L’istinto primordiale - Antonio Ligabue e la lotta per la vita
di // pubblicato il 07 Novembre, 2010
Ruggito.
E’ questo il titolo che il curatore della mostra dedicata ad Antonio Ligabue ha dato a questo percorso, fatto di pitture e sculture, per chiarire subito di cosa si tratta.
Augusto Agosta Tota, ambasciatore di Ligabue, come lui stesso si definisce, Presidente del Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue di Parma, ma soprattutto amico personale dell’artista, e quindi memoria viva del mondo particolare quale era l’universo di questa singolare personalità, ha fatto conoscere l’artista in tutto il mondo ed ora approda a Firenze.

La mostra, ospitata nelle sale della Galleria d’arte moderna di Firenze, apre le porte degli ambienti neoclassici di Palazzo Pitti ad un’arte insolita per questi luoghi, ma carica di energia e vitalità, che arriva all’osservatore con una immediatezza a volte sconvolgente, fra colori intensi, espressioni urlate, occhi allucinati.
Sono proprio questi istinti primordiali degli animali, in particolare belve, colte in momenti di lotta per la vita, che fanno da filo conduttore dell’esposizione, intervallati da autoritratti di Ligabue che nascono dallo stesso istinto.
L’accostamento scopre uno degli aspetti più intimi dell’arte di Ligabue, ovvero il sentirsi lui stesso un animale che ha lottato per la sua faticosa vita, contro le asprezze che lo hanno segnato sin dalla sua infanzia.
Lo stesso istinto animale che prorompe dalle sue opere dedicate agli animali lo ritroviamo nell’indagine che fa del suo volto, scavato, indagato quasi con sospetto da se stesso, con crudezza a volte, con camuffamenti palesi in altre.
Dal 1940 comincia un diario pittorico, composto di autoritratti che denotano una intensità di vita fatta di passioni ed emozioni, le stesse dei suoi animali feroci.
In tutte le sue opere sembra che voglia provare a fermare un momento,in sospensione prima dell’evento ineluttabile, prima del punto di non ritorno, quasi come se ancora tutto, per un solo attimo, possa essere possibile.
Lo si vede bene nel dipinto Vedova Nera, dove un ruggente leopardo sta per avventarsi su una scimmia, ma viene punto dal terribile e mortale ragno caduto su di lui; quello che doveva accadere non è più, il destino prende altre strade, in un paesaggio notturno incantato, che rappresenterà variamente, fra scheletri ed insetti di un sottobosco africano brulicante di vita.

Vengono esposte, in un fresco e arioso allestimento dai toni caldi, 77 opere, di cui 53 dipinti, 16 sculture in bronzo e terracotta, e 8 disegni, che provengono dal Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue di Parma: opere dal grande potenziale comunicativo, grazie ad una forza espressiva intensa ed una energia cromatica unica.
Il ruggito si coglie come un vero grido potente e disperato, dalla prima all’ultima opera, catapultandoci in un mondo che freme di una vita fatta di istinti e pulsioni assolutamente vere.

Quando Ligabue dipingeva animali, si immedesimava talmente tanto in loro che cominciava ad imitarli, assumendo i loro atteggiamenti.
Così ci racconta Marino Mazzacurati, scultore, che lo cominciò a frequentare dal 1927-28 a Gualtieri (RE), la cittadina dove Ligabue viene portato a vivere dal 1919 perché espulso dalla Svizzera, dove era nato: “ Ruggiva spaventosamente, e imitava il leone, la tigre, il leopardo nell’atto di azzannare la preda. Sorprendente era la sua conoscenza della struttura anatomica degli animali, dei loro istinti, della loro forza.”
La conoscenza degli animali feroci non era certo diretta; i suoi modelli venivano dalle pellicole cinematografiche, ma anche dalle riviste e dai libri che era solito consultare alla biblioteca Maldotti di Guastalla.
La sua simpatia per questi soggetti è però sempre sostenuta da composizioni rigorose, organizzate in modo euritmico, dove i colori accesi sono accordati in modo armonico e comunicativo.
Come scrive il critico d’arte Marzio Dall’Acqua nel suo saggio del catalogo della mostra, Ligabue “aveva occhio d’artista e sapeva cogliere in quel che vedeva ciò che era utile per la sua pittura e che, pur conservando asprezze e scabrosità, sgrammaticature, gli permettesse di esprimersi pienamente al di fuori e al di là di ogni elemento biografico e di autobiografia”.

Eppure, l’immagine di Antonio Ligabue che viene alla mente alla maggior parte delle persone, è quella dell’emarginato e pazzo pittore della Bassa Padana, isolato dalla società civile, figura mitica del riscatto dalla malattia mentale attraverso l’arte.
Le sue turbe psichiche sono state reali, le sue sofferenze chiare, come ci raccontano i suoi autoritratti che parlano di disagio e di angoscia.
Lo sceneggiato RAI del 1977 di Salvatore Nocita, scritto da Cesare Zavattini e Arnaldo Bagnasco, con Flavio Bucci come protagonista, lo ha fatto conoscere ad un vasto pubblico proprio focalizzando maggiormente questo aspetto; ma la sua arte, la sua progressiva forza artistica disegnativa, che dai primi quadri senza profondità lo portò a trovare una tecnica personale efficacissima e di alto contenuto emozionale, sono cose che possono essere comprese meglio solo oggi; Ligabue non è più il simbolo della legge Basaglia e della battaglia civile per la chiusura dei manicomi, che si stava facendo negli anni Settanta, ma va considerato, come scrive Vittorio Sgarbi nel catalogo, “un artista in cui l’istinto gioca certamente un ruolo di notevole rilievo, ma che non è certo privo di quella che viene chiamata la ragione dell’arte, cosciente di avere una base di formazione, per quanto empirica e non colta, e di poter perfezionare la propria sensibilità espressiva avvertendo nuove sollecitazioni, così come avviene durante la sua vita artistica. I questo senso Ligabue va considerato un autonomo continuatore del filone espressionista italiano…”
Il film documentario che Salvatore Nocita ha poi realizzato su di lui nel 2009 intitolato Antonio Ligabue: fiction e realtà, vuole proprio testimoniare questo cambio di prospettiva con la quale leggere la sua arte, non conseguenza fatale dei suoi problemi psichici, ma espressione ragionata dei suoi istinti e dei suoi impulsi interiori, in un dialogo costante con la natura e la società in cui è vissuto.
La mostra di Firenze è quindi un’occasione per ritrovare e conoscere i nuovi aspetti che una critica più matura è riuscita a mettere in luce nell’arte di Antonio Ligabue.
Ed un’opportunità di guardare dove di solito non andiamo: dentro di noi.