Lourdes
di // pubblicato il 19 Febbraio, 2010
Lourdes, Christine è una giovane donna affetta da sclerosi a placche, costretta su una sedia a rotelle, partecipa ai pellegrinaggi nella speranza del miracolo e passa il tempo osservando le vite degli altri, quelle “normali” a cui la malattia non preclude incontri e aspirazioni sentimentali. Maria è la giovane infermiera volontaria dell’ordine di Malta incaricata di accudirla, svolge attività di volontariato per fare qualcosa di diverso dal solito, come confessa candidamente, ma pare più interessata ai giovanotti in divisa dei cavalieri di Malta che ad alleviare il dolore degli infermi. Cécile è la capo infermiera volontaria, inflessibile e intransigente, coordina con asettica efficienza gli spostamenti del gruppo.
Alla 66ª Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2009 dove è stato presentato in concorso, Lourdes ha vinto il Premio Signs assegnato dall’Organizzazione Cattolica Internazionale per il Cinema e allo stesso tempo il Premio Brian, che trae il nome dal film comico dei Monty Phyton Brian di Nazareth, assegnato dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, questo doppio riconoscimento potrebbe indurre a credere che si tratti di un film poco coraggioso, che accontentando tutti non scontenta nessuno. In realtà Lourdes è un film che pone alcune riflessioni, forse più filosofiche che religiose, ma sceglie di non assumere posizione ideologica alcuna deliberatamente, lasciando allo spettatore la libertà di una personale valutazione.
Girato realmente a Lourdes dopo un anno di attesa per ottenere i necessari permessi per effettuare le riprese, la pellicola della regista austriaca Jessica Hausner è una riflessione sul rapporto tra individuo e divino, tra fede e scetticismo, tra miracolo e casualità. Il film mostra la fede in un Dio buono e giusto da un lato e la realtà della vita ingiusta e arbitraria dall’altra con il miracolo che, se e quando accade, sembra scegliere senza alcun criterio la persona da sanare. Attraverso i membri di associazioni diverse, i cavalieri di Malta, il clero e le infermiere, il film s’interroga sul ruolo dell’individuo nella società, sul rapporto tra ruolo assegnato e identità personale, con l’idea che il caos del mondo sia accidentale. Ma se nasciamo e moriamo per caso, possono le azioni individuali dare senso al nostro vivere?

Lourdes affronta il tema del miracolo in termini molto umani e pratici, tutti si chiedono perché una persona viene guarita e un’altra no, c’è una relazione tra la condotta di chi ottiene la guarigione e l’evento stesso? Nella cittadina francese meta dei pellegrinaggi tutti sembrano credere che l’ottenimento della grazia corrisponda a un merito spirituale, questo è il senso che ha l’applauso dell’intero staff di un ristorante alla ragazza miracolata. La figura della giovane guarita non è però un modello di candore, confessa di provare umanissima invidia per le persone sane e afferma che chi sta in condizioni peggiori della sua non le fa alcuna pena. Nemmeno dà prova di una fede troppo acuta quando dichiara di partecipare ai pellegrinaggi perché, per lei inchiodata a una sedia a rotelle, sono l’unica occasione di uscire di casa. Ma il destino, o Dio secondo i punti di vista, ha scelto lei e i sentimenti degli altri che circondano la sua improvvisa guarigione sono rabbia, invidia e rancore. Tanto che al primo piccolo inciampo della giovane, si legge sul viso di tutti la mal celata aspirazione a che il miracolo abbia fine e svanisca risolvendosi in un falso allarme.

Lourdes non rappresenta una ridicolizzazione della fede come si potrebbe credere dallo spot televisivo che ne fa promozione, in esso vengono mostrate delle immagini mentre in sottofondo si racconta una barzelletta presente anche nel film: “Lo Spirito Santo, Gesù e la Vergine Maria sono seduti su una nuvola e fanno progetti per le vacanze. Lo Spirito Santo dice: ho un’idea, andiamo a Betlemme! E Gesù: a Betlemme? Noo, ci siamo già stati tante volte! Lo Spirito Santo riflette e dice: molto bene, allora andiamo a Gerusalemme! Gesù risponde: noo. A Gerusalemme? Ci siamo già andati tante volte… Lo Spirito Santo riflette e dice: ho trovato, andiamo a Lourdes! La Vergine Maria fa un balzo e risponde: sii! Fantastico, non ci sono mai stata!”
Nonostante l’ironia Lourdes non è assolutamente un film comico, anzi ha il pregio di mostrare un luogo e i riti che vi si svolgono con sincera onestà intellettuale, la cittadina francese sui Pirenei tradizionalmente ritenuta teatro delle apparizioni della Vergine Maria alla pastorella Bernadette, è mostrata per quella Disneyland del cattolicesimo in cui il florido mercato dei pellegrinaggi l’ha trasformata. La Chiesa cattolica rimane sullo sfondo come semplice ambientazione e il mistero della fede è oggetto di una lucida analisi realistica. Lourdes è un film fatto di domande senza la presunzione di voler fornire risposte.

Questo smarcarsi da ogni intento catechetico alza notevolmente il valore di un’opera che in fondo ha l’imparzialità di un’analisi oggettiva, per cui persone diverse con convinzioni diverse possono dare valore diverso agli stessi eventi. Un esempio è rappresentato dalla scena in cui una devota pellegrina si reca da un prete per avere una risposta sul perché una paraplegica sia stata guarita e gli altri malati del gruppo no. La risposta del sacerdote suona più o meno così: “Perché Dio è libero. Ci sono persone che sono malate ed altre no, ci sono persone che conoscono le lingue e altre no, ci sono persone ricche e altre no.” Dopo una pausa di silenzio la signora intuisce che non avrà una sola parola in più per illuminare le sue perplessità e tranquillamente se ne torna al suo posto. Agli spiriti semplici avvezzi ad aderire ai dogmi con quieta cecità, poco inclini all’esercizio critico del dissenso, magari questa risposta potrà apparire esauriente, perfino sublime nella sua inadeguata astrazione, ma a quelle anime acute di indagatori della verità, attanagliati dal dubbio perpetuo non potrà che sembrare insufficiente e priva di ogni consistenza.

Il pellegrinaggio e i suoi partecipanti sono rappresentati senza alcun intento blasfemo o caricaturale, ma prestando attenzione il film è disseminato di piccolissimi, quasi impercettibili, lampi di genio che illuminano la natura delle persone e delle cose. Così l’infermiera capo Cécile appare giustamente immolata alla sua missione umanitaria a chi la guarda con occhi che non penetrano la superficie, ma quel piccolo gesto di grattarsi la fronte al momento dello scatto nella foto ricordo del gruppo è deliberato e calcolato, perciò rivelatore dello spirito represso di una persona che non si conosce e non si ama, che ha dedicato ogni sua energia alla pratica assistenziale per non affrontare il vuoto esistenziale che ha dentro.
Figure di questo tenore, che si dedicano anima e corpo senza mai un lamento, al loro lavoro o a una loro attività sono presenti quotidianamente intorno a noi, annullano la propria personalità in quella distorsione del dovere rappresentata da ogni eccesso per non doversi guardare dentro, per non affrontare lo specchio interiore, evitando anche relazioni troppo intime con gli altri e fuggendo così la vita stessa. Sono come un concorrente che per paura della sconfitta si ritira preventivamente dalla competizione, ma ritirarsi dalla vita vuol dire fingere di vivere quando in verità si è già morti dentro.

Le figure maschili rappresentano l’autorità ma davanti al mistero risultano incapaci di fornire risposte al disagio, per questo le figure femminili delle pellegrine, delle malate e anche delle volontarie appaiono smarrite, impaurite dall’inconsistenza dell’autorità clericale che loro riconoscono tale e incapaci di comprendere che la religione è un sentimento e non dovrebbe aver bisogno di gerarchie. L’autorità morale non è acquisibile automaticamente con una cerimonia di consacrazione clericale, siamo solo noi con la nostra capacità di credere che attribuiamo autorità a chi, nato uomo come noi, diversamente non ne avrebbe alcuna. Il successo di tanti raduni religiosi sta nella capacità del clero d’intercettare il bisogno di protezione, l’esigenza di sentirsi al sicuro dell’individuo davanti al vuoto cosmico e alla disgregazione della società moderna, le grandi istituzioni religiose hanno l’astuzia di fornire risposte alla domanda di quel senso d’appartenenza al gruppo, il bisogno primordiale della tribù, che risulta congenito nel genere umano.

Il finale ha un sapore beffardo, con la festa di chiusura del pellegrinaggio in cui un attempato cantante calvo vestito come il Tony Manero de La febbre del sabato sera, duetta insieme a una giovane infermiera sulle note di Felicità, la canzone portata al successo da Al Bano e Romina Power ad un Festival di Sanremo. Perché in fondo la felicità terrena, inutilmente inseguita è cosa effimera che non dura. Ma anche qui il concetto che la felicità non è di questo mondo, in ottemperanza al messaggio cristiano che riconosce come vita vera quella nel regno dei cieli, può far intendere ciò che io ho percepito beffardo come conforme alla dottrina dei vangeli, quindi privo d’ironia e portatore del messaggio di catechesi cristiano. Ancora una volta il film è raffinatamente equidistante da entrambe le posizioni più estreme e come accade con il finale aperto, tocca a noi interpretare il valore che diamo alle cose e agli eventi, terreni e soprannaturali.
“…Felicità è un bicchiere di vino con un panino la felicità…”