Lo stile dello Zar. Arte e moda tra Italia e Russia dal XIV al XVIII secolo
di // pubblicato il 06 Agosto, 2009
La moda d’ogni tempo è un veicolo privilegiato per “leggere” e interpretare ogni periodo storico.
Tessuti, stoffe, decori possono darci la misura di molte contaminazioni culturali e non solo, avvenute tra culture tra loro distanti. Abiti tessuti e la moda in generale rientrarono spesso nei meccanismi scelti da ogni potenza per inverare il proprio dominio e prestigio.
La mostra che aprirà le porte il prossimo 19 settembre a Prato indagherà intrecci e scambi tra arte tessile, moda e pittura nelle relazioni tra mondo Occidentale, italiano e toscano, e quello russo.
Le eccelse manifatture toscane trovarono infatti terreno fertile e sicuri affari nelle terre del Vicino Oriente.
La sede espositiva scelta è la ex Cimatoria Campolini, complesso industriale entro le mura del centro pratense, sede del Museo del Tessuto, e “Lo stile dello Zar. Arte e moda tra Italia e Russia dal XIV al XVIII secolo” sarà il titolo di un evento che, attraverso 130 preziose opere, riunirà preziosi capolavori dei principali musei russi ed italiani. Davvero cospicuo il numero di istituzioni coinvolte, basti citare la Fondazione Museo del Tessuto di Prato, il Museo Statale Ermitage, la Fondazione Ermitage Italia, il Polo Museale Fiorentino e l’Opificio delle Pietre Dure, il Museo del Cremlino e il Museo Statale Russo, per capire la rilevanza dell’operazione.
Obiettivo della mostra non sarà solamente indagare la storia del gusto, ma riscoprire l’importanza della storia degli scambi e delle iterazioni tra mondi lontani ma legati da commerci e relazioni diplomatiche. I rapporti tra le arti “maggiori” e il tessile si potranno ritrovare in dipinti notevoli, utili termini di paragone per il discorso apprestato.

La metà del Trecento vide la crescente fama delle manifatture tessili italiane e l’affermarsi di queste nel circuito internazionale. Lucca, Firenze e Venezia forgiarono splendidi ricami arazzi e merletti che le maggiori corti d’Europa, tra le quali la corte russa, si contesero dimostrando di ritenere questi manufatti segni distintivi di ricchezza, status sociale e potere.
Un iniziale dialogo tra pittura e manufatti tessili introdurrà il visitatore all’interno della mostra. Non di rado infatti i maggiori artisti si occuparono di arti oggi da noi definite minori e questo era ancora più vero quando, ancora nel pieno dell’epoca medievale, anche il grande capo bottega vantava comunque ancora un’importante impronta artigianale.
La via della Seta, nota già da tempo e rivalutata grazie alla pax mongolica, divenne fertile terreno di incontro tra la tradizione italiana e quella del Vicino Oriente e lo si ravvisa facilmente nei tessuti italiani di quel periodo che reinterpretarono segni e simboli di culture lontane infondendovi, contemporaneamente, valori occidentali. Fenici, grifoni e draghi iniziarono così a comparire all’interno del patrimonio simbolico occidentale.
Arrivarono poi le brezze innovative del primo Rinascimento italiano che avvolgendo completamente l’arte, non poteva dimenticare nemmeno la manifattura serica.
Impianti compositivi più grafici e solenni, tipici di un humus culturale razionalizzato, non abbandonarono comunque completamente la ricchezza di elementi decorativi che ne erano stati precedentemente la caratteristica. La grande qualità oltre alla splendida bellezza saranno i punti d’eccellenza tanto da permettere letture quasi tridimensionali del decoro.
Ed è in questo panorama mutato e mutevole che emerse la realtà fiorentina la quale si giovò dell’apporto di maestri lucchesi giunti in città già dalla seconda metà del Trecento.
Contemporaneamente Venezia continuò ad incrementare la propria capacità in materia, contendendo a Firenze il primato della produzione dei velluti arricchiti da broccature e oro filato.
Furono infatti proprio i grandi tessuti di velluto ricamato in oro o argento a diventare, nel XV secolo, beni di prestigio destinati all’abbigliamento delle potenze, laddove per potenze non possono che intendersi le grandi corti e la chiesa.
Questi pregiati manufatti giunsero all’attenzione della corte di Russia attraverso le città di Caffa e Tana, avamposti commerciali presidiati da Genova e Venezia già dal XIII secolo.
Inediti reperti dei musei russi si metteranno a confronto con opere pittoriche coeve per mostrare la continuità di tale discorso culturale.

Nel Quattrocento maturo il rapporto tra arte tessile e grande arte pittorica si cementerà grazie all’apporto di grandi artisti coinvolti nella progettazione di decori e tessuti dove soggetti figurati saranno destinati ad ornare l’apparato e l’abbigliamento liturgico.
Un esempio celebre sarà il Paliotto donato da Sisto IV della Rovere eseguito su disegni di bottega di Antonio Pollaiolo e donato in occasione del 250° anniversario della morte di San Francesco nel 1476.
Nel Cinquecento s’incrementò ulteriormente la richiesta estera, e il Vicino Oriente fu senza dubbio uno dei mercati più fiorenti.
Mutarono ancora gli stilemi e impostazioni serrate fatte di griglie e maglie accolsero al centro elementi decorativi e scene sacre.
La Chiesa continuò anche in questo secolo a ritenere quello tessile un media privilegiato per affermare il proprio potere e prestigio e sovente commissionò sfarzosi apparati liturgici per abiti e funzioni mentre, contemporaneamente, damaschi e broccatelli, meno costosi di velluti e lampassi, pur mantenendo alta la qualità poterono soddisfare la sempre crescente richiesta di tessuti anche per chi non potesse permettersi l’eccellenza spettante a chiesa e corte.

Ma il rapporto tra manifatture italiane e mondo russo non fu unilaterale. Se gli scambi furono tali fu proprio perché di effettivi scambi si poté parlare. Pellicce di zibellino, ermellino, volpe, lupo e sete operate, peculiari della tradizione russa, trovarono spessissimo ritorno nell’abbigliamento della classe mercantile italiana.
Non va poi dimenticato che grazie all’espansione e al consolidamento della Moscovia, avvenuta per opera del Gran Principe Ivan III che nel 1472 sposò Zoe Paleologa, la nipote dell’ultimo imperatore di Costantinopoli, la corte russa cominciò ad accrescere la propria immagine pervadendola di nuova autorità. Il protocollo ufficiale che si creò divenne celebre tanto da colpire mercanti e diplomatici europei che non mancarono di registrarne con minuzia i particolari, durante tutto il Cinquecento, nei loro rendiconti di viaggio.

È facile immaginarsi che da tale unione non dovettero mancare nemmeno le contaminazioni nelle fogge di abiti e tessuti, che approdarono presto anche nella vecchia Europa e in Italia tramite i preziosi doni con i quali la corte russa omaggiava le ambascerie italiane in visita.
Le fogge alla turca divennero vezzo del tempo e tutte le dame non mancarono di farsi ritratti con abiti “alla turca” come dimostrano in mostra splendide opere di Tiziano quali il Ritratto di giovane donna o la Venere allo specchio con due amorini.

In un clima di florido scambio tutte le ambasciate europee commissionarono alle ormai celeberrime manifatture italiane preziosi velluti, damaschi e sete da inviare come doni diplomatici alla corte degli zar.
Cospicui inoltre furono i paramenti liturgici commissionati per le stesse chiese ortodosse, caratteristici per l’essere confezionati con tessuti italiani, pur essere prossimi ad opere di oreficeria per la profusione che in questi si fece di filato metallico in oro e argento, perle di fiume e pietre preziose.

Nel Seicento numerose ambascerie russe fecero a loro volta tappa nel Granducato mediceo, sempre accolte da festeggiamenti predisposti per l’occasione.
La moda europea del tempo, prontamente aggiornata sui cambiamenti di stile e di gusto, assimilò facilmente suggestioni straniere, prevedendo infatti un impiego su larga scala degli “zibellini da mano” rivestiti con lamine d’oro e tempestate di pietre preziose per le signore, mentre le sopravvesti degli uomini furono foderate di pelle di lupo e lince conferendo a chi le indossasse indubbia autorevolezza.
Lo testimoniano i dipinti degli Uffizi di bottega l’uno del Tintoretto l’altro di Paris Bordon raffiguranti Lorenzo Soranzo il primo, e un Ritratto d’uomo con pelliccia l’altro.

Non si potrà fare lo stesso discorso per la corte russa la quale, mantenendo inalterate le proprie fogge dell’abbigliamento, assicurò un’immagine imperitura della grandezza del sovrano, intaccabile rispetto a ogni possibile tentazione occidentale.
Se quindi alla corte dello Zar tessuti riccamente decorati con ori e materiali preziosi servirono per rimarcare la sacralità del suo potere, in Italia questi vennero destinati al decoro architettonico e domestico.
La situazione cambiò quando, sul finire del secolo, l’imperatore Pietro I, grande cultore dell’arte italiana, approntò importanti trasformazioni politiche e culturali nel suo paese. La sua corte riformata sul modello europeo, si riempiì di artisti e architetti. Egli, colto e raffinato committente, mantenne l’antico legame con il Granducato fiorentino continuando scambi di donativi e manufatti.

Abiti e dipinti in mostra dimostrano la trasformazione della corte russa, riscontrando finalmente un particolare contatto con le opere italiane coeve e segnando il definitivo passaggio della Russia allo stile europeo e, in particolare, a quello francese preso a modello grazie alla capacità propositiva e innovativa che questa seppe esprimere nell’arte, nell’abbigliamento e nella produzione tessile.
Quando si può concordemente dire “l’abito fa il monaco!”.