L’incontro di Massimo Castri con Molière: Il Misantropo con Popolizio
di // pubblicato il 19 Marzo, 2011
La grande drammaturgia è sempre un utile banco di prova per testare capacità di registi e attori. L’appuntamento con i classici prima o poi segna la strada di ogni metteur en scène, costituendone, per alcuni versi, un importante tappa all’interno del proprio iter creativo.
Il primo incontro di Massimo Castri (1943), una delle firme più autorevoli della regia italiana, con Molière è stato segnato dalla messa in scena de Il Misantropo, debuttato a Bologna all’Arena del Sole lo scorso 15 marzo con Massimo Popolizio quale protagonista.

L’allestimento della Comédie de Caractère, prodotta dal Teatro di Roma, segna anche il primo incontro di Popolizio con Monsieur Jean-Baptiste Poquelin.
Nel ruolo di Alceste, Popolizio si è distinto per aver portato alle estreme conseguenze i comportamenti misantropici immaginati da Molière, riuscendo però a colorarli di grande umanità.
In quello che vuole essere una critica al sistema clientelare e ipocrita della Francia di Louis XIV in un atto di estrema coerenza, Alceste il Misantropo deciderà alla fine, dopo aver constatato irrimediabilmente l’incoerenza della donna amata, di ritirarsi fuori città; isolandosi così da un mondo che sente irrimediabilmente contaminato e malato.
I panni di Célimène, unica creatura per la quale Alceste riesce a provare amore e donna civettuola che incarna appieno i compromessi sociali e le adulazioni tipiche della società dell’epoca, sono calzati dalla scattante e mordace Federica Castellini, sola capace di tener testa al duro carattere di Alceste.
Contraltare di Célimène è Arsinoè, qui interpretata da Laura Pasetti, bigotta e osservante una morale così proba tanto di risultare falsa e grottesca.

Firmata da Maurizio Balò, la scenografia, bicroma in bianco e nero ed essenziale, si basa interamente sulla moltiplicazione del medesimo elemento. Una miriade di specchiere secentesche con candelabri appaiono alle pareti a ricordare sagacemente l’infinito gioco di sguardi al quale siamo sottoposti durante la nostra vita, oltre che alle molteplici interpretazioni alle quali la realtà vi si presta.
I costumi, anch’essi in bianco e nero, ideati sempre da Balò, richiamano l’epoca di Molière e del barocco francese, facendo ampio uso di parrucche sia per borghesi sia aristocratici. Il carattere dell’aristocrazia è accentuato attraverso l’uso di un trucco pesante, realizzato da Luca Oblach, e di maniere frivole e pungenti. Ne è esempio sublime il personaggio di Oronte, interpretato da Sergio Leone. Altro tocco brioso è dato dalle lingue aguzze dei marchesi Acaste (Tommaso Cardarelli) e Clitandro (Andrea Gambuzza).
Interessante l’interpretazione di Filinte (Graziano Piazza), amico e consigliere di Alceste, il quale cerca, senza riuscirvi, di moderare le posizioni dure del Misantropo, poiché comprende e si adegua ai compromessi del sereno vivere civile. Personaggio quello di Filinte che assieme a Eliante (Ilaria Genetiempo), rappresentano i caratteri ‘medi’ del dramma. Non affetti dalla misantropia come atto di estrema coerenza verso la verità ne tanto meno adulatori come gli aristocratici.

Il castigatore dei costumi dei suoi tempi, Molière, grande autore della commedia basata sulla presenza di un grande personaggio centrale, la Comèdie de Caractère appunto, continua a riscuotere grazie ai frizzanti e mordaci dialoghi, uniti al grande messaggio umano, l’interesse degli spettatori.