aggirandosi tra la gente in incognito, vengono istruiti ad ascoltare in silenzio e soprattutto a sospettare: se sentiranno qualcuno parlare di atomi o particelle certamente si tratta di un eretico e dovrà essere denunciato, se in un discorso verrà usata la parola tempio, è necessario fare attenzione perché senza ombra di dubbio saremo in presenza di un giudeo o di un protestante pericoloso.

Così la giovane Ines Bilbatua, modella per Francisco Goya e figlia del ricco mercante Tomas Bilbatua, viene denunciata alla Santa Inquisizione per aver rifiutato in una taverna di mangiare per cena un porcellino arrostito; dettaglio insignificante subito dimenticato dalla ragazza, ma sufficiente ad alimentare il sospetto di professione del giudaismo. La giovane è ascoltata da una commissione dell’Inquisizione e poi, per darle la possibilità di dimostrare che le sue dichiarazioni d’innocenza sono veritiere, viene sottoposta alla Corda secondo l’uso del tempo. Questa pratica diffusa prevedeva che la vittima fosse legata ai polsi con le braccia dietro la schiena e sollevata in aria, così che il peso del corpo inevitabilmente portava alla slogatura delle spalle. La sconvolgente semplicità di questo doloroso esercizio di persuasione era già stato mostrato al cinema dal bellissimo e invisibile Gostanza Da Libbiano (2000) di Paolo Benvenuti, che ricostruiva il processo ai danni di una donna accusata di stregoneria nel 1594 a San Miniato, nel Ducato di Toscana, e documentato dai verbali del processo disponibili ancora oggi.

La Chiesa aveva istituito il dogma secondo cui la confessione estorta sottoponendo l’inquisito alla Corda doveva avere valore di prova. Indiscutibilmente qualsiasi dichiarazione così ottenuta era la verità, perché si riteneva che Dio avrebbe dato a chi fosse stato nel giusto la capacità di resistere al dolore, senza cedere a false confessioni rilasciate solo per interrompere il supplizio. La giovane Ines confessa di essere praticante di riti giudaici, secondo l’accusa che le era mossa e viene rinchiusa nelle prigioni in attesa del processo, perché come ammette coerentemente Frate Lorenzo, “la Chiesa non può dubitare del potere della Corda!”.
Il vento del pensiero illuminista che aveva animato la Rivoluzione Francese giunge in Spagna portato dalla brama di conquista dell’imperatore Napoleone, spazzando via ogni autorità ecclesiastica e affermando che ogni uomo nasce libero e con gli stessi diritti davanti alla Legge. Goya pur essendo stato al servizio del re deposto Carlo IV, grazie alla fama delle sue opere, le incisioni circolavano già diffusissime in larga tiratura anche fuori della Spagna, non fu considerato compromesso col vecchio regime e poté attraversare incolume ogni rivolgimento politico di quegli anni.

Fondamentali nel corso del film le sequenze in cui si assiste alle violenze e alle uccisioni inflitte agli spagnoli dai Mammalucchi, mercenari marocchini al soldo dei francesi, mentre la voce fuori campo di Goya fa le sue considerazioni sui metodi di esportazione violenti degli alti valori di libertà, uguaglianza e fraternità propugnati dalla Rivoluzione Francese. Impossibile non intuire il parallelo che la pellicola vuole polemicamente istituire con la nostra epoca moderna e con i violenti sistemi d’esportazione della democrazia.
Nel ruolo di Francisco Goya l’attore svedese Stellan Skarsgård. Javier Bardem, quello che io ritengo il più grande attore spagnolo attualmente in circolazione, è l’inquisitore Frate Lorenzo Casamares, a cui regala la giusta dose d’ambiguità di un uomo per tutte le stagioni pronto a mutare pelle, alla faccia di ogni ideale, per rimanere sempre in sella sul cavallo del dominio, ma che troverà infine anche la forza per una difficile scelta di coerenza.
Molto brava anche Natalie Portman impegnata in un doppio ruolo, il suo esordio ancora bambina in Léon di Luc Besson è ormai lontano e film dopo film ha ormai raggiunto una maturità espressiva che ne fanno una delle attrici più versatili e interessanti della sua generazione.

Meraviglioso l’uso dei quadri opera di Francisco Goya che appaiono nel film, facendoci sentire più vicina l’umanità travolta dagli eventi di piazza, l’uomo comune inerme e distante dalle sconsiderate decisioni belliche dei potenti, principale soggetto dell’arte del grande pittore spagnolo. Francisco nacque in un villaggio vicino Saragozza da una famiglia di umili origini, il padre alla morte non fece neppure testamento “porque no tenia de qué”, e per tutta la vita, nonostante fama e successo, continuò a sentirsi un figlio del popolo.
Capolavori pittorici dalla possente forza espressiva come Il 3 di Maggio e la vasta produzione di incisioni realizzate da Goya, soprattutto le serie I Capricci (Los Caprichos, 1797) e I disastri della guerra (Desastros de la guerra, 1813) posseggono ancora oggi una tale carica eversiva, da rappresentare efficacemente la violenza di un epoca sanguinaria. La conferma nelle parole di Milos Forman, durante una visita al Museo Nacional del Prado accompagnato dal produttore Saul Zaentz, “ero convinto che Goya fosse stato il primo autentico pittore moderno e in quel momento, come mai prima di allora, ho desiderato fare un film su di lui.”