L’ultimo Caravaggio
di - pubblicato il 24 Luglio, 2010 in Approfondiamo su...
“Domenica 28 maggio 1606 si cominciò la festa per la coronazione del papa la quale fu di 29 maggio dell’anno passato […]. In Campo Marzio l’istessa sera Michel Angelo Caravaggio pittore ferette e ammazzò con una stoccata nella banda per dentro nella coscia Ranuccio da Terni, del che, amala pena confessato, morì e sepelito al mattina alla Rotonda”. È il tragico episodio che stravolge la vita (ed il cervello, come molti dei suoi contemporanei sottolinearono) di Caravaggio, che è costretto a fuggire da Roma per salvarsi la vita. I mesi immediatamente successivi all’omicidio Caravaggio li trascorre appena fuori la città, nei feudi Colonna, la famiglia che più di ogni altra lo aveva protetto in passato. Da qui fugge poi verso Napoli, dove arriva nell’ottobre dello stesso anno. Poi, nel luglio del 1607, è la volta di Malta dove, nel 1608, Caravaggio viene nominato Cavaliere dell’Ordine. Si tratta tuttavia di un breve momento di tranquillità: a seguito di una rissa scoppiata tra un gruppo di cavalieri, il pittore viene imprigionato nel forte Sant’Angelo, dal quale riuscirà a fuggire trovandosi perciò costretto a lasciare l’isola e dirigersi verso la Sicilia (siamo nell’ottobre del 1608) dove in un primo momento sarà ospitato dall’amico pittore Mario Minniti. L’anno successivo troviamo Caravaggio, che intanto è stato privato dell’abito di Cavaliere dell’Ordine di Malta in quanto “membrum putridum et foetidum”, di nuovo a Napoli. Ospite ancora una volta della marchesa Costanza Colonna, nella sua residenza di Chiaia, Caravaggio fa giungere al papa, alla fine del 1609, una domanda di grazia. Nello stesso periodo il pittore realizza uno dei suoi ultimi grandi capolavori, il Davide con la testa di Golia, che avrebbe dovuto essere consegnato a papa Paolo V (o a suo nipote Scipione Borghese) assieme alla richiesta di perdono. Il quadro è tuttavia documentato nella collezione Borghese solo a partire dal 1613, quindi è presumibile che rimase per qualche anno nella cittadina partenopea, dove infatti vennero realizzate alcune copie dell’opera.
Il dipinto è allo stesso tempo un’eccezionale ammissione di colpevolezza ed umile richiesta di misericordia: Caravaggio si ritrae nella testa, appena staccata dal collo, del gigante Golia, con la ferita ben evidente sulla fronte. Davide, pur essendo uscito vincitore dallo scontro, guarda alla testa del gigante con un’espressione mista di malinconia e compassione. È proprio nel volto di Davide che va ricercato il significato del dipinto: se Caravaggio è come Golia, dichiaratamente colpevole e sconfitto, allora Davide (tradizionalmente inteso come prefigurazione di Cristo e quindi del papa, suo vicario in terra) allude al pontefice stesso, e alla grazia che solo lui può concedere all’artista.

Inoltrata la domanda di grazia, Caravaggio decide di tornare verso Roma: tra il 10 ed il 16 luglio parte quindi alla volta di Palo, poco distante da Civitavecchia, portando con sé altri tre dipinti da destinare a Scipione Borghese, nel tentativo di ingraziarsi il potente cardinale. A Palo però Caravaggio viene nuovamente arrestato e costretto a versare una grossa somma di denaro a fronte del suo rilascio. Lo spiega bene uno dei suoi biografi, Giovan Pietro Bellori:
“Misesi in una feluca con alcune poche robe, per venirsene a Roma, tornando sotto la parola del Cardinal Gonzaga, che co’l Pontefice Paolo V, la sua remissione trattava. Arrivato ch’egli fu nella spiaggia, fu in cambio fatto prigione, e posto dentro le carceri, ove per due giorni ritenuto, e poi rilassato”.
Tra le “poche robe” Caravaggio portava appunto con sé tre dipinti, due rappresentanti San Giovanni Battista (uno dei quali non ancora identificato con certezza) e una Maddalena.
Il San Giovanni Battista presente ora nella collezione Borghese è, appunto, l’unico dipinto la cui presenza sulla feluca sembra unanimemente accettata. Il giovane, seminudo, è mollemente poggiato su di un tronco, coperto da uno straordinario manto rosso, e volge allo spettatore uno sguardo malinconico. Dietro di lui un ariete sta brucando delle foglie di vite; più avanti, poco oltre i piedi del santo, due piante di tasso barbasso, indicato comunemente come simbolo di morte.

La figura di San Giovanni è una delle più ricorrenti nella pittura di Caravaggio; dal giovane sorridente dei Musei Capitolini, a quelli della Galleria Corsini e di Kansas City, fino ad arrivare alla straordinaria decollazione di Malta (l’unico dipinto firmato dal pittore che, significativamente, sceglie di farlo col sangue che sgorga dal collo del santo). La frequenza del soggetto è forse da ravvisare nel fatto che Giovanni è precursore di Cristo, ne annuncia le vicende e la salvezza che l’umanità potrà ottenere grazie al suo sacrifico; l’ariete, presente nel dipinto della Borghese e in quello dei Capitolini, rappresenta infatti l’animale sacrificale per eccellenza e rimanda quindi, alla morte di Cristo sulla croce ed alla vita eterna, rappresentata dalle foglie di vite sullo sfondo. Ancora una volta quindi, attraverso i suoi dipinti, Caravaggio si fa testimone di quella ricerca di salvazione che ha in buona misura caratterizzato la sua produzione, anche quella antecedente all’omicidio, e che in generale pervade tutto il mondo cattolico della fine del Cinquecento e dell’inizio del Seicento.
Torniamo sulla spiaggia di Palo, dove avevamo lasciato Caravaggio. Durante il breve periodo che il pittore trascorre in prigione, il vascello che lo aveva portato fino a lì riparte in direzione di Porto Ercole. Caravaggio, che vedeva nei tre quadri l’ultima speranza di salvezza, decide di seguire la nave (forse addirittura a piedi) arrivando stremato sulle coste della cittadina toscana, giusto in tempo per rendersi conto che la feluca stava già facendo ritorno a Napoli. Spossato, forse ammalato, Caravaggio viene ricoverato nell’ospedale della Compagnia della Santa Croce. Qui, dopo pochi giorni, morirà. Giovanni Baglione, altro suo biografo, collega e nemico (nel 1603 aveva infatti querelato Caravaggio per diffamazione) narra così gli ultimi istanti di vita del pittore, contribuendo non poco a creare la figura di “artista maledetto”. “Più la feluca non ritrovava sì, che postosi in furia, come disperato andava per quella spiaggia sotto la sferza del Sol Leone a veder, se poteva in mare ravvisare il vascello, che le robe sue portava […] ma poi […] con febbre maligna; e senza aiuto humano […] morì malamente come appunto male havea vissuto”.