L’orientalismo pittorico nell’Italia dell’Ottocento
di // pubblicato il 02 Aprile, 2011
La Pinacoteca di Palazzo della Marra a Barletta, dedicata all’artista Giuseppe de Nittis, accoglierà fino al 5 Giugno un centinaio di opere di quegli artisti italiani che nell’Ottocento si fecero incantare dalle atmosfere orientaleggianti, da qui il titolo: Incanti e scoperte. L’Oriente nella pittura dell’Ottocento italiano. La mostra è stata promossa dalla Regione Puglia in collaborazione con il Comune di Barletta con il patrocinio del Dipartimento per lo Studio delle Società Mediterranee dell’Università di Bari, e curata da Emanuela Angiuli e Anna Villari.

In Italia l’aria d’oriente s’inizia a respirare già dai tempi della storica spedizione Napoleonica in Egitto, a cui fecero seguito resoconti di esploratori che infiammarono la fantasia del Vecchio Continente, le cronache di piaceri proibiti, odalische, harem, hammam avevano fatto il resto. Poi c’era la voglia di saperne di più, di scoprire e capire terre geograficamente non tra le più lontane, eppure distanti per cultura, storia, atmosfere. Una magia che stregò molti artisti, alimentata da committenti altrettanto presi dal fascino di un Oriente vicino e allo stesso tempo lontanissimo.
Orientalisti è il termine convenzionale con cui furono chiamati gli artisti che si dedicarono alla rappresentazione di paesi mediorientali di cultura araba, ritraendo costumi e ambienti ricchi di fascino, spesso venati di erotismo.

La mostra della Pinacoteca di Barletta ricorda questa ventata d’Oriente in pittura riconoscendo come punto d’avvio, non unico ma certo particolarmente importante, Francesco Hayez. La storia del pittore veneziano è assai nota, in quanto egli pur non muovendosi mai dall’Italia si lasciò felicemente contagiare dal vento d’Oriente, dall’esotismo, dall’erotismo che al mondo arabo sembrava connaturato. Così come Hayez, anche Domenico Morelli, che, senza mai aver messo piede nei territori d’oltremare, descrive magistralmente velate odalische, figure di arabi, mistiche atmosfere di preghiere a Maometto. Al contrario, Ippolito Caffi non si fece sottrarre dal gusto dell’esotico, infatti, diversamente da Hayez e Morelli, decise di vivere l’Oriente di persona, percorrendo un lungo viaggio tra Costantinopoli, Smirne, Efeso e il Cairo da cui trae opere memorabili e un gusto che connoterà per sempre la sua pittura.

L’orientalismo Parmense viene raccontato, prima da Alberto Pasini e poi da Roberto Guastalla, quest’ultimo diventa un “Pellegrino del sole”, perché fu continuamente in viaggio verso l’Egitto, il Marocco, e le vaste regioni dell’Impero Ottomano, a cominciare dal 1886 fino al 1908, quando attraversa per l’ultima volta il Mediterraneo, per recarsi in Tunisia e Numidia. Durante i viaggi il pittore punta il proprio occhio attento e allenato alla ripresa dal vero sulle città di Fez, Mekinez, Damasco o il Cairo, dando vita ad una serie di disegni e soprattutto di bozzetti, che costituiscono uno degli aspetti più interessanti e originali della produzione di Guastalla. Inoltre, usa la fotografia come reportage di viaggio e supporto per la realizzazione di opere.

Da Firenze parte alla volta dell’Egitto, Stefano Ussi che in quel paese, subito dopo l’apertura del Canale di Suez, lavora per il Pascià prima di trasferirsi in Marocco con l’amico Cesare Biseo, anch’egli proveniente dalla corte del Viceré d’Egitto per cui affresca il Palazzo del Governo ad Alessandria. Da questo viaggio i due traggono gli spunti per illustrare, magistralmente, “Marocco” di Edmondo De Amicis.

Il fascino orientale non risparmia artisti come: Federico Faruffini, Eugenio Zampighi, Pompeo Mariani, Augusto Valli, Giulio Viotti, Achille Glisenti, Giuseppe Molteni, Vincenzo Marinelli, Fabio Fabbi, il siciliano Ettore Cercone e il pugliese Francesco Netti, a conferma della trasversalità e del dilagare in tutta la penisola dell’affascinante pandemia.

Emanuel Angiuli: “Due mondi, Occidente e Oriente, si incontrano nelle tessiture del viaggio, sulle piste dilatate del deserto, nei regni delle carovane, fra odori, colori, brusii delle città, nelle stanze segrete dell’harem e le movenze inebrianti di suonatori e danzatrici. L’Oriente raccontato dai capolavori esposti nella mostra si specchia in altri capolavori, stavolta incastonati nel paesaggio: le architetture moresche del Salento. Pagine d’arte e della cultura di due mondi oggi quanto mai vicini e dialoganti”.