“Live” from Pecci. Attrazione fatale tra musica rock e arte contemporanea (1/2)
di // pubblicato il 29 Maggio, 2011
Fin dagli albori della civiltà classica, musica e arte sono state associate, entrambe ascrivibili al rango delle arti liberali. E' possibile un tale raffronto anche per quanto riguarda il presente? Rispondendo affermativamente al quesito, Live. L'arte incontra il rock si propone si rendere manifeste, talvolta in modo provocatorio, le affinità tra i due settori, illustrando come forse mai quanto nella contemporaneità si siano avvicinati in modo tangente, fino a sconfinare l'uno nell'altro. Una “sfida”, come la chiamano i curatori Marco Bazzini e Luca Beatrice, che tende a chiarire le “relazioni pericolose”, “l'attrazione fatale” tra i due ambiti.
“Ut pictura poesis”, diceva Orazio; “Rock as contemporary art”, diremmo noi oggi.

Live racconta la contemporaneità attraverso uno sguardo sonoro; occhi e orecchie sono coinvolti alla pari nel segno della trasgressione, contro la società benpensante; un percorso verso la mobilità delle forme, che fa dell'happening e della performance una filosofia di vita, in un approccio sinestetico che vede da un lato i grandi concerti e dall'altro le grandi mostre degli ultimi quarant'anni. E lo racconta con materiali eterogenei, quali fotografie, installazioni, sculture, riviste, dipinti, videoclip, lp, magliette provocatorie e chitarre appartenute a musicisti storici.
Una mostra adatta per tutte le età. Chi ha vissuto sulla propria pelle questi eventi rock può rievocare orgogliosamente un passato che si fa presente, riscoprendoli anche attraverso la prospettiva delle arti visive. Per le nuove generazioni è invece l'occasione per accostarsi alla musica che ha fatto la storia, per comprendere il clima di cui sono il frutto. Tutti i presupposti per una fruizione ampia, dunque, ed è per questo che il Museo Pecci ha modificato i propri orari: dal 21 al 7 agosto aperture straordinarie dalle 16 alle 23 (chiuso il martedì), con visite guidate il mercoledì sera alle 21. Tutto è rigorosamente gratuito.
Ma procediamo per gradi e chiariamo cosa si intende per “contemporaneità”. Se dal punto di vista accademico, chiarisce Bazzini, con questo termine si intende il periodo che si fa partire simbolicamente dal Congresso di Vienna (1814) , Live verte su un periodo più vicino a noi, nel tempo, come nella filosofia di pensiero.
Welcome to the show, annuncia apocalitticamente l'intera parete di accesso alla mostra.

La mostra si apre con il 1969, una data che ha lasciato il segno nella storia. Lo sbarco sulla luna, l'intensificazione della guerra in Vietnam, gli assassini del senatore Kennedy e del leader nero Marthin Luther King. In musica, l'ultimo concerto dei Beatles, sul tetto della Apple, la loro casa discografica, non annunciato, ma improvvisato, spontaneo. E' l'anno dell'evento per eccellenza, non circoscritto alla sfera musicale, ma che ha cambiato per sempre chi, più o meno direttamente, l'ha vissuto: Woodstock. Dal 15 al 17 Agosto, migliaia di persone si abbandonano all'estasi del rock, nel nome del “Flower Power”, del “Peace & Love”; un inno all'amore, alla libertà, alla trasgressione, all'anarchia pacifista. Ma anche una sorta di carnevale, di danza orgiastica, dionisiaca, di nietschana memoria, in cui la rockstar diventa un Superuomo, e nella sua esibizione ha piena libertà. Un'utopia.

Dice Santana: «Qualcuno dice che Woodstock non sia servito a niente. Io credo invece che abbia continuato a vivere anche dopo, quando è caduto il Muro di Berlino, quando hanno liberato Mandela, quando abbiamo celebrato l'ingresso nel 2000».
Woodstock ha lasciato un segno non tanto per la qualità delle esecuzioni dei brani, quanto per il suo valore sociale e simbolico; ad essere coinvolti non erano soltanto le star sul palco, ma tutti coloro che vi parteciparono. Tutti si sentono protagonisti, tutti sperimentano il Concerto sulla propria pelle.
“Woodstock fu vissuto direttamente sul corpo: brividi di musica, pioggia e fango”, afferma Marco Bazzini. Niente di più vicino alla Body Art, all'Happening, che punta sul linguaggio del corpo, in una dimensione performativa, contro il perbenismo e l'accademicità delle Belle Arti. Non è un caso, infatti, che nello stesso anno si svolga, a Berna When Attitude Become Form, una mostra curata da Harald Szeemann, ma autogestita dagli artisti che vi parteciparono (tra gli altri, Beuys, Kounellis, Boetti, Anselmo, Pascali, Merz e Zorio). Perchè, per dirla alla Mcluhan, il medium è il messaggio.

Sul fronte artistico, gli anni Settanta si aprono con un'opera emblematica per la Land Art, tra il 1969 e il 1970 Robert Smithson lavora alla Spiral Jetty, fotografata da Gianfranco Gorgoni, un accumulo di blocchi di basalto e fango disposti a spirale per oltre 400 metri in un grande lago salato dello Utah. Un monumentale earthwork a metà tra scultura e pittura di paesaggio, in cui la mano dell'uomo agisce direttamente sugli spazi desolati di una natura sublime, lontani dal contesto urbano. Ed ecco che, dall'altra parte del mondo, nel 1971 i Pink Floyd si isolano tra le rovine dell'anfiteatro pompeiano: Live at Pompeii, un film-concerto a porte chiuse, che l'anno seguente uscirà nelle sale, e che manifesta la voglia di isolarsi nella natura per tornare alle origini, dando libero sfogo alla propria creatività, avvolti nel suggestivo scenario sulle pendici del Vesuvio.

Una musica che rinuncia alla protezione del palco, che si verifica negli spazi aperti, fondendosi con essi, così come, negli stessi anni, l'arte esce dai musei e dalle gallerie. E' del 1973 Contemporanea, a cura di Achille Bonito Oliva, allestita nel parcheggio di Villa Borghese, a Roma; una mostra dal titolo tanto semplice quanto emblematico, in quanto attesta la consapevolezza che la storia è fatta dalle azioni di chi la vive, e che riflette sugli eventi in corso.
Nello stesso anno David Bowie si esibisce all'Odeon di Londra presentandosi nei panni di Ziggy Sturdust, un “cantante rock di plastica”, come lo definiva lui stesso, un alter ego vestito di lustrini e paillettes, truccatissimo, dal forte impatto mediatico, icona di trasformismo e ambivalenza; personaggio e attore erano due identità indistinguibili, fino al momento in cui Ziggy annunciò il suo ritiro... Per tornare nelle vesti di David. Vivere la propria vita come un'opera d'arte, questo il messaggio del dandy. Il cantante praticava le arti visive anche in prima persona, vendendo sul suo sito (www.bowieart.com ) serigrafie e sculture di sua mano, e ricercando una collaborazione, mai avvenuta, con Damien Hirst.
Sperimentazioni sulla propria identità all'insegna del narcisismo e che puntano sul fare della propria vita un'opera d'arte furono condotte negli stessi anni dai Body artisti Luigi Ontani e Urs Lüthi, che con Ziggy-Bowie condivideva anche l'ambiguità sessuale.

Siamo alla fine anni Settanta quando sulla scena inglese si impongono i Sex Pistols, «un gruppo che non sa suonare ma lo fa bene», come sostiene Luca Beatrice. Suoni sporchi, testi anarchici, abbigliamento trasandato e condotta di vita dissipata, con continui coinvolgimenti in scandali di droga, alcol e oscenità in luoghi pubblici. Un'immagine che si fonde perfettamente con la Bad Painting, dal titolo della mostra tenutasi a New York nel 1978, in cui erano presentati lavori che rifiutavano le regole classiche e adottavano una tecnica dilettantesca, trascurata, perfino sgradevole; l'attenzione era rivolta alla relatività dei concetti di bene o male, attraverso le categorie estetiche del bello o brutto. La stesso gusto del “mal fatto” caratterizzava la grafica di copertine, inviti, manifesti e locandine del gruppo Punk guidato da Sid Vicious, frutto del “taglia e incolla” di Jamie Red, che recuperava alcuni esiti delle avanguardie storiche, come il collage, piegandolo ad esigenze dissacranti.
(continua)