Let’s Come Out of the Coffins. Flowers e non opere di bene in Pop Star di Babilonia Teatri
di // pubblicato il 17 Aprile, 2010
Babilonia Teatri, gruppo originario del nord est, nasce nel 2005 da un progetto sulla guerra in Iraq dal titolo Cabaret Babilonia che diede il nome alla formazione. Diretta da Valeria Raimondi e Enrico Castellani, cui collabora stabilmente dal 2007 Ilaria Dalle Donne, vince il Premio scenario nel 2007 grazie a Made in Italy. Con Pop Star, lavoro del 2009, presente in cartellone all’Arena del Sole, il gruppo si richiama al proprio “manifesto”. Esso afferma in maniera decisa e drastica il loro attaccamento alla cultura contemporanea e a forme aspre, dure e poco edulcorate di espressione che, scuotendo l’audience, analizzano, come si riscontra in altri loro lavori, temi quali il precariato, l’italianità, la gioventù, la cultura porn. Infatti, come lo stesso manifesto recita, “Babilonia Teatri è per un teatro pop, per un teatro rock, per un teatro punk”.

In Pop Star tre bare, poste in posizione eretta, sono scoperchiate dal tecnico della compagnia. Esse, foderate lussuosamente d’oro, contengono tre giovani, due donne ed un uomo. Prima immagine dello spettacolo: tre giovani all’interno di altrettante bare, accompagnati da musiche vintage italiane. Le donne indossano abiti leggeri da sera, ostentando calze colorate e tessuti leopardati, mentre l’uomo sfodera una T-shirt dell’Irish Pub di Verona. Definiti attraverso cartelli, prima numerici (1, 2, 3) e poi alfabetici (A, B, C), posti dal tecnico sopra le bare, i performer si lanciano in narrazioni di storie letteralmente al limite. Essi non sono personaggi veri e propri, né tanto meno ci troviamo in presenza di una storia ordinata e lineare. I tre, attraverso ritmi e intensità vocali differenti, che vanno da richiami rapping a lente e pacate modulazioni che fanno pensare allo stordimento da stupefacenti, presentano situazioni e paesaggi popolati da stupratori, serate in discoteca, maniaci, rapporti sessuali promiscui, dipendenze da Ambrosoli, Satana, l’essere sfigato, l’atarassia, il nichilismo giovanile.
Una mitraglia di schegge impazzite, con un sapiente uso musicale dei venetismi - ormai cifra stilistica della compagnia - che colpiscono lo spettatore, evidenzia un interessante lavoro drammaturgico su una retorica, nel senso latino e positivo del termine: fonemi concreti che materializzano le situazioni descritte. Qui, però, rispetto ai precedenti lavori, preponderante risulta l’unisono vocale, è le differenze d’intensità fonica, sposate da ogni performer, a plasmare l’intero spettacolo.
Tristi storie vengono presentate in maniera ludica e scanzonata. Ad esempio, quando i tre rompono il loro funereo immobilismo scatenandosi in danze su musiche disco all’interno delle bare; richiami, forse, a notti brave passate in quei luoghi, immagini da lap/coffin dance. Ma siamo in presenza di essere vivi o già morti? Per essere precisi, vite ad un passo dal baratro, che, pur essendo ancora in vita, stanno per incontrare Caronte.

E proprio nel momento di massima costernazione per le loro storie e di empasse drammatica, essi affermano il loro attaccamento a quella vita. Un urlo volitivo che scuote l’intero corpo induce le due donne a lanciarsi nella celebrazione della nuova pop star consacrata dal maggior media nazionale. Il Festival di San Remo 1993, è questo l’ultimo ricordo che riaffiora nella loro mente prima della fine. Si ode la voce di Pippo Baudo e Lorella Cuccarini che elevano la nuova vincitrice, Laura Pausini. E sulle note della canzone sua vincente, La Solitudine, le due performer si scatenano in un orgiastico amplesso floreale, rotolandosi nella montagna di variegati e variopinti fiori di plastica, fatti cadere poco prima. Accattivante riferimento al limite tra omaggio funerario e istinto primaverile lucreziano alla vita.
Forse, l’estrema solitudine, provata da queste entità, li ha indotte a cercare sempre situazioni al limite e ad agire in maniera sfrenata? L’“inquietudine di vivere”, citando il lyric della Pausini, compagna dell’intera esistenza, proprio nell’ultimo attimo, cede il passo all’élan vital: affermazione decisa dell’attaccamento alla vita. E così si conclude questo lavoro dei Babilonia Teatri, gruppo di giovane formazione, ma che ha già trovato molte delle proprie cifre stilistiche.