L’Odissea del Mediterraneo secondo Zappalà

di Carmelo Antonio Zapparrata // pubblicato il 22 Gennaio, 2011

Dopo lo spettacolo-denuncia A. semu tutti devoti tutti?, Roberto Zappalà torna a fare del melting pot socio-culturale siciliano un fattore in grado di indagare l’universalità di situazioni delicate e complesse, quali l’emigrazione/immigrazione. Il valore estetico e teatrale del prodotto firmato Zappalà, colto e raffinato coreografo che si avvale della dramaturgie di Nello Calabrò, non viene per nulla sminuito dalla complessità delle tematiche affrontate, ma anzi, gli innumerevoli spunti scaturiti dall’argomento proposto s’incarnano in altrettanti corto circuiti coreo-sceno-musicali, suscettibili a loro volta d’innumerevoli chiavi di lettura.

Nasce così Odisseo. Il naufragio dell’accoglienza, 4ª tappa del progetto re-mapping sicily e 2° frutto della collaborazione triennale tra la compagnia e il Teatro Stabile di Catania. Debuttato in prima assoluta il 13 gennaio per TE.ST-Teatro Stabile di Catania negli spazi di Scenario Pubblico, Odisseo ha alle spalle due tappe, confluite nella creazione globale: pre-testo 1:naufragio con spettatore, presentato la scorsa estate a Uva Grapes Festival, e pre-testo 2. accoglienza, elaborato in autunno con la collaborazione dell’istituzione olandese ArtEZ Dansacademie di Arnhem.

Proprio dalla Sicilia, isola posta al centro del Mediterraneo, per secoli porto che ha ricevuto stranieri ma anche prima esportatrice di forza lavoro per le tratte transoceaniche, questo lavoro sull’“etica dell’accoglienza” – come afferma N. Calabrò – prende naturalmente avvio.

Dopo i reggiseni a simboleggiare il martirio di S. Agata in A. semu tutti devoti tutti?, per Odisseo la scena, contornata da velari argentei, acquista le sfumature del grande bacino d’acqua che vide le peregrinazioni dell’eroe omerico Odisseo, primo migrante ed esule che la storia abbia conosciuto.

Un giocare di golf intento a tirare con la mazza una pallina, un globo terrestre sospeso in alto all’inizio della performance e ostentato, in seguito, da un giunonico soprano - cantante brani del compositore e liutista inglese John Dowland - immagine della dea Gea, personificazione stessa della terra, sottolineano la sfericità del mondo e della stessa condizione umana.

Nella superficie sferica il punto/status più distante da quello di partenza finisce a coincidere con il punto d’origine. Così come la sfera, l’uomo, avendo bisogno dello sguardo altrui, in un infinito gioco di specchi, percorre lunghe distanze per infine conoscere meglio se stesso.
Socialmente il complesso processo di emigrazione/immigrazione mette in discussione sia l’accogliente/accolto sia il rifiutante/rifiutato, in un necessario incontro/scontro che ridefinisce l’identità del singolo e della collettività. Non è strano che tale riflessione scaturisca proprio da un coreografo siciliano, in quanto lo stesso concetto “sicilianità” risulta essere una sommatoria formata da n-fattori, ognuno diverso dall’altro, dove la perenne ricerca di una radice propria porta a inglobare in maniera onnivora i singoli tratti di un background ontologicamente barocco.
L’apparizione dello stesso Roberto Zappalà - meneur de jeu che su un ballatoio canticchia un motivo sull’ipocrisia - e l’intero ensemble che all’inizio , impeccabilmente vestivo come pronto a recarsi in una dance-hall, vomita sulla linea della ribalta, finendo poi per inneggiare cori ‘pseudo-razzisti’, tinge brechtianamente l’intero lavoro. Lo spettatore è direttamente chiamato in causa.
In questo nostos, tra luci ad alta intensità, tanto da smaterializzare i danzatori come persi in balia dei flutti, e musiche jazz per i raffinati corteggiamenti degli interpreti, un quadrato sospeso su cui sono adagiate varie croci - sorta di piccolo cimitero, segno ambivalente di morte o redenzione, attira gli sguardi dei danzatori e le loro stesse azioni.

Un duo di naufraghi in preda alla disperazione - raffinato richiamo a Le Radeau de la Méduse di Théodore Géricault - tra contorsioni addominali, ampio uso degli arti e atti di cannibalismo, inscena la doppia natura dei rapporti tra i compagni di difficoltà. Oscillante tra simbiosi e istinto del più forte alla prevaricazione, un corpo determina i movimenti dell’altro e viceversa.

L’aggressività gestuale dei due interpreti acquisisce una dimensione lirica che accende di classicismo questo ‘naufragio’. Lo stesso richiamo al classicismo si ritrova nelle pose di chiara derivazione dalla statuaria antica che i danzatori, indossanti maschere ‘neutre’ – spersonificati e forse per questo ancora più universali – realizzate dall’artista di origine ungherese Istvan Zimmermann, mentre la voce fuori campo di Franco Battiato elenca da Lucrezio e Plutarco i vari filosofi e intellettuali esiliati. Forse l’esule/il migrante potrebbe nascondere una ricchezza culturale in grado di fecondare la terra che lo accoglie, come fecero gli stessi filosofi greci?

Un danzatore tolta la maschera inizia a contemplarla e, in un crescendo isterico, espone il monologo di Shylock da Il Mercante di Venezia di Shakespeare: l’irrazionale razzismo, inspiegabile elemento di discordia xenofoba è sempre in agguato.

L’edonismo della dance-hall jazz, forse in ricordo degli States anni Trenta che accolsero i siciliani, si sfalda mostrando l’ensemble in uno stato di ‘ridefinizione’ dei rapporti interpersonali. Ecco allora realizzarsi completamente il naufragio. Accolti e respinti, formando assembramenti compatti, dove il gruppo sostiene il singolo o disperdendosi e isolandosi, i corpi degli interpreti, disperati e stanchi, affrontano questo l’iter autoconoscitivo. Non mancano citazioni sacre, come la ripetuta immagine dei performer come figura Christi,‘Cristo Crocifisso’, sull’ouverture da La Gazza Ladra di Rossini in questo lavoro terminante apostrofando il pubblico.o

Forse proprio il “Laboratorio Sicilia” per le sue precipue caratteristiche socio-culturali potrebbe fornire un possibile modello d’intervento per porre le basi del necessario melange tra immensa ricchezza culturale di coloro che scelgono l’Italia come loro residenza e la nostra sedimentazione storica.

 

Dettagli

In foto:

Odisseo (cor. R. Zappalà)
© Antonio Caia

Odisseo (cor. R. Zappalà)
© Antonio Caia

Odisseo (cor. R. Zappalà)
© Antonio Caia

Odisseo (cor. R. Zappalà)
© Antonio Caia


Odisseo Il naufragio dell’accoglienza

4ª tappa del progetto re-mapping sicily

coreografia, regia, luci, scene Roberto Zappalà
drammaturgia Nello Calabrò e
Roberto Zappalà

elaborazioni e decoupages musicali
Puccio Castrogiovanni

costumi Debora Privitera e Roberto Zappalà

realizzazione maschere Istvan Zimmermann

voce fuori campo Franco Battiato

soprano Maria Cappellani

danzatori Adriano Coletta,
Lorenza Di Calogero, Samantha Franchini,
Rumiko Otsuka, Roberto Provenzano,
Fernando Roldan Ferrer, Salvatore Romania,
Antoine Roux-Briffaud


coproduzione Compagnia Zappalà Danza/
Scenario Pubblico

in collaborazione con Teatro Stabile di
Catania, ArtEZ Arnhem (NL), AME
Associazione Musicale Etnea,
uva grapes Catania contemporary Network


dal 13 al 23 gennaio 2011
Scenario Pubblico, Catania
per Te.ST – Teatro Stabile di Catania

Mappa

Dove e quando

  • Fino al: - 23 Gennaio, 2011
  • Indirizzo: Scenario Pubblico, via Teatro Massimo 16, Catania
  • Sito web

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