L’ultimo Imperatore
di // pubblicato il 12 Novembre, 2011
“...il film L'ultimo Imperatore è la scoperta di un mondo che proprio ignoravo ed allo stesso tempo la voglia di fare una specie di kolossal hollywoodiano come ad Hollywood non erano più capaci di fare. Quando mi sono trovato davanti ai costumi meravigliosi creati da James Acheson , mi sono detto che ero giunto in un luogo da cui forse non sarei più riuscito ad uscire e non intendo solo quello della Città Proibita o la Cina in generale ma proprio l'esperienza un pochino colonialista dell'essere lì con 150 membri della troupe (italiana e inglese)...giustamente i cinesi hanno voluto 150 presenze loro a raddoppiare i ruoli che avevamo noi...” così inizia una delle tante interviste rilasciate da Bernardo Bertolucci e riguardanti il suo pluri premiato film L'ultimo Imperatore. Una pellicola che negli anni '80 portò il pubblico italiano a sbirciare attraverso la finestra aperta dal regista sulla Cina, su un mondo più volte incontrato sui libri ma visto dal vero da pochi, tanto da risultare irreale. Attraverso una ricostruzione storica accurata e partecipata la Città Proibita e l'imperatore bambino Pu Yi invasero non solo gli schermi ma anche gli animi.

Chiunque davanti ad un film storico ha desiderato, almeno una volta, poter ammirare da vicino costumi ed arredi testimoni di un tempo che fu e a volte alcune mostre sono riuscite a soddisfare tale aspirazione, seppur arduo sia il compito di riproporre in maniera totalmente decontestualizzata la medesima atmosfera rarefatta creata in pellicola.
Casa dei Carraresi a Treviso prova a seguire questa scia proponendo al pubblico fino al 13 maggio 2012 la mostra “Manciù, l'ultimo Imperatore”. Per concludere il ciclo “La Via della Seta e la Civiltà Cinese” il curatore Adriano Madaro ha deciso di ideare un'esposizione antologica ma al contempo biografica, atta non solo ad evidenziare la dinastia Qing (l'ultima in ordine di tempo) ma anche e sopratutto colui che di questa dinastia è stato l'ultimo reggente ovvero Pu Yi.
La divisione in macro sezioni aiuta anche i meno esperti del settore a carpire le tante sfaccettature di un periodo complesso ma fondamentale perché destinato ad aprire nel 1911, anno della caduta del Celeste Impero, un nuovo capitolo della storia cinese.
Da sempre combattenti e quasi perennemente coinvolti in lotte intestine e non, i guerrieri di corte potevano contare su divise di rara magnificenza riccamente decorate ed armi di mirabile fattura unite in mostra ad elmi e simboli delle “Otto Bandiere” rappresentanti i ranghi delle armate tartare.
Spiccano i tesori del Palazzo Imperiale che da Mukden (odierna Shengyang) sono giunti a Treviso sotto forma di cofanetti d'oro contenenti i sigilli del potere del “Grande Qing”, a dimostrazione dell'importanza assunta nell'essere fidi compagni di coloro che si trovavano in condizione di potere, divenendone altresì autorevole espressione simbolica e grafica.

Particolarmente attraenti, sopratutto per un occhio femminile, sono poi alcuni gioielli in oro, giada, pietre preziose, piume di martin pescatore così elaborate e finemente decorate da stimolare il confronto con le creazioni cesellate tipiche di quell'Art Noveau così occidentale quanto coeva. Uniti a spilloni, collane e decorazioni varie si esibiscono anche alcuni gioielli personali dello stesso Pu Yi trafugati in carcere e celati nel sottofondo della sua valigetta.
Ceramiche ed abiti rappresentano la componente che di abitudine vediamo in una mostra antologica, ma ciò che più di ogni altra cosa rende quest'esposizione unica è la centralità data ai reperti afferenti alla vita da uomo dell'ultimo Imperatore. Prima costretto in una gabbia dorata, circondato in tenera età da eunuchi che volentieri facevano combattere i propri grilli con quello altolocato del Figlio del Cielo e in seguito imprigionato in Unione Sovietica e Cina, il curatore ammette che la vita del fu Xuantong cominciò a cinquant'anni, quando finalmente smise gli abiti che ancora lo tenevano legato ad un potere dinastico decadente e sorpassato, per infilarsi in una divisa anonima ma ancora più importante perché sinonimo di omologazione e cancellazione di una qualsivoglia pretesa di superiorità reale o indotta.
I suoi diari, la cartella elettorale, le molte fotografie che lo ritraggono abbigliato all'occidentale e che narrano di un uomo che si faceva chiamare Henry e che indossava un paio di occhialini tondi perché miope. compongono una delle parti più toccanti dell'esposizione perché uniche, personali e mai apparse prima al di fuori dei confini cinesi. Arricchita dalla sezione “La valigia del diplomatico” e da immagini in bianco e nero ormai consunte ma ugualmente affascinanti, sembra di essere catapultati in quell'epoca di inizio Novecento in cui le foto si facevano rigorosamente in posa e in cui l'esotico orientale rappresentava l'argomento di conversazione dei salotti bene dei ricchi occidentali.
I reperti raccolti, ben preservati a dispetto di un' opinabile concezione della conservazione dei beni culturali dilagante in Cina, forniscono uno spunto affatto noioso di ricerca di una parte meno nota della storia cinese e cioè quella composta dai frammenti di storiografia incentrati su quelle singole persone che in un modo o nell'altro sono state parte integrante o semplicemente vittime di un cambiamento. Pu Yi è uno di loro. La vita da supremo monarca dura solo un attimo lasciando ben presto il posto ad un percorso sì travagliato, ma comunque sia rivolto ad un obbiettivo chiaro: diventare normale.

Questa mostra decide di incrinare le certezze che noi italiani abbiamo modellato nei decenni passati affermando a gran voce di conoscere profondamente l'Oriente perché, seguendo le parole del Dott. Madaro, sappiamo che c'è stato un Marco Polo di mezzo e quindi ci gloriamo della sua nazionalità; che c'è stato un Matteo Ricci grazie a cui la scienza occidentale è entrata in Cina così come la notizia in suolo italiano dell'esistenza di un impero ricco e sfarzoso; che c'è stato un Giuseppe Castiglione da tutti considerato uno dei più grandi pittori del Settecento cinese e di cui sono visibili in mostra alcuni dei dipinti più famosi .
Ci riteniamo il popolo occidentale più orientale senza però avere effettivamente cognizione di causa del significato di questa affermazione...tuttavia le tante mostre sul tema organizzate negli ultimi anni, compreso il ciclo trevigiano, hanno messo in luce la volontà di indagare più approfonditamente una cultura dalle radici illustri e profonde, una civiltà in grado di competere con la nostra e verso cui avvicinarsi sempre più, preferibilmente in questo secolo appena iniziato.
Dal trono del Manchukuò alla prigione e infine a semplice cittadino “popolare”...l'epopea di un bambino che non aveva scelto di essere Imperatore ma che ha deciso di diventare un uomo comune, come i milioni di cittadini senza ricchezze, fama, cariche o titoli onorifici.