L’illusionista
di // pubblicato il 05 Novembre, 2010
La sequenza iniziale sui titoli di testa del nuovo film di Sylvain Chomet, in bianco e nero con il meccanismo di un sipario teatrale che s’inceppa, rappresenta già di per sé una dichiarazione d’intenti e racchiude per intero lo spirito del film. L’illusionista è una pellicola che riporta a un tempo perduto in cui tutto era meccanico e analogico, i lunghi viaggi in treno definivano un diverso rapporto tra spazio e tempo prima del suo annullamento con la diffusione dei voli aerei. La vita aveva un ritmo più lento, immune dalla fretta convulsa della nostra contemporaneità digitale.
L’anziano illusionista Monsieur Tatischeff appartiene a quel mondo che sta velocemente scomparendo sotto i suoi occhi, in cui l’arte del prestigiatore sapeva attrarre un vasto pubblico ancora in grado di credere alla magia. Adesso si esibisce davanti a platee semivuote e persino lo spettacolo più partecipato dal pubblico, quello messo in scena dentro il pub di uno sperduto villaggio scozzese, è subito seguito dall’arrivo di un rumoroso juke box, simbolo di una modernità che incombe.
L’inarrestabile passare del tempo e la malinconia che ne deriva sono il cuore struggente di questa storia che mostra altre figure di un tempo che fu, come il ventriloquo che impegna il suo pupazzo finendo per sentirne la mancanza come di un compagno di viaggio vero. Tratto da una sceneggiatura inedita e originale che Jacques Tatì scrisse alla fine degli anni '50, L'illusionista è il malinconico ritratto di un uomo sul viale del tramonto che non è più in sintonia con il mondo che lo circonda.
Ispirata al rapporto reale tra il grande regista francese e una sua figlia illegittima, la pellicola racconta l’incontro di due percorsi esistenziali diversi, quello della giovane Alice, ragazzina affascinata da quelle che crede vere magie e l’anziano prestigiatore che non a caso ha il vero cognome di Jacques Tatì, Tatischeff, a sottolineare la radice autobiografica della storia.
Divertentissima la parodia dello scatenato gruppo rock che ruba la scena al protagonista, un incrocio caricaturale tra Elvis Presley e i Beatles idolatrato da una folla di ragazzette urlanti con gli ormoni in subbuglio. La sequenza che vede i componenti del gruppo saltellare fuori dal camerino pone una riflessione sull’apparenza, che spesso è falsità e nasconde dietro l’immagine patinata un profondo vuoto di contenuti, tema attualissimo nella contemporanea società catodica.
Il vecchio signore con il suo portamento e la sua austera educazione è l’immagine reale di se stesso nella vita come sul palcoscenico, i giovanotti del gruppo rock mostrano grinta e aggressività in scena ma son tutte mossette effemminate nei camerini e dietro le quinte, a rivelare una discrepanza tra immagine discografica del divo da vendere sul mercato e vera essenza della persona sotto il trucco.
Con L’illusionista il regista Sylvain Chomet, già autore del bellissimo Appuntamento a Belleville che nel 2003 si è conquistato anche due candidature all’Oscar, realizza un film poetico che rappresenta un’esaltazione della lentezza in contrapposizione ai ritmi convulsi in cui viviamo.
Per rispettare anche lo stile del Cinema di Jacques Tatì al montaggio del film è stato dato un andamento pacato che consente di ammirare le inquadrature, bellissime e piene di dettagli come fossero quadri, e la raffinatezza di un’animazione fatta a mano, tristemente a rischio d’estinzione. Per costituire lo staff che avrebbe realizzato il film regista e produttori hanno girato per tutta Europa, battendo paese per paese, alla ricerca di artisti e animatori che in tempi di strapotere dell’animazione digitale in 3D spesso erano stati costretti a reinventarsi in altre professioni abbandonando l’arte del disegno animato.

Praticamente senza dialoghi L’illusionista è un film che incarna perfettamente quell’idea di racconto per immagini puro di cui Alfred Hitchcock era un convinto sostenitore, affermava che l’invenzione del sonoro ha ucciso il Cinema.
Il risultato è un opera da gustare con gli occhi e sentire col cuore, capace di trasmettere l’atmosfera dei luoghi in cui si svolge la storia con una tale carica di poesia che possiamo percepire il vento e l’umidità dell’aria nella traversata in barca verso il villaggio scozzese, la nebbia sui paesaggi che scorrono fuori dai finestrini del treno, il sole che va e viene coperto dalle nuvole sui prati della collina che domina il mare o la tranquillità del buio profondo nella notte.
Il paesaggio ha un ruolo determinante nella narrazione al punto che persino la capitale scozzese di Edimburgo dove si svolge la maggior parte della storia è un vero e proprio personaggio del film, la qualità artistica di ogni inquadratura è di un tale livello che potremmo definire L’illusionista una vera e propria pinacoteca in movimento.

Un film che ha a che fare con parole poco frequentate dalla nostra attualità come cultura, poesia e malinconia, che grazie all’impegno di Nanni Moretti e alla sua Sacher Film che lo distribuisce può essere oggi apprezzato anche in Italia. Non è cosa da poco, in un panorama dove persiste una disattenzione pressoché totale per l’animazione tradizionale fuori dalle grandi produzioni americane che si auto distribuiscono, perché la qualità non è più sufficiente nel nostro paese ad assicurare visibilità a un’opera d’arte. Conferma di ciò è la mancata distribuzione in Italia di Mia et le Migou di Jacques-Rémy Girerd a oltre un anno dalla sua realizzazione e nonostante abbia conquistato il Felix 2009, l’Oscar europeo, per il miglior lungometraggio animato.