L’essenza dell’impermanenza
di // pubblicato il 10 Ottobre, 2011
“Se la vita è formata da una serie di fili annodati gli uni agli altri come in una bambola, deve essere piuttosto doloroso e triste vedere i fili che gradualmente scivolano via…parti di essi cominciano a staccarsi dalla struttura principale…il momento deve essere piuttosto duro specialmente se succede alla nostra vita, una vita che si sfalda e diventa qualcosa di insensato. In quell’esatto momento, il sentimento dell’ esistenza potrebbe apparire senza valore e vuoto”.
Questa l’essenza della poetica artistica di Uttaporn Nimmalaikaew. Bisogna concentrarsi per pronunciare il suo nome tanto quanto per assaporare pienamente la dimensione dei sui lavori.
Il suo creare comincia con una tela inserita in una sorta di finestra piuttosto profonda e ricoperta, quasi a nasconderne l’identità, da una selva di fili e reti. La pittura non conquista solo lo sfondo ma investe anche lo strato superiore al solo scopo di creare luccicanti ritratti., inconsistenti visioni padroni di un insostenibile leggerezza dell’essere.

Se ciò che l’artista tailandese dipinge è ciò a lui più prossimo, ecco che la figura della madre appare come una vera e propria musa nonché fonte generatrice dell’energia imposta alla mente prima e alla mano poi.
“Per me tutto comincia e finisce con lei. Vedo quotidianamente mia madre che diventa sempre più anziana e debole; sono consapevole che presto o tardi se ne andrà via da me. Ciò mi spaventa e preoccupa, ma allo stesso tempo so che è parte della vita” dice a questo proposito.
Ogni singola creazione rappresenta, quindi, un percorso esplorativo del concetto di impermanenza buddhista secondo cui se nulla permane durante la vita, come potrebbe qualcosa persistere al termine della stessa? Tutto scivola via…gli affetti, i sogni, le convinzioni e l’esistenza che su di essi si basa e, così, la vita non ha nulla a cui aggrapparsi se non ai fragili fili che tentano di uscire dai limiti imposti.
Mollemente “trasportano” la fase terminale dell’essere, ma con la morte giunge la rinascita e con essa un nuovo ciclo, capace di riavvolgere la pellicola dello spirito.

In definitiva, aderendo agli insegnamenti del Buddha, il karma (inteso come il principio di concatenazione secondo il quale ogni azione provoca una reazione vincolando, per alcune di esse, gli esseri senzienti al saṃsāra e cioè al ciclo di morti e rinascite) fa della vita qualcosa di infinito; il vecchio mondo, il presente e il futuro fanno tutti parte del ciclo di questo universo e non ci è dato di sapere quante volte dobbiamo parteciparvi o ciò che ne viene prima o subito dopo.
Lo specchio rappresentava per Alice la porta per entrare in un universo parallelo, in cui tutto sembrava speculare alla realtà ma che in concreto era costruito su differente coordinate spazio temporali; per Uttaporn l’impiego di una superficie riflettente equivale alla volontà di distorcere l’apparato percettivo e di catapultare gli astanti in un mondo così simile al proprio da creare sgomento. L’indefinito e il parzialmente espresso crea da sempre spavento e che esso sia ideale o concreto poco importa perché la fragilità della condizione umana ci ricorda incessantemente la miseria delle leggi universali che nulla possono per arrestarne l’avvento.

Dal 31 ottobre al 4 dicembre 2011, Uttaporn Nimmalaikaew mette in scena presso la thailendese Ardel Gallery of Modern Art l’ineluttabile complessità della vita eseguendo opere iscrivibili in una sorta di meta-dimensione in cui tempo, spazio e spirito si fondono in un tutt’uno coeso e impermanente.