L’Età dell’Oro di Firenze: a Palazzo Strozzi arte e economia a confronto
di // pubblicato il 08 Agosto, 2011
"Conoscere è il primo passo per salvaguardare il nostro patrimonio".
Giornali, Tg, radio, web. Tante voci dissonanti dividono il nostro Paese, ma su una cosa tutti sono d'accordo: in questi giorni difficili le parole chiave sono "banca" e "crisi finanziaria".
Si è soliti tenere separato l'ambito economico da quello artistico, nell'immaginario comune considerati appartenenti a sfere distinte: il primo proprio di un mondo terreno, fatto di interessi e di opportunismo; il secondo ascrivibile ad un universo parallelo, sacro, circondato da un'aura quasi divina.
Ma oggi confrontarsi con la crisi diventa un dovere anche per l'arte. Ed ecco per la prima volta una mostra dedicata al rapporto tra l'arte e l'economia, in particolare alla nascita del sistema bancario moderno, tema più che mai attuale nel panorama internazionale.
Come sostiene nella citazione iniziale l'illustre connoisseur Federico Zeri, in relazione ai beni storico-artistici di cui l'Italia è felicemente gremita, perché non estendere questo principio all'economia? Questa la chiave di lettura della rassegna Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità, a cura di Ludovica Sebregondi e Tim Parks, da un'idea di James M. Bradburne, che sarà inaugurata il 17 Settembre nelle sale di Palazzo Strozzi. “Per comprendere la crisi finanziaria devi conoscere l'arte”, recita l'affissione.
Un approccio trasversale all'arte, attraverso le sue relazioni manifeste ma anche segrete col denaro, un punto di vista assolutamente originale, ma necessario in questa delicatissima fase dell'economia globale, che vede convergere punti di vista diversi, non soltanto di studiosi e storici dell'arte, ma anche di celebri economisti e diplomatici.

E' l'élite del Rinascimento – Botticelli, Beato Angelico, Piero del Pollaiolo, il Verrocchio, i Della Robbia, Verrocchio, Hans Memling, solo per citare alcuni nomi – a illustrare la nascita del moderno sistema finanziario. Cento opere condensano l'“Età dell'Oro” di Firenze, una stagione feconda tanto sul fronte economico quanto su quello artistico, che si sviluppa in parallelo a sconvolgimenti politici, religiosi e sociali, fornendo un autentico spaccato dell'antica Fiorenza.
Denaro e Bellezza sono sì percepiti come “opposti, ma non necessariamente in contrasto", sostiene la curatrice Ludovica Sebregondi. La linea di confine è molto sottile, spesso ambigua, impercettibile. Ciò vale persino per il fiorino d'oro, la moneta che decreta il successo del sistema finanziario fiorentino, coniato dal 1252, con una commistione di sacro e profano: sul dritto è impresso il giglio (dal latino flos), simbolo araldico di Firenze, e sul rovescio l'immagine di San Giovanni Battista, patrono della città.
L'intento “a due facce” del fiorino è metaforicamente trasposto anche in versione pittorica. Ricchi mercanti e banchieri si fanno ritrarre in dittici accanto ai rispettivi santi patroni.
O ancora la Pala della Zecca, commissionata dagli Ufficiali della magistratura fiorentina, che reca ai piedi della Vergine Incoronata, con una disposizione gerarchica, i santi protettori di Firenze, sotto ai quali a loro volta compaiono gli stemmi dei Mercanti di Calimala e del Cambio, a cui era affidato il conio.

Come annunciano i titoli delle otto sezioni in cui si articola il percorso, la mostra propone spunti di riflessione su alcuni svolgimenti in corso, attraverso un punto di vista innovativo. Ad esempio approfondimenti sul tema dell'“Usura” rivelano che chi si macchia di questo peccato mercifica l'intervallo tra il momento in cui presta denaro e quello in cui viene rimborsato, dunque vende tempo, che secondo la religione spetta soltanto a Dio. Più avanti ci viene chiesto se “Tutto è monetizzabile?”; la risposta affermativa è provocatoriamente implicita, quando troviamo accostati, nel libro dei conti del pratese di Francesco Datini, il costo di una preghiera (dieci soldi) a quello di una botte di vino e una prostituta (rispettivamente venti e quindici soldi), ancora una volta con un commisto di sacro e profano.

Una volta accumulata la ricchezza, sia con commerci leciti quanto con modalità speculative segrete (le lettere di cambio erano un modo per celare l'usura), come investire il denaro, in modo che perdesse la connotazione negativa che da sempre porta con sé? La risposta appare forse scontata a posteriori, ma non lo era allora, quando il Rinascimento ancora non esisteva, e la sua incredibile portata era ancora sconosciuta.
Di fatto nel XV secolo il denaro si trasforma in “bellezza”, in arte, sublimando la componente terrena in qualcosa di incorruttibile. Ha così inizio la stagione artistica più florida di Firenze. I capitali vengono investiti nei beni di lusso, nell'importazione e produzione di tessuti, opere d'arte e artigianato, dando il via ad una sorta di boom ante litteram.
I più importanti banchieri si trasformano in mecenati moderni, finanziando, è proprio il caso di dirlo, il Rinascimento; col passare del tempo, però, quello che inizialmente era stato un gesto espiatorio e penitenziale si traduce in uno strumento di potere, e l'arte diventa un veicolo di propaganda, uno status symbol, ancora una volta con un conflitto di valori spirituali ed economici. Bardi, Peruzzi, Strozzi, Baroncelli, Rucellai, Alberti, Pazzi e Medici spostano i loro capitali investendoli nel settore edilizio e artistico, finanziano le chiese acquistando cappelle che diventano private.

L'itinerario si conclude con una società in “Crisi”: dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, l'ascesa di Savonarola infrange i sogni umanistici, in un turbato clima politico, religioso e sociale, quando l'ultimo giorno del Carnevale del 1497 e del 1498 organizza il “rogo delle vanità” in Piazza della Signoria, nel tentativo di moralizzare la vita cittadina; ma a distanza di tre mesi in quella stessa piazza sarà lo stesso frate ferrarese a bruciare insieme a due compagni.
A Botticelli è riservata un'attenzione particolare, poiché il suo percorso artistico riassume le mutevoli dinamiche dell'epoca, nel persistente conflitto tra sacro e profano: dopo i primi dipinti in cui si vedono santi sontuosamente abbigliati, Sandro Filipepi si unisce agli esiti neoplatonici dell'Età Laurenziana, idealizzando la bellezza di soggetti prevalentemente mitologici, per poi concludere la sua carriera aderendo alle idee austere di Savonarola, con temi religiosi dal tormentato misticismo.
Ne è un esempio La Calunnia, in cui Re Mida, emblema del cattivo giudice con orecchie d'asino, fa - mi si perdoni il gioco di parole - “orecchie da mercante”, e ascolta solo le voci che vuole sentire, di fronte ad un innocente calunniato; alla fine sarà la Nuda Veritas a trionfare, una giustizia non più terrena, ma divina.

Molteplici sono le attività collaterali promosse da Palazzo Strozzi che vanno ad affiancarsi al percorso espositivo: un gioco interattivo permette ai visitatori di diventare essi stessi “mercanti-banchieri”, investendo virtualmente 1000 fiorini grazie al codice a barre del biglietto d'ingresso; o ancora il fumetto sotto forma di applicazione per iPad, il “Codice Botticelli”, e il “Workshop” di matematica creativa; inoltre, fuori dalle mura del palazzo, sei chef fiorentini creeranno dei piatti speciali utilizzando oro commestibile.
Ancora oggi il legame tra arte e banca è molto forte nel capoluogo toscano; la mostra infatti ha sede a Palazzo Strozzi, una delle più facoltose famiglie di banchieri rinascimentali; inoltre, sponsor principale della rassegna è la Banca CR di Firenze. Come se si volesse suggerire, forti di un glorioso passato, che investimenti nel settore artistico, anche in tempi difficili, sono quelli più lungimiranti.

Prima di lasciarci, è bene ricordare che lo splendore artistico che ha consegnato Firenze all'eternità ha avuto la sua più florida espressione dopo due crisi dalla portata devastante, avvenute negli anni Quaranta del Trecento: la prima di tipo finanziario, con i fallimenti delle banche dei Bardi e Peruzzi; la seconda, demografica, quando nel 1348 la Peste Nera dimezzò la popolazione fiorentina. Mezzo secolo dopo ha inizio quello che la storiografia ha etichettato come “Rinascimento”. Come se la storia volesse insegnarci che dopo una crisi si può soltanto risalire.
Nella speranza che a Settembre la mostra si apra con premesse migliori di quelle attuali sul piano finanziario, vi auguriamo una buona estate.